Clima: 5 anni dopo Parigi, il mondo ci riprova. Il commento de L’agone

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I leader del mondo si sono riuniti – virtualmente – al Climate ambition summit per rinnovare l’impegno nella lotta contro il riscaldamento globale. E al tavolo dei negoziati ritorneranno gli Usa

A cinque anni dall’Accordo di Parigi per il Clima, i leader del mondo si sono riuniti – virtualmente – al Climate ambition summit per rinnovare l’impegno nella lotta contro il riscaldamento globale. E riprovare a vincere la battaglia finora persa. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha esortato i capi di Stato e di Governo a dichiarare uno “stato di emergenza climatica” per raggiungere gli obiettivi prefissati a Parigi, nonostante la pandemia di Covid-19. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha confermato: “Per salvare il pianeta dobbiamo agire ora”.

Conte: “L’Italia darà un importante contributo”

Per il premier “il livello di allarme è alto, nonostante gli accordi firmati anni fa” e ha annunciato che l’Italia donerà 30 milioni di euro all’Onu come contributo per affrontare l’emergenza. “La pressione è anche più alta oggi, che dobbiamo fronteggiare i danni causati dalla pandemia globale. Dobbiamo agire ora per salvaguardare il nostro pianeta, ripristinare la biodiversità e l’ecosistema, assicurare un futuro sostenibile, che appartiene piu’ alle giovani generazioni che a noi”, ha esortato il premier italiano.

Nel 2021 l’Italia userà la presidenza del G20 per dare “un importante contributo” a questo tentativo comune. Come Paese fondatore della Ue, l’Italia – ha evidenziato Conte – è “orgogliosa” della leadership Ue per quanto riguarda la lotta al cambiamento climatico, specialmente oggi dopo la decisione di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030. “Siamo fermi nel sostenere l’impegno ad assegnare 100 miliardi di dollari alle economie in via di sviluppo per raggiungere gli obiettivi climatici condivisi. I cambiamenti climatici colpiscono in primo luogo e più duramente i piu’ vulnerabili”, ha aggiunto.

“Se non cambiamo rotta, potremmo dirigerci verso un aumento catastrofico della temperatura media di oltre 3 gradi centigradi in questo secolo”, ha spiegato Guterres che ha invitato “tutti i leader del mondo a dichiarare lo stato di emergenza climatica nei loro Paesi”.

Che fa la Cina, il più grande inquinatore del pianeta?

E i leader hanno deciso di raccogliere la sfida, anche se in modo non uniforme. Il presidente cinese, Xi Jinping, il cui Paese è il principale inquinatore del pianeta, ha assicurato che ridurrà la sua intensità di carbonio (emissioni di Co2 rispetto al Pil) del 65% da qui al 2030, rispetto ai livelli del 2005 e si impegna a raggiungere il picco delle emissioni nel 2030, a scendere fino a raggiungere la neutralità del carbonio nel 2060.

Il consumo energetico cinese proverrà per il 25% da fonti rinnovabili nel 2030, rispetto al 15,3% del 2019, ha assicurato. Da parte sua, l’India, quarta al mondo per emissioni, prevede di utilizzare fonti di energia rinnovabile per raggiungere l’equivalente di 450 Gw entro il 2030. Entro il 2047, nel centenario della sua indipendenza, l’India “non solo raggiungerà i propri obiettivi ma supererà le aspettative”, ha promesso il premier Narendra Modi nel suo discorso.

L’Unione europea aveva già annunciato venerdi’ un aumento della riduzione delle emissioni, che ora sarà del 55% da qui al 2030 (40% in precedenza). Il Regno Unito, invece, si è impegnato a ridurre le proprie emissioni di gas del 68%. Nel vertice virtuale, che sostituisce la prevista conferenza sul clima (COP), che è stata riprogrammata a Glasgow (Scozia) il prossimo anno, la notizia più grande è stata tuttavia il tanto atteso ritorno degli Stati Uniti al tavolo dei negoziati.

Il presidente eletto Joe Biden ha dichiarato in una nota che “non vi è tempo da perdere” annunciando il suo ritorno dal primo giorno della presidenza, il 20 gennaio. “Welcome back”, è stata la risposta del presidente francese, Emmanuel Macron. Grandi assenti Brasile e Australia a causa dei loro obiettivi, considerati insufficienti.

(Agi)

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CONSIDERAZIONI DE L’AGONE

 

E’ verissimo che la Cina è il principale Paese del mondo emettitore di anidride carbonica; La situazione al 2018 – ma oggi è praticamente identica – si legge nella figura seguente:

 

 

Ma se si considera l’emissione specifica, cioè si rapporta la quantità totale di CO2 emessa al numero di abitanti, si scopre che ogni cittadino cinese emette meno della metà del cittadino americano. La situazione, per grandi aree mondiali, è mostrata nella semplice tabella seguente:

 

Se vogliamo che la riduzione – rapida e risolutiva – delle emissioni di CO2 possa realizzarsi, allora non possiamo eludere una questione, che è poi una di quelle che ha bloccato di fatto l’attuazione degli accordi di Parigi:

i Paesi più industrializzati – quelli cioè che sono responsabile della situazione attuale – devono sostenere economicamente, in maniera adeguata, la crescita dei Paesi meno sviluppati. In altri termini, devono in qualche modo “risarcire” chi ha subito le conseguenze negative dell’industrializzazione travolgente basata sui fossili senza aver goduto dei benefici.

Il cittadino cinese si domanda: perchè, per affrontare la crisi climatica, devo pagare oggi come il cittadino americano, se è lui che ha provocato ieri la situazione attuale?

Dunque, se vogliamo “decarbonizzare” l’economia puntando al superamento dei fossili – non solo carbone, ma anche gas – occorre che:

  • tutti i Paesi adottino politiche di sviluppo sostenibile, puntando a nuovi stili di vita, alle rinnovabili e all’efficienza energetica, alla diminuzione degli sprechi in tutti i settori, alla “economia circolare”
  • i Paesi più ricchi devono sostenere lo sviluppo di quelli più poveri che ambiscono anch’essi ad una crescita economica e che, in condizioni normali, ripercorrerebbero la stessa strada percorsa finora dall’occidente sviluppato: cioè combustibili fossili e carbone.
L’agone

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