Agostino era uno dei miei amici più speciali. Era molto più giovane di me. Aveva sempre un sorriso pronto. Conosceva un sacco di cose, e sapeva raccontarle con una calma, e una simpatia che ti facevano venire voglia di restare ad ascoltarlo per ore. Quando parlavamo insieme, riusciva sempre a farmi scoprire qualcosa di nuovo … anche su cose che credevo di conoscere già! Per questo, ogni volta che potevo, correvo da lui: stare con Agostino era come aprire un libro pieno di sorprese e proprio di una di queste sorprese voglio parlarvi: di quella volta che riuscì a stupirmi più di quanto avrei mai immaginato.
Era un pomeriggio di primavera, uno di quelli in cui l’aria è così tiepida che sembra una carezza. A Milano, dove da un po’ di tempo viveva il mio amico, i prati erano pieni di fiori appena sbocciati, e noi due eravamo seduti proprio lì, a guardarli ondeggiare al vento come piccoli fazzoletti colorati.
All’improvviso, Agostino si voltò verso di me. La sua voce aveva ancora quel dolce accento marocchino che non lo aveva mai abbandonato, neppure dopo tanti anni.
“Babbo,” disse con il suo sorriso così gentile che riusciva sempre a scacciare qualsiasi pensiero triste “posso chiederti alcune cose, se per te va bene?”
Quando Agostino cominciava a parlare con quella sua gentilezza quasi magica, sapevo già che stava per farmi scoprire qualche nuova curiosità capace di accendere la fantasia. Così, al suo sorriso risposi con un altro sorriso, pronto ad ascoltare tutto ciò che aveva in mente.
“Fai pure!” gli risposi volentieri.
“Tu sei nato a Myra, vero?”
Annuii. Sì, ero nato proprio a Myra, una città della splendida Turchia. Ogni volta che la nominavo, nella mia mente tornavano i colori, i profumi e i ricordi della mia infanzia, come se un piccolo pezzo di quel luogo viaggiasse sempre con me.
“Adesso, invece, vivi in Lapponia, insieme ai tuoi Elfi che costruiscono i giocattoli e ogni notte di Natale voli in giro per il mondo per portarli ai bambini che ami tanto…” affermò Agostino, con gli occhi che brillavano come se stesse raccontando una magia.
“È vero,” risposi ridendo “ormai lo sanno tutti.”
“Allora sei proprio la persona giusta per rispondere alla mia domanda.”
Sentii un piccolo brivido di curiosità: sentii che stava per tirare fuori una domanda capace di aprire un nuovo mondo.
“Chiedimi pure, senza paura,” lo incoraggiai.
“Hai mai visto Dio?”
La domanda di Agostino arrivò così, secca, improvvisa, sorprendente, come un sasso lanciato in uno stagno tranquillo.
Dovete sapere che Agostino era un vescovo, proprio come me, e per questo la sua domanda mi sembrò davvero sorprendente. Temevo perfino che la mia risposta potesse rattristarlo. Come avrei potuto dirgli che no, Dio non l’avevo mai visto con i miei occhi?
Così cercai di prendere tempo.
“Carissimo Agostino,” dissi con un mezzo sorriso “tu che vieni da Ippona, in Marocco, dopo aver viaggiato tanto, letto tanto, conosciuto tanto… proprio tu vieni a farmi una domanda così difficile?”
Poi, sperando di fargli cambiare idea, aggiunsi:
“Su, chiedimi qualcos’altro, perché mi sembra quasi che tu voglia prendermi in giro!”
Ma Agostino non aveva affatto l’aria di uno che scherza e capii che quella domanda nascondeva qualcosa di molto importante. Non cambiò neppure per un istante il suo sorriso.
Anche se avevo cercato di evitare la domanda, lui insistette con la stessa dolcezza di sempre:
“No, no. Dimmi davvero: hai mai visto Dio?”
A quel punto capii che non c’era modo di sfuggire. Non c’erano rumori, giochi o fiori abbastanza colorati da distrarci. Dovevo rispondere.
“Agostino,” dissi piano “non vorrei mai mancarti di rispetto. Mi hai fatto una domanda difficile e hai insistito perché ti rispondessi … quindi ti dico la verità: non l’ho mai visto.”
Le parole mi uscirono tutto d’un fiato, quasi come un sussurro. Avevo paura che si rattristasse, che pensasse male di me o che quel suo sorriso si spegnesse anche solo per un momento.
Ma Agostino continuava a guardarmi con la stessa luce buona negli occhi, come se sapesse già qualcosa che io ancora non immaginavo. Invece di rattristarsi, sorrise ancora di più. Lo fissai stupito: forse non aveva capito quello che avevo detto? Così provai a spiegarmi meglio.
“Non fraintendermi.” insistetti “Sai bene che bisogna sempre dire la verità, qualunque cosa accada, anche a costo di far male, perché, se raccontiamo una bugia, prima o poi qualcuno se ne accorgerà … e allora perderemo la sua fiducia.”
Il suo sorriso, però, non solo rimase, divenne persino più grande. Poi scosse lentamente la testa, come per dirmi che c’era qualcosa che non avevo ancora capito.
A quel punto mi sentii un po’ confuso, temetti quasi che stesse scherzando alle mie spalle. Così presi coraggio e gli chiesi: “Abbi pazienza, Agostino, cosa non ti convince di quello che ho detto?”
Non rispose subito alla mia domanda, ma la prese un po’ alla larga, come faceva quando voleva farmi riflettere facendo in modo che io stesso rispondessi alla mia domanda.
“Tu sei un vescovo, giusto?” mi chiese.
“Certo!” risposi senza esitazione.
“E allora avrai letto la Bibbia!”
“Naturalmente!” confermai con un po’ di orgoglio “Ben tre volte e… mezza!”
Agostino annuì soddisfatto.
“Allora dovresti sapere che Dio lo hai visto molte volte!”
Rimasi a bocca aperta. Non capivo più niente. Possibile che Agostino, così saggio, avesse perso il filo dei suoi pensieri? Mi preoccupai un po’. Ma lui, tranquillo come sempre, continuò.
“Hai sicuramente letto il primo libro della Bibbia,” disse Agostino con aria furbetta.
Io annuii, ancora un po’ confuso, cercando di capire dove volesse arrivare.
“… e ti ricordi cosa c’è scritto al versetto 27 del primo libro, la Genesi?”
Risposi senza neppure pensarci, come se quelle parole fossero sempre state lì, pronte a uscire:
“Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” e proprio in quel momento, come un lampo improvviso, capii cosa stava cercando di dirmi: mi si aprì la mente e tutto divenne più chiaro.
Agostino rise soddisfatto: aveva ottenuto esattamente l’effetto che voleva.
“Quindi,” disse Agostino con voce calma e sicura “ogni volta che hai incontrato una persona, uomo o donna, basso o alto, bello o brutto, malato o sano, moro o biondo, giovane o anziano, giallo, nero, verde o persino a pallini blu … tu hai guardato Dio senza vederlo!”
Ancora una volta aveva colpito nel segno. Nella mia mente apparvero tuti i volti che avevo incontrato nella vita: la bambina con gli occhi rossi che cercava di non piangere, il ragazzo innamorato che sorrideva senza motivo, la mamma stanca che stringeva forte il suo bambino, il vecchietto seduto sulla sedia lungo la strada, perso nei suoi pensieri. Tutti loro, ognuno a modo suo, portavano un pezzetto della grandezza di Dio. Agostino aveva ragione: lo avevo visto milioni di volte, in ogni sguardo che avevo incrociato, senza nemmeno rendermene conto.
Rimasi quasi senza parole. Guardai Agostino con gli occhi spalancati dall’ammirazione.
“Agostino, ma sei un genio! Se ogni persona porta un pezzetto dell’immagine di Dio, significa che quando parlo con qualcuno, parlo un po’ anche con Lui!”
Mi venne un brivido
“Questo mi mette un po’ a disagio: se sbagliassi? Se lo deludessi? Cosa dovrei fare per renderlo felice?”
Agostino mi rivolse uno di quei suoi sguardi pieni di amicizia, quelli che ti fanno sentire subito più leggero, e rispose con calma:
“Caro Babbo, se fai tutto con amore, anche quando pensi di aver sbagliato, puoi stare tranquillo: avrai comunque fatto la cosa giusta. Ama, e poi fai ciò che credi. Se agisci con amore, non sbaglierai mai. Potrai tacere, parlare, correggere, perdonare … se lo farai per amore farai solo il bene”
Tra tutte le conversazioni che abbiamo condiviso, quella non l’ho più dimenticata. Rimase nel mio cuore come un piccolo tesoro da custodire per sempre.
Ora è già un po’ di tempo che non incontro più Agostino. Dalla Lapponia è difficile scendere fino a Milano, quando non è Natale, e lui non mi telefona mai. Forse è impegnato a scrivere un nuovo libro pieno di saggezza. Chissà quante altre ne ha da raccontare!
Io però spero sempre che, quando avrà finito, vorrà rivedermi. Magari per aiutarmi a scoprire altre cose che, in fondo, conosco già … ma che non ho ancora imparato davvero a capire.
Riccardo Agresti


