Il racconto dello spettacolo tv visto da una platea surreale. Il concertone fa l’occhiolino a Sanremo e la retorica non manca. Eppure il rito riesce a ripetersi, anche a porte chiuse
Vuota. Come non era (quasi) mai capitato per unβinaugurazione di stagione. Tanto che fa un certo effetto addentrarsi nella platea, vuota e silenziosa, del Teatro alla Scala. Devi stare attento a dove metti i piedi, anche se il teatro ti sembra di conoscerlo quasi come casa tua. Ci sono le mezze luci. Che non sono, perΓ², quelle che ogni volta che si sta per alzare il sipario annunciano lβinizio dellβopera. Sembrano quasi luci di servizio. Per non farti inciampare, appunto. Illuminano le telecamere spente, ancora nei palchetti. Una, appesa al braccio meccanico usato per le inquadrature dallβalto, Γ¨ a mezzβaria sulla sala. Come il grande lampadario β che Γ¨ lΓ¬ da sempre, dal 1778 β, anche lui acceso solo a metΓ . Cavi e prese dappertutto, ma non portano corrente ai riflettori che restano spenti e puntati verso il basso. Si intrecciano, i cavi, tra i leggi dellβorchestra, ancora posizionati sulla pedana nera costruita sopra le poltrone di velluto.
Silenzio nel pomeriggio (solitamente chiassoso di giornalisti e pubblico vociante) di SantβAmbrogio al Teatro alla Scala. Lβorologio, che continua a macinare minuti, segna le 16.45. Qui nemmeno unβora prima cβera uno studio televisivo con telecamere e microfoni β per ultimo si Γ¨ registrato il duetto che chiude il primo atto diΒ ValchiriaΒ di Wagner, poi tagliato per non sforare i tempi televisivi. Telecamere e microfoni che ora sono a riposo dopo aver mandato, per una settimana, immagini e suoni ai camion regia parcheggiati sulla piazza. PerchΓ© sino allβultimo si Γ¨ registratoΒ A riveder le stelleΒ il concerto che Rai 1 ha trasmesso oggi pomeriggio dalle 16.45 per oltre tre ore, senza interruzioni pubblicitarie, per questo SantβAmbrogio a porte chiuse e in formato tv. Il Covid ha messo il pubblico fuori dai teatri. E la Prima del 7 dicembre Γ¨ andata sul piccolo schermo e via streaming: un concerto al posto della previstaΒ Lucia di LammermoorΒ di Gaetano Donizetti. Montata, in regia sino allβultimo minuto.
Parte la diretta. Sono le 16.50. E il sipario, chiuso sino ad allora, si apre. La voce di Mirella Freni che intonaΒ Lβumile ancellaΒ dallβAdriana LecouvreurΒ di Cilea, le immagini del Duomo e della Madonnina, della Galleria e del Piermarini con i laser tricolori riempiono la sala. E in qualche modo si ripete il rito del 7 dicembre. Per pochi. Il sovrintendente Dominique Meyer e i suoi collaboratori nei palchetti. In platea, dove sino a poco prima ha suonato lβorchestra, ci sono alcuni giornalisti, in una sala stampa (sul modello di quella di Sanremo, per uno show tv che un poβ strizza lβocchio al festival) allestita tra i leggii che fanno da piano di appoggio per computer e tablet.
Si scrive, si racconta in diretta la Prima tutta registrata. Effetto straniante e inaspettato essere, ancora una volta, in platea alla Scala per un 7 dicembre. LβItalia segue lβinaugurazione scaligera in tv, lo fa anche Riccardo Chailly che, posata la bacchetta e tolto il frac, Γ¨ tornato subito a casa. In teatro, invece, il concertone arriva sul megaschermo che il regista Davide Livermore (alla sua terza inaugurazione dopoΒ AttilaΒ eΒ Tosca) ha messo sul palco facendo scorrere immagini e suggestioni pittoriche che hanno raccontato visivamente la musica. E in qualche modo, il rito si ripete. Anche a porte chiuse.
Si parte, come ogni Prima, con lβInno di Mameli, prima recitato (Maria Grazia Solano indossa la divisa dei macchinisti del teatro e ha in mano uno spazzolone) e poi cantato dai coristi nei palchetti, per dire, per provare a dire, che Β«lβItalia sβΓ¨ destaΒ». Deve farlo con la musica, patrimonio tutto italiano che scorre sullo schermo in un concerto/spettacolo lungo 150 minuti. Le note del preludio di Rigoletto che evocano il tema della maledizione, Luca Salsi lancia la maledizione del Gobbo,Β Cortigiani vil razza dannata, su una distesa dβacqua, una palude immobile. Segni e rimandi a un presente dove la pandemia sembra impantanare il mondo nella drammaturgia di Livermore. Che ha usato tutti gli spazi del teatro, dal retropalco al foyer, dalle scale di servizio al palco reale, per un racconto pensato per fare da raccordo tra le arie che diventano numeri di un varietΓ tv, tra parole (affidate a Massimo Popolizio e Laura Marinoni) e musica.
Un poβ di sana retorica nazionalpopolare, un poβ di denuncia politica (la Casa bianca in rovina sulΒ CredoΒ che nel verdianoΒ OtelloΒ canta il cattivo di turno, Jago, il baritono Carlos Alvarez) e sociale (con Michela Murgia che spiega come Tosca sia una storia da #metoo β Robert Alagna Γ¨ tornato alla Scala dopo lβaddio in scena nellβAidaΒ del 2006 ha cantatoΒ E lucean le stelle). Tanto cinema con il Fellini diΒ La stradaΒ per laΒ Furtiva lagrimaΒ (la canta Juan Diego Florez) o i rimandi a Hitchcok sul verdianoΒ Ballo in mascheraΒ (le arie sono affidate a Eleonora Buratto, Francesco Meli e George Petean). Lβarte con Delacroix su Andrea ChΓ©nier (Sonya Yoncheva cantaΒ La mamma mortaΒ come laΒ LibertΓ che guida il popolo, Placido Domingo ilΒ Nemico della patriaΒ davanti a microfoni da dittatore sudamericano) e con Jack Vetteriano per la coreografia che accompagna Lisette Oropesa che cantaΒ Lucia di Lammermoor.
Alle 18.58 arriva Roberto Bolle che danza tra fumo e laser. Si corre verso il Tg 1 delle 20 con ilΒ Nessun dormaΒ dellaΒ TurandotΒ di Puccini (doveva cantarlo Jonas Kaufmann che, indisposto, ha ceduto lβaria a Piotr Beczala) e, preceduto da Livermore che ricorda il concerto con il quale Toscanini riaprΓ¬ la Scala dopo i bombardamenti l’11 maggio 1946, il finale delΒ Guglielmo TellΒ di Rossini. Β«Tutto cangia il ciel sβabbellaΒ» e sullo schermo tornano le immagini di Milano dallβalto con la Madonnina illuminata. In sala parte lβapplauso. Si riaccendono le luci. Si apre una porta laterale. La Scala torna vuota. E silenziosa. Si torna nella notte, con sguardo allβinsΓΉ. Con la speranza di riveder le stelle.
(Avvenire)


