Mario e il ricordo di suo padre: “Luciani Silvio, promosso!”

PapΓ  era del trentacinque. Negli anni della guerra faceva le elementari, quando poteva, come poteva.

All’epoca i bambini erano raggruppati in affollatissime pluriclassi ma questo non accadeva per mancanza di bambini, semmai per mancanza di insegnanti, difficilmente reperibili, specialmente nei comuni piΓΉ piccoli. Le bambine erano poche ma i bambini ci andavano anche se pochi poi continuavano gli studi. Fermarsi alla quinta era un destino comune perchΓ© continuare significava andare fuori paese, in qualcuno dei collegi religiosi del nord Italia e il motivo principale era ovviamente la povertΓ , che costringeva i bambini ad avviarsi precocemente al lavoro, un lavoro umile, faticoso ed umiliante.

Andare a scuola in quegli anni era una vera e propria avventura, raccontava spesso papΓ . Non c’era la biro e si scriveva con il lapis, la matita, e con il pennino. L’inchiostro non si comprava, si faceva con acqua, estratti di linfa di pioppo anneriti con bacche schiacciate. I bambini lo ingoiavano spesso per gioco ma funzionava.

PapΓ , come tutti, si portava il banchetto per sedersi, un bussolotto metallico con le braci accese ed un po’ di carbone per la stufa della scuola. La carta era poca e non si sprecava, libri praticamente non ce n’erano e l’orario era flessibile. Le scarpe non tutti le avevano e nelle giornate col sole non venivano sprecate per andare a scuola.

Il maestro usava spesso le mani per insegnare. PiΓΉ per picchiare i bambini che per scrivere sull’unica lavagna. All’epoca era prassi comune, non solo accettata, ma incentivata dai genitori che approvavano e ringraziavano. L’ordine in classe veniva mantenuto con grande difficoltΓ  nonostante le sberle. PerΓ² i bambini a scuola, diceva papΓ , ci andavano sempre volentieri.

Non c’era il problema del pasto, della merenda. Semplicemente non c’era la merenda e spesso, a casa, neanche il pranzo.

ArrivΓ² la fine della primavera e il maestro si alzo in piedi per leggere il risultato finale dell’anno scolastico: β€œLuciani Silvio, promosso!” Non ci furono applausi ma il bambino si alzΓ² in piedi e con tutta l’innocenza dell’etΓ  disse: β€œSignora maestra, che classe ho fatto?”

Cosa aveva imparato in quei mesi? A sopravvivere, a raccogliere funghi, procurarsi la legna, mettere le trappole per uccelli da mangiare, sgraffignare un po’ di pane da soldati tedeschi compiacenti. Espedienti, leggere, scrivere e poco altro, ecco cos’aveva imparato. PerΓ² una lezione gli rimase chiara per il resto della vita: la scuola era importate, gli piaceva.

Dopo la guerra andΓ² in collegio con altri del paese. Un prete buono del posto raccoglieva i bambini poveri e li affidata ai religiosi di Montichiari che non pretendevano rette fisse. Gli apostolini li chiamavano e si salvarono. Oltre a papΓ  ne ho conosciuto diversi. Non uno ricordava gli anni bui con tristezza, ricordavano la fame, il freddo ma non la tristezza.

Furono quelli come loro a ricostruire l’Italia dopo la guerra. Quelli che sapevano cosa significa lottare.

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