LAGONE

I primi cento giorni del governo Conte sono da “zero a zero”

I primi cento giorni del governo Conte sono da “zero a zero”
ottobre 02
20:26 2018

Tra reddito di cittadinanza, flat tax e riforma della legge Fornero arriva anche un condono tombale

Il primo giugno del 2018 prestava giuramento il governo Conte. Dopo la più lunga attesa post elettorale che il paese avesse mai avuto, il contratto di governo firmato da Movimento 5 stelle e Lega ha dato il via all’esecutivo giallo-verde. Il cosiddetto governo “del cambiamento”, che ha registrato la più alta percentuale di ministri esordienti, ha così iniziato il suo lavoro a Palazzo Chigi.

Un’alleanza inedita e inaspettata, che di fatto ha sbloccato un’impasse politico causato da una tornata elettorale senza un chiaro vincitore, che non ci sarebbe stato però, neanche adottando una qualsiasi delle leggi elettorali precedentemente avute nel paese, segno, ulteriore, che la società va più veloce delle istituzioni e non siamo ancora realmente attrezzati per un sistema “tripolare”.

Mentre scriviamo queste righe il Governo Conte ha da poco tagliato il traguardo dei 100 giorni, un lasso di tempo sicuramente breve per poter formulare un giudizio compiuto, però abbastanza per poter fare alcune valutazioni di carattere generale. Se in passato sono stati il momento per la presentazione dei provvedimenti simbolo dei vari esecutivi, dall’abolizione del finanziamento pubblico diretto ai partiti del governo Letta alla riforma costituzionale del governo Renzi, lo stesso non si può dire per il governo Conte: molto tempo è stato impiegato per trovare una quadra tra due forze politiche fortemente differenti. Non solo nella stesura del contratto di governo e nell’individuazione dei ministri, ma anche in altri momenti centrali per le dinamiche politiche e legislative del paese, come la costituzione delle commissioni permanenti. Quello che risulta però, è che anche una volta partito l’attuale esecutivo non ha avuto la stessa forza propositiva dai governi precedenti. Le proposte politiche in parlamento sono state poche.

Dal 5 giugno il governo ha varato infatti 6 decreti legge depositando in parlamento altrettanti disegni di legge di conversione. Di questi solo 1 può essere considerato un provvedimento di natura politica finalizzato all’attuazione del programma di governo conosciuto ai più come decreto dignità.

Il presidente del Consiglio Conte, dal momento del suo insediamento ha messo piede in parlamento soltanto in tre occasioni: quella della prima votazione di fiducia al suo governo, il 27 giugno in occasione delle comunicazioni rese in vista del Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno e da ultimo mercoledì 12 settembre per prendere parte al “premier question time” alla Camera dei deputati.

Volendo tirare delle conclusioni, l’impressione che emerge da questi primi tre mesi di attività è che politicamente l’ipertrofica attività del vicepremier Salvini è stata ben sopportata dall’alleato di governo (che pure ne ha subito un drenaggio di consensi non indifferente) e i gruppi parlamentari siano ben compatti quando chiamati a rispondere, il governo potrebbe dunque contare su un “motore parlamentare” piuttosto consistente e compatto, ma che sovente viene fatto girare a vuoto o mantenuto al regime minimo perché il guidatore, in alcuni casi, non sembra avere chiaro quali siano le strade da percorrere. Il nodo principale riguarda l’economia: se la poca fiducia da parte dei mercati non sembra sopirsi (a parte qualche pasdaran che, contro ogni logica, ha salutato l’asta btp andata sold out con un aumento dei tassi e dello spread, come un successo, la comunicazione ufficiale è stata molto più prudente) l’impressione è quella che il governo, prendendo spunto dalla dialettica piuttosto tesa con il Tesoro, sembra alla ricerca di soldi per l’attuazione di quelle iniziative ritenute fondamentali dalle due forze politiche che lo compongono: Flat Tax, Reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero.

Se in campagna elettorale possiamo mutuare una famosa battuta de “il buono il brutto e il cattivo” di Sergio Leone: “se l’uomo con gli 80 euro incontra l’uomo col reddito di cittadinanza (o con la flat tax) l’uomo con gli 80 euro è un uomo morto”, tutt’altra cosa è la fine della campagna elettorale e l’inizio dell’azione amministrativa.

Ora il governo del cambiamento è alla prova della sua prima legge di bilancio, una manovra da circa 25 miliardi, in cui però, stando alle parole del premier Conte, i punti più caldi del programma (appunto riforma della Fornero, Flat tax e reddito di cittadinanza) verranno toccati “con le pinze”; cosa ci sarà dunque in questa manovra? “Reddito di cittadinanza, flat tax e riforma della Fornero: sono tutti punti qualificanti. Non ho mai avuto retropensieri. Mai pensato di fare una riforma e non un’altra” ha dichiarato il premier sollecitato dai giornalisti. “Avvieremo subito tutte e tre le riforme ma ci sarà un meccanismo di gradualità” i come e i quanto di questa gradualità li vedremo, intanto l’unica granitica certezza  sembrerebbe la cosiddetta “pace fiscale” che però dei due alleati di governo fa contenta (come spesso sembra accadere) la Lega, che è populista con la pancia e alto-borghese con il portafoglio e sa bene che il fisco è una bella rogna per il suo blocco sociale di riferimento, quello di cui fa gli interessi a dispetto delle roboanti dichiarazioni sul popolo italiano che va difeso prima degli immigrati.

Si scrive pace fiscale e si legge condono tombale, una sciocchezzuola da circa 300 miliardi di euro (già oggi la “semplice” evasione secondo il rapporto 2017 del Mef ce ne costa 107), praticamente un reddito di cittadinanza e mezzo, con buona pace della “gradualità”.

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