Nell’Aula Consiliare di Bracciano si è svolto, il 25 giugno, un incontro intenso e partecipato, aperto dai saluti del sindaco di Bracciano, Marco Crocicchi, e da quelli del presidente dell’ANPI Bracciano, Dario Cavinato, e condotto con equilibrio e sensibilità dalla presidente del Consiglio Comunale Giulia Sala, delegata alle politiche di genere.
È stato un pomeriggio dedicato alle donne, alla loro storia e al loro ruolo nella costruzione della democrazia italiana, arricchito dagli interventi di numerose rappresentanti di associazioni del territorio: Gabriella Fabrizi (ANPI Bracciano), che ha presentato l’opuscolo La Repubblica italiana è donna; Barbara Busetto (Associazione Pandora – Sportello Centro Donna Bracciano); Paola Agabiti (UDI, Gruppo “Nilde Iotti” Ladispoli‑Cerveteri); Arianna Mosconi (BarattiAMO – Pagine e Pensieri); Marina Pierlorenzi (presidente provinciale ANPI Roma) e, a incorniciare gli interventi, la voce limpida di Flavia Laera, che ha aperto e chiuso l’incontro con due canti dolci e simbolici.
L’obiettivo era chiaro: parlare con le donne delle donne, condividere esperienze, diritti, prospettive. Un’occasione per riflettere insieme su quanto è stato conquistato e su quanto resta ancora da fare.
Il voto alle donne: una conquista tardiva, ma decisiva
In Italia il diritto di voto alle donne arriva solo il 1 febbraio 1945, con un decreto luogotenenziale emanato mentre il re aveva trasferito i poteri al Luogotenente del Regno, Umberto di Savoia, che permette loro di partecipare alle amministrative del 1946 e, soprattutto, al referendum del 2 giugno, quando il Paese sceglie tra Monarchia e Repubblica. Un traguardo importante, ma raggiunto in ritardo rispetto ad altri Paesi europei: la Turchia lo aveva riconosciuto nel 1934, il Regno Unito nel 1918 (con estensione nel 1928). Eppure, nonostante il ritardo, l’Italia non è affatto l’ultima: ancora oggi esistono Paesi in cui le donne non votano o lo fanno con forti limitazioni. In Europa l’ultimo Paese a riconoscere questo diritto è stata la Svizzera: a livello federale nel 1971, ma l’ultimo cantone (Appenzello Interno) nel 1990, per sentenza del Tribunale federale.
Va ricordato, però, che non tutte le donne italiane poterono votare. La normativa del 1945 escludeva chi era considerato “contrario alla morale pubblica” e le prostitute delle case di tolleranza erano considerate tali ed escluse al pari di delinquenti e omicidi. Anche da questa discriminazione nacque l’impegno della madre costituente Angelina Merlin, che si batté per l’abolizione delle case di tolleranza, anche se la legge che porta il suo nome, osteggiata da parlamentari maschi di ogni schieramento, fu approvata solo nel 1958. Merlin, unica madre costituente rieletta come senatrice, ottenne anche la cancellazione della sigla figlio di N.N. per i bambini nati fuori dal matrimonio, restituendo dignità a migliaia di persone.
La Costituzione e la lunga strada verso la parità
La Costituzione del 1948, nell’articolo 3, afferma la parità di sesso, espressione voluta con forza dalle madri costituenti, ma la sua applicazione concreta richiederà decenni e non è ancora compiuta realmente. Per molto tempo, infatti, “suffragio universale” era stato inteso come voto universale maschile, per questo le madri costituenti vollero con forza la parola sesso nel testo della Costituzione. Ma la parità formale non bastò a scardinare abitudini, pregiudizi e norme discriminatorie.
Tra le conquiste più significative del secondo Novecento:
- 1963 – Le donne possono accedere alla magistratura.
- 1971 – È legalizzato l’uso degli anticoncezionali.
- 1975 – La patria potestà diventa potestà genitoriale, superando l’impianto patriarcale.
- 1978 – La riforma sanitaria garantisce il diritto alla tutela della salute riproduttiva.
- 1981 – Abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore.
- 1996 – Lo stupro diventa finalmente reato contro la persona e non più contro la morale.
- 2000 – Progressiva apertura delle Forze Armate e dei corpi dello Stato alle donne.
Eppure, nonostante questi passi avanti, la piena attuazione dell’articolo 3 e dell’articolo 37 della Costituzione resta incompiuta.
Parità oggi: luci, ombre e nuove sfide
Oggi le donne rappresentano oltre il 51% della popolazione, ma in Parlamento sono poco più del 30%. A parità di mansioni, gli stipendi femminili restano inferiori a quelli maschili; la maternità continua a essere percepita come un “rischio” per le aziende; la carenza di servizi (asili nido, sostegni alla genitorialità) pesa soprattutto sulle donne e contribuisce al calo delle nascite.
La battaglia per la parità non è quindi per nulla chiusa. Oggi si chiede, ad esempio, che le agevolazioni per la cura dei figli siano estese anche agli uomini, perché la genitorialità non è un compito femminile ma un impegno condiviso.
Non mancano passi indietro: emblematico il caso del disegno di legge sul “consenso esplicito” nello stupro, approvato all’unanimità alla Camera, ma poi bloccato al Senato dalla maggioranza attuale. Preoccupa anche il fatto che nelle scuole non si possa parlare apertamente di violenza di genere, né di educazione all’affettività, nonostante il tema sia sentito dalle giovani generazioni.
Una mentalità maschilista che tarda ad essere scardinata e ricorda un celebre scambio tra Giovanni Leone, che affermò: “Le donne alcuni giorni al mese non ragionano”, e la pronta replica della giovanissima madre costituente Teresa Mattei: “Forse accade che le donne alcuni giorni al mese non ragionino, ma certi uomini non ragionano per 365 giorni all’anno.”
Una battuta brillante, ma soprattutto un monito: la parità non è un punto di arrivo, è un processo continuo che richiede vigilanza, cultura, educazione.
Conclusione: tenere alta l’attenzione
L’iniziativa di Bracciano ha mostrato quanto sia necessario continuare a parlare di diritti, di storia, di prospettive. La Repubblica italiana è nata anche grazie alle donne: senza il loro impegno nella Resistenza, nel lavoro, nella ricostruzione, sarebbe stata radicalmente diversa. Oggi, come allora, la democrazia ha bisogno della loro voce, della loro presenza e della loro libertà.
Piace concludere con il testo della giovanissima e dolcissima Arianna Mosconi che si riporta integralmente.
MONOLOGO DELL’ITALIA
2 giugno 1946
Mi chiamo Italia.
Mi hanno tracciata sui trattati,sulle mappe.
Mi hanno rotta nelle battaglie, ricucita nei patti.
Mi hanno osannata come patria, calpestata come terra, barattata come merce.
Mai unita.
Oggi è il 2 giugno 1946. E per la prima volta, le ascolto davvero.
Le ascolto scendere dalle scale buie con il fazzoletto in testa e le scarpe consumate.
Le ascolto tornare dai campi con le dita graffiate dalle spighe.
Le ascolto uscire dalle officine con l’odore di ferro addosso.
Camminano incerte. Hanno il fiato corto. Ma camminano.
Per secoli ho avuto una voce sola.
Re, preti, capi, padroni.
Hanno parlato al posto mio.
Hanno firmato al posto mio.
Hanno deciso se dovevo cadere, senza chiedermi se volevo rialzarmi.
Oggi invece mi manca l’aria. Perché metà di me, quella che cuoceva il pane, vegliava i morti, rammendava gli strappi delle bandiere,quella metà che stava zitta, oggi impugna una matita.
E la mia voce diventa doppia.
Ho visto le mie ragazze attraversare i monti con un messaggio nascosto nella sottana.
Ho visto mani di donna reggere un’arma più grande della loro paura.
Ho visto staffette correre con la morte sulle spalle e tornare a caricarne altra.
Non volevano onori. Volevano che smettesse.
Una donna in cabina non è un segno su un foglio.
È mia madre che non sapeva scrivere il suo nome ma sapeva cos’era la dignità.
È mia figlia che tiene in pancia il futuro e vuole scegliere che nome dargli.
È tutte quelle che stavano in ginocchio a incollare i pezzi, mentre gli uomini spaccavano il Mondo.
Non so cosa decideranno. Corona o popolo.
Non conta.
Conta che decidano.
Che per la prima volta sarò anche cosa loro.
Oggi non comincio. Ricomincio.
Perché un Paese senza le sue donne è un uomo con un polmone bucato.
Campi. Ma non corri.
Andate. La cabina è stretta. La carta è ruvida. La matita è corta.
Ma quando farete quel tratto, sentirete il mio.
Un colpo al cuore della Storia.
Oggi ho imparato a dire no.
E finalmente ho la vostra voce.
Arianna Mosconi
Riccardo Agresti









