COMUNICATO STAMPA
Libri di testo, aperte le domande per il contributo alle famiglie: c’è tempo fino al 14 settembre
𝐒𝐈𝐂𝐔𝐑𝐄𝐙𝐙𝐀 𝐄 𝐃𝐄𝐂𝐎𝐑𝐎 𝐔𝐑𝐁𝐀𝐍𝐎: 𝐀𝐏𝐏𝐑𝐎𝐕𝐀𝐓𝐎 𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐎𝐆𝐄𝐓𝐓𝐎 “𝐏𝐑𝐄𝐒𝐈𝐃𝐈𝐎 𝐄 𝐓𝐔𝐓𝐄𝐋𝐀”, 𝐆𝐔𝐀𝐑𝐃𝐈𝐄 𝐆𝐈𝐔𝐑𝐀𝐓𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐑𝐀𝐅𝐅𝐎𝐑𝐙𝐀𝐑𝐄 𝐋𝐀 𝐕𝐈𝐆𝐈𝐋𝐀𝐍𝐙𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝐏𝐀𝐓𝐑𝐈𝐌𝐎𝐍𝐈𝐎 𝐂𝐎𝐌𝐔𝐍𝐀𝐋𝐄
Comunicato stampa
GIAN ANTONIO STELLA, DANIELE CAPEZZONE, ALESSIA MORANI E YLENJA LUCASELLI A “FILOROSSO”
Comunicato stampa
LUNEDI’ 10 AGOSTO 2026, ORE 21.15 SU RAI 3 E RAIPLAY
Lo scontro tra Italia e Spagna sulla gestione delle frontiere e il crescente allarme per la violenza giovanile saranno al centro della nuova puntata di “Filorosso”, in onda lunedì 10 agosto, alle 21.15 su Rai 3 e RaiPlay. Antonino Monteleone, con Adele Grossi, analizzerà i principali fatti della settimana attraverso approfondimenti, testimonianze e ospiti in studio.
Nella prima parte, con al centro i temi caldi di attualità, interverranno i giornalisti Gian Antonio Stella (Corriere della Sera), Alberto Negri (Il Manifesto) e il direttore de “Il Tempo”, Daniele Capezzone, oltre al tenente colonnello Gianfranco Paglia.
La trasmissione tornerà anche questa settimana sul tema della crescente diffusione della violenza tra i giovani e il recente disegno di legge per la prevenzione del disagio giovanile. Ospiti in studio saranno l’esponente del Partito Democratico, Alessia Morani, la deputata di Fratelli d’Italia, Ylenja Lucaselli, Francesca Pascale e l’ex sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.
La puntata approfondirà inoltre gli ultimi sviluppi del caso Garlasco. Interverranno, tra gli altri, l’avvocato Antonio De Rensis, la criminologa Anna Vagli, l’avvocato Massimo Lovati, il generale Luciano Garofano, il biologo forense Ugo Ricci, il criminologo Simone Borile e la content creator Francesca Bugamelli.
“CINEMA ITINERANTE: LA MAGIA DEL CINEMA NEI BORGHI DEL LAZIO” PROGETTO IDEATO DA CINEMA PALMA E LABORATORIO 109 ETS
Comunicato stampa
AL VIA DA OGGI, 11 AGOSTO
E FINANZIATO DALLA REGIONE LAZIO
Il cinema itinerante arriva nei borghi del Lazio.
Da oggi – 11 agosto – sino al 6 settembre, dieci comuni ospiteranno altrettante proiezioni gratuite di grandi classici del cinema italiano, in piazze, spiagge e parchi: luoghi di particolare bellezza che, per una sera, si trasformeranno in arene cinematografiche sotto le stelle.
È “Cinema Itinerante: la magia del cinema nei Borghi del Lazio”, progetto ideato dallo storico Cinema Palma di Trevignano Romano e dal Laboratorio 109 ETS e realizzato grazie al finanziamento della Regione Lazio.
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di portare la magia del cinema in territori privi di sale cinematografiche e, attraverso il grande schermo, valorizzare il patrimonio storico, artistico e paesaggistico dei piccoli borghi, offrendo al pubblico un’esperienza culturale gratuita e di qualità.
Prima tappa del progetto stasera ad Arpino, ultima il 6 settembre a Roccantica, con dieci proiezioni che attraverseranno alcuni tra i più affascinanti borghi del Lazio e una selezione dei più grandi classici della storia del cinema italiano: film senza tempo, capaci di emozionare spettatori di generazioni diverse e di rinnovare, ogni sera, la magia del grande schermo.
Immaginate una piazza di un piccolo borgo, una serata estiva, il cielo stellato, le persone riunite davanti a un grande schermo: inizia la magia del cinema e ogni luogo si trasforma in un’esperienza condivisa.
IL PROGRAMMA
|
Data |
Comune |
Film |
|
11 agosto |
Arpino |
Splendor |
|
14 agosto |
Bracciano |
Il Marchese del Grillo |
|
18 agosto |
Carpineto Romano |
Un sacco bello |
|
21 agosto |
Calcata |
Il Postino |
|
27 agosto |
Capranica |
Non ci resta che piangere |
|
31 agosto |
Stimigliano |
Febbre da cavallo |
|
3 settembre |
Bassano Romano |
Bianco, Rosso e Verdone |
|
4 settembre |
Paliano |
Febbre da cavallo |
|
5 settembre |
Manziana (Ex Motosi) |
Un sacco bello |
|
6 settembre |
Roccantica |
Lo chiamavano Trinità |
“Voli Imprevedibili”, tutto esaurito alla Cittadella per l’omaggio a Franco Battiato
Comunicato stampa
Porto di Civitavecchia, effettuato il primo rifornimento di GNL a una nave da crociera
Riceviamo e pubblichiamo
Come la Terapia Manuale Viscerale rivoluziona la Riabilitazione. Ne parliamo con il Dott. Giulio Pancani
Intervista di Marialuisa Roscino
Spesso pensiamo alla fisioterapia come a una disciplina focalizzata esclusivamente su muscoli, articolazioni e ossa. Tuttavia, il corpo umano è un sistema integrato in cui gli organi interni giocano un ruolo fondamentale nella postura e nel movimento.
Oggi parliamo di Terapia Manuale Viscerale, un approccio che agisce sulla mobilità degli organi per trattare non solo disfunzioni digestive, ma anche dolori muscoloscheletrici, tensioni pelviche, favorendone in modo efficace il recupero.
Per saperne di più e capire come questa tipologia di trattamento manuale possa influenzare in modo diretto la postura, la biomeccanica muscolo-scheletrica e il benessere generale di tutto il corpo, ne abbiamo parlato con il Dott. Giulio Pancani, fisioterapista specializzato in riabilitazione nelle cefalee e in Terapia Manuale Viscerale, co-fondatore e responsabile dello Studio Fisioterapico Cipro.
Dott. Pancani, cos’è la Terapia Manuale Viscerale e in che modo un organo interno può limitare o influenzare la postura e i dolori muscolari?
La Terapia Manuale Viscerale (VMT) è un approccio di terapia manuale (di origine osteopatica e integrato nella fisioterapia moderna), basato sull’applicazione di manovre delicate o profonde volte a migliorare la mobilità e la motilità degli organi interni, a rilasciare le tensioni fasciali e a modulare la segnalazione dolorosa. Un organo interno può influenzare la postura e la muscolatura perché non vive “isolato”: è legato alle strutture scheletriche da legamenti, pieghe peritoneali e connettivo fasciale. Se un viscere perde la sua naturale mobilità fisiologica (a causa di interventi chirurgici, aderenze o infiammazioni come quelle intestinali), la tensione fasciale che ne deriva si ripercuote direttamente sul sistema muscoloscheletrico. Questo porta il corpo ad adottare posture di compenso per “proteggere” la zona viscerale tesa, sovraccaricando i muscoli e le articolazioni circostanti. Non tutti i dolori dipendono da una disfunzione viscerale. La Terapia Manuale Viscerale rappresenta uno strumento aggiuntivo all’interno di un percorso fisioterapico completo e non sostituisce gli altri approcci riabilitativi. (Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).
Spesso i pazienti arrivano con lombalgie croniche o dolori pelvici che non rispondono alla sola fisioterapia “convenzionale”: qual è il legame nascosto tra la colonna vertebrale e i visceri?
Il corpo funziona come un sistema integrato. Nel nostro corpo la fascia, che è come una pellicola tridimensionale che avvolge tutte le strutture anatomiche, è il principale punto di unione tra i vari sistemi. Per fare capire il concetto di fascia ai miei pazienti faccio un semplice esempio pratico: metto in tensione leggermente la loro maglietta dall’addome, così possano percepire una risposta anche sul collo. Questo è un esempio banale di come una tensione fasciale ad esempio a livello del fegato possa sovraccaricare la zona cervicale o lombare. Quando un organo presenta una ridotta mobilità o una condizione infiammatoria persistente, il sistema nervoso può modificare il tono della muscolatura circostante come meccanismo di protezione. Nel tempo, questo aumento della tensione può contribuire al mantenimento del dolore lombare o pelvico, soprattutto se associato ad altri fattori come sedentarietà, stress, precedenti episodi dolorosi o ridotta attività fisica. Le revisioni scientifiche più recenti suggeriscono che la Terapia Manuale Viscerale possa rappresentare un’integrazione utile, in particolare nei pazienti con lombalgia cronica, soprattutto quando viene associata a un programma di esercizio terapeutico e fisioterapia convenzionale.
(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).
Dal punto di vista anatomico, in che modo un organo interno, come l’intestino o l’utero, riesce a influenzare la colonna vertebrale o la pelvi, generando un dolore che il paziente avverte nei muscoli o nelle articolazioni?
Gli organi non sono strutture isolate, ma sono sospesi e collegati attraverso un sistema continuo di fasce, legamenti e membrane che permette loro di muoversi durante la respirazione e i movimenti quotidiani. Quando queste connessioni perdono mobilità, possono modificare le tensioni trasmesse alle strutture vicine, influenzando il comportamento biomeccanico della colonna lombare, del bacino e dell’anca. Questo non significa che il viscere sia sempre la causa diretta del dolore, ma che possa rappresentare uno dei fattori coinvolti nel quadro clinico. Per questo motivo, il fisioterapista valuta sempre il paziente nel suo insieme, considerando contemporaneamente apparato muscoloscheletrico, funzione viscerale, respirazione e movimento. Per fare un esempio pratico, gli organi come l’intestino o l’utero sono ancorati direttamente alla parete posteriore dell’addome, alla colonna lombare e alla cavità pelvica attraverso i loro mesenteri e legamenti. Se, ad esempio, l’intestino presenta una tensione fasciale o la pelvi soffre per aderenze uterine, queste strutture tese trazionano meccanicamente la colonna o le articolazioni sacro-iliache. Ciò limita il range di movimento (ROM) e costringe i muscoli paravertebrali o glutei a un iper-lavoro di stabilizzazione, trasformando la tensione interna in uno spasmo muscolare o in una rigidità articolare dolorosa. È importante sottolineare che le attuali evidenze suggeriscono un possibile ruolo di questi meccanismi, ma la ricerca è ancora in evoluzione e sono necessari ulteriori studi di elevata qualità metodologica.
(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).
Dal punto di vista neurologico e fasciale, cosa accade nello specifico quando il sistema nervoso riceve un segnale di tensione da un viscere e lo “reindirizza” verso la schiena?
Il sistema nervoso riceve continuamente informazioni sia dagli organi interni, sia dall’apparato muscolo scheletrico. A livello del midollo spinale, le afferenze nervose provenienti dai visceri e quelle provenienti da muscoli, articolazioni e cute possono convergere sugli stessi neuroni. Questo fenomeno, noto come convergenza viscero-somatica, può contribuire a fare percepire come muscoloscheletrico un dolore che ha origine da una sofferenza viscerale.
Parallelamente, il sistema fasciale rappresenta una rete continua che collega i diversi distretti del corpo. Un’alterazione della mobilità di un viscere può modificare le tensioni trasmesse ai tessuti circostanti, influenzando il controllo motorio e la distribuzione dei carichi. In questi casi, il trattamento manuale mira a ripristinare la mobilità dei tessuti e ad associarla a un percorso riabilitativo attivo, con esercizi specifici e rieducazione del movimento.
(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).
Qual è il meccanismo attraverso cui una sofferenza viscerale può trasformarsi nel tempo in una tensione muscolare cronica e dolorosa?
Quando uno stimolo proveniente da un viscere persiste nel tempo, il sistema nervoso può mantenere uno stato di aumentata protezione, con un incremento del tono di alcuni gruppi muscolari e una riduzione della loro capacità di rilassarsi completamente. Il paziente tende così ad assumere schemi di movimento compensatori, spesso inconsapevoli, che alterano la biomeccanica del tronco e del bacino. Con il passare del tempo possono comparire rigidità, limitazioni funzionali e dolore persistente, non tanto per un danno del muscolo, quanto per un adattamento prolungato del sistema neuromuscolare. La Terapia Manuale Viscerale, quando inserita in un programma riabilitativo completo, può contribuire a interrompere questo circolo vizioso migliorando la mobilità dei tessuti e facilitando il recupero funzionale. Le revisioni sistematiche indicano benefici soprattutto nel dolore e nella disabilità dei pazienti con lombalgia cronica, pur evidenziando che la qualità delle prove disponibili è ancora moderata o bassa.
(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review,2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).
L’approccio viscerale offre anche un supporto importante nella salute della donna, dai dolori mestruali fino alla gestione delle tensioni in gravidanza: come agisce in particolare la terapia manuale viscerale in questi contesti specifici?
In ambito ginecologico e urogenitale, la Terapia Manuale Viscerale (ovviamente inserita in un percorso multidisciplinare) agisce riducendo la rigidità fasciale e migliorando la mobilità e l’irrorazione sanguigna dei tessuti pelvici (utero, ovaie, vescica). Gli studi clinici hanno dimostrato l’efficacia di queste tecniche: ad esempio, è stato evidenziato come la manipolazione viscerale sia in grado di produrre un miglioramento statisticamente significativo nella gravità dei sintomi legati al ciclo mestruale e al dolore pelvico (come ad esempio nelle donne affette da sindrome dell’ovaio policistico o dismenorrea). Agendo dolcemente sulla fascia addominale e pelvica, si riduce la stasi venosa e si decomprimono i plessi nervosi, alleviando non solo i crampi uterini, ma anche i dolori riflessi alla fascia lombare e al bacino tipici delle fasi del ciclo o della gravidanza. Per quanto riguarda la gravidanza, è fondamentale adottare un approccio prudente e personalizzato. L’obiettivo non è intervenire direttamente sull’utero, ma favorire il comfort della futura mamma attraverso tecniche delicate rivolte alle strutture muscolari, fasciali e respiratorie che possono andare incontro a sovraccarico durante la gestazione.
(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).
Come si integra la terapia viscerale all’interno di un percorso di riabilitazione globale e quali riscontri clinici efficaci si osservano più frequentemente nella pratica quotidiana?
La valutazione fisioterapica dovrebbe partire a mio avviso dal problema principale del paziente e considerare movimento, funzione muscoloscheletrica, e in secondo luogo valutare con test specifici eventuali tensioni fasciali associate. La letteratura scientifica più recente suggerisce che la Terapia Manuale Viscerale dia i migliori risultati quando viene integrata come supporto alla fisioterapia convenzionale (es. esercizio terapeutico, terapia manuale ortopedica e rieducazione posturale). Nei trial clinici analizzati dalle ultime revisioni sistematiche, l’aggiunta della terapia viscerale al trattamento standard ha mostrato:
-Una riduzione del dolore clinicamente significativa (con cali superiori ai 2 punti nelle scale del dolore NPRS/VAS);
-Un miglioramento della mobilità della colonna lombare e delle capacità
funzionali;
– Effetti positivi e duraturi a lungo termine sul dolore lombare (fino a 52 settimane di follow-up);
– Benefici secondari anche su stati di ansia/depressione correlati al dolore cronico e su sintomi digestivi concomitanti (come il reflusso gastroesofageo o la dispepsia). Bisogna tuttavia, evidenziare che le prove scientifiche disponibili sono ancora limitate e richiedono studi di maggiore qualità.
(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).
In che modo, cambia l’intervento del fisioterapista grazie all’introduzione della Terapia Manuale Viscerale?
La terapia manuale viscerale permette al fisioterapista di passare da una visione squisitamente localizzata del dolore a un approccio sistemico e globale. Nello screening iniziale, il fisioterapista non indaga solo traumi, posture o forza muscolare, ma approfondisce la storia clinica del paziente ricercando ad esempio precedenti interventi chirurgici addominali o pelvici (possibili aderenze cicatriziali), presenza di disturbi gastrointestinali (IBS, stitichezza, reflusso) o ginecologici, risposte del tessuto viscerale alla palpazione. Questo permette di identificare i pazienti, in cui la componente viscerale è primaria o concorrente, evitando trattamenti ortopedici infruttuosi o incompleti e impostando un piano terapeutico cucito su misura, “ad personam”. Allo stesso modo, questo non significa però, che ogni dolore muscoloscheletrico debba essere interpretato come un problema viscerale. Al contrario, la letteratura invita alla prudenza: gli studi disponibili utilizzano tecniche, pressioni, durata e numero di sedute molto differenti e non esiste ancora un protocollo universalmente validato. Per questo, considero l’approccio viscerale uno strumento aggiuntivo da utilizzare, quando indicato, all’interno di un quadro clinico definito e di un progetto riabilitativo individualizzato.
(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).
Spesso, chi ha dolore tende a immobilizzarsi, il che peggiora la rigidità. Quali consigli si sente di dare in merito?
L’immobilizzazione dettata dalla paura del dolore (la cosiddetta kinesiofobia) è uno dei principali nemici della guarigione. L’inattività peggiora la rigidità muscolare, riduce la circolazione sanguigna e riduce la motilità stessa degli organi interni, aggravando il problema viscerale. L’obiettivo deve essere quello di accompagnare progressivamente il paziente verso il movimento e il recupero delle attività quotidiane, adattandoli naturalmente alla sua condizione clinica e alla causa del dolore.
Eclissi di Sole
Eclissi di Sole
Per capire davvero cosa accade durante una eclisse di Sole, proviamo a immaginare per un istante una Terra ferma, immobile nello spazio, mentre tutto il resto le ruota attorno a velocità diverse. È una semplificazione brutale, ma è utile: ci aiuta a descrivere i movimenti celesti così come li vediamo dal nostro punto di osservazione.
Questi moti sono regolari e prevedibili e per secoli l’umanità ha creduto fosse il cielo a muoversi attorno a una Terra immobile. In un certo senso, l’intuizione non era del tutto ingenua: nessuna osservazione diretta ci ha mai mostrato la Terra muoversi rispetto a uno spazio assoluto. Il celebre esperimento di Michelson e Morley, nel 1887, fu concepito proprio per misurare quel moto attraverso il presunto “etere” cosmico, e diede un sorprendente risultato negativo. Da quel fallimento nacque una grande rivoluzione scientifica: la velocità della luce venne riconosciuta come costante universale, aprendo la strada, pochi anni dopo, alla teoria della relatività.
Il moto assoluto della Terra nello spazio non è mai stato “visto” in presa diretta, il suo moto di rivoluzione attorno al Sole è oggi dimostrato da prove osservative indirette: l’aberrazione della luce stellare, scoperta da Bradley nel 1727, e la parallasse stellare, misurata per la prima volta da Bessel nel 1838. Paradossalmente, il fatto che la Terra non sia piatta è a sua volta dimostrato da una quantità enorme di prove alla portata di chiunque: dalle navi che scompaiono all’orizzonte, scafo prima e vela dopo, alle ombre diverse misurate da Eratostene ad Alessandria e Siene già nel III secolo a.C. o la diversa posizione del Sole nei punti diversi del pianeta allo stesso orario (basta una chiamata ad un amico che si trovi a una longitudine diversa). I terrapiattisti, insomma, si scontrano con un’evidenza sperimentale schiacciante, molto più solida di quella che per secoli mancò a sostegno del moto della Terra attorno al Sole, prima che Bradley e Bessel la fornissero definitivamente, dando torto a Tolomeo e ragione a Copernico.
Perché avviene un’eclissi di Sole
Un’eclissi solare si verifica quando la Luna si interpone tra la Terra e il Sole, proiettando la propria ombra sul nostro pianeta. È un allineamento fortuito e precisissimo, possibile solo al novilunio, quando la Luna ci mostra il suo volto non illuminato: il celebre “dark side of the Moon”, che non è affatto il lato che non vediamo mai (quello, semmai, si chiamerebbe “lato nascosto”), ma semplicemente la faccia che ci mostra sempre ma che, in quel momento, si trova in ombra.
La vera magia dell’eclissi nasce da una coincidenza cosmica quasi perfetta: il Sole ha un diametro circa 400 volte più grande di quello della Luna, ma si trova anche a una distanza circa 400 volte maggiore. Le due proporzioni praticamente si compensano e il risultato è che, visti dalla Terra, Sole e Luna hanno quasi lo stesso diametro apparente in cielo.
Quel “quasi” non è un dettaglio trascurabile: è sempre un’approssimazione, mai un’uguaglianza esatta. Le orbite di Terra e Luna sono ellittiche, non circolari: la distanza Terra-Luna varia tra perigeo e apogeo, e quella Terra-Sole tra perielio e afelio. Per questo i due dischi, in cielo, non coincidono mai perfettamente. A volte la Luna, più vicina, appare leggermente più grande del Sole e lo copre del tutto: è l’eclissi totale, con la corona visibile tutt’intorno. Altre volte, più lontana, appare leggermente più piccola, e resta scoperto un sottile anello di luce diretta: è l’eclissi anulare, meno spettacolare perché il cielo non si oscura del tutto e la corona resta invisibile, sovrastata dalla luce solare residua. Se il nostro satellite fosse, in media, sensibilmente più piccolo, più grande, più lontano o più vicino di quanto è, la quasi perfezione della totalità non esisterebbe mai.
Osservando il cielo, a causa della giornaliera rotazione terrestre, vediamo Sole e Luna spostarsi verso ovest, dove tramontano. Tuttavia, se la Terra non ruotasse o, per la nostra sopravvivenza, se prendessimo a riferimento lo sfondo delle “stelle fisse”, ci accorgeremmo che sia il Sole sia la Luna sembrano spostarsi nel cielo verso est: per il Sole è un moto fittizio, il riflesso apparente della rivoluzione annuale, reale, della Terra attorno ad esso; per la Luna è invece un moto mensile reale, il suo effettivo giro in orbita attorno alla Terra. In ogni caso, il moto della Luna è molto più veloce: compie il proprio giro in circa 27,32 giorni (il mese siderale), contro i 365,242 giorni che il Sole impiega ad apparire di nuovo nello stesso punto rispetto alle stelle (l’anno solare). Il risultato è che, circa ogni 29,53 giorni, il cosiddetto mese sinodico, quello che scandisce il ritorno del novilunio, il disco lunare “raggiunge e sorpassa” quello solare, muovendosi da ovest verso est. È proprio nel momento del sorpasso, quando l’allineamento è perfetto, o quasi, che si ha una eclissi.
Perché non avviene ogni mese
Il motivo per cui, pur passando la Luna davanti al Sole a ogni novilunio, non assistiamo a un’eclissi ogni mese è che l’orbita lunare è inclinata di circa 5° rispetto al piano dell’orbita terrestre, l’eclittica. Quasi sempre, dunque, l’ombra della Luna passa un po’ sopra o un po’ sotto la Terra, mancando il bersaglio.
Proviamo comunque a immaginare la scena da lontano: a ogni novilunio, il cono d’ombra della Luna punta sempre verso una regione di spazio vicina alla Terra, ma colpisce davvero la superficie del pianeta solo quando la Luna, in quel momento, si trova anche in prossimità di uno dei due punti in cui la sua orbita inclinata incrocia l’eclittica: i cosiddetti “nodi lunari”. Per questo le eclissi restano eventi rari e preziosi: l’ombra della Luna deve cadere proprio lì dove viviamo, non più sopra o più sotto, ma non sempre lo fa.
Ogni quanto avvengono: il ciclo di Saros
Le condizioni per un’eclissi si ripresentano con un ritmo affascinante e antichissimo: il ciclo di Saros, lungo 18 anni, 11 giorni e 8 ore, il tempo necessario perché Sole, Terra e Luna tornino in una configurazione geometrica quasi identica, producendo un’eclissi “gemella” della precedente. Questo significa che un’eclissi si ripete con caratteristiche molto simili, stesso tipo (totale, anulare, parziale), simile durata, un Saros dopo. Il ciclo di Saros è probabilmente la scoperta astronomica pratica più antica e più elegante mai fatta senza l’uso di telescopi.
Le famose “8 ore” in più rispetto ai 18 anni e 11 giorni netti sono il dettaglio cruciale: corrispondono a un terzo di giorno, quindi ogni eclissi successiva dello stesso ciclo avviene circa 8 ore dopo, cioè in un punto della Terra spostato di circa 120° di longitudine verso ovest. Per questo la stessa identica eclissi, visibile circa dallo stesso luogo, si ripropone solo dopo tre Saros, ovvero circa 54 anni, un periodo chiamato “exeligmos”.
Il Saros nasce dall’incontro quasi perfetto di tre diversi periodi con cui si può misurare il movimento della Luna:
Il mese sinodico (29,53 giorni): il tempo tra due noviluni successivi, necessario perché ci sia allineamento Sole-Luna-Terra.
Il mese draconico (27,21 giorni): il tempo tra due passaggi della Luna per lo stesso nodo della sua orbita (i punti in cui l’orbita lunare, inclinata di circa 5° rispetto a quella terrestre, attraversa il piano dell’eclittica), necessario perché l’allineamento avvenga vicino a un nodo, condizione indispensabile per un’eclissi.
Il mese anomalistico (27,55 giorni): il tempo tra due passaggi della Luna al perigeo, che influenza la dimensione apparente della Luna e quindi se l’eclissi sarà totale o anulare.
Il calcolo è sorprendente: 223 mesi sinodici ≈ 239 mesi anomalistici ≈ 242 mesi draconici ≈ 6.585,3 giorni.
Il merito storico va ai caldei/babilonesi, che nell’ultimo millennio a.C. tenevano registri astronomici meticolosi (le “tavolette diario”) su centinaia di anni. Osservando pazientemente le date delle eclissi nel tempo, soprattutto quelle lunari, notarono empiricamente che si ripetevano a intervalli regolari, senza comprenderne la causa geometrica in termini moderni, ma abbastanza da poterle prevedere.
Il nome “Saros” fu in realtà attribuito (erroneamente, per un fraintendimento di un termine babilonese diverso) da Edmond Halley nel XVIII secolo, che lo prese da Svida, un’enciclopedia bizantina medievale. Il termine bizantino, a sua volta, derivava da una parola sumero-accadica che indicava un numero (3600), non il ciclo stesso, ma l’etichetta è rimasta ed è entrata nell’uso astronomico moderno.
Il calcolo moderno del Saros si fa oggi confrontando con precisione i tre periodi lunari sopra citati tramite l’osservazione ed effemeridi moderne, ma il principio resta lo stesso intuito empiricamente dai babilonesi: contare, con pazienza, quando il cielo si ripete.
Totale, parziale, nulla: perché cambia da zona a zona
La Luna è piccola e la sua ombra è stretta: non può coprire tutto il pianeta in una volta. Nella fascia di totalità, ristretta a poche centinaia di chilometri, il Sole viene oscurato completamente e il cielo si fa scuro come al crepuscolo (perché arriva comunque ancora un po’ di luce dalle pur lontane zone in cui l’eclissi è solo parziale). In cielo si osserva, a occhio nudo, un disco nero (la Luna) che copre il Sole, ma la cui corona è osservabile in maniera spettacolare.
Dalle zone circostanti si osserva un’eclissi parziale, perché il disco lunare è decentrato rispetto a quello solare e non tutta la luce del Sole è intercettata dalla Luna.
Altrove non si vede nulla, perché l’ombra della Luna non arriva.
È un po’ come puntare una torcia verso una parete: solo una piccola area riceve l’ombra piena (l’umbra), attorno si forma una zona di penombra più sfumata, mentre oltre resta solo la luce piena.
Cosa si vede dalla Terra… e cosa dallo spazio
Da terra, vedremo il Sole trasformarsi in una falce sempre più sottile verso est, fino a scomparire dietro il bordo della Luna che lo sta “sorpassando”, per poi ricomparire pian piano verso ovest. Durante i minuti di totalità apparirà la corona solare: un alone bianco e sottilissimo, normalmente invisibile perché sovrastato dalla luce del Sole diffusa nell’atmosfera.
Se si ha fortuna, può capitare di osservare anche rosse eruzioni solari.
Dallo spazio, gli astronauti vedrebbero invece una macchia scura scivolare sulla superficie terrestre: è l’ombra della Luna in movimento. Guardando direttamente il Sole, inoltre, vedrebbero corona e stelle anche in pieno “giorno”, perché lassù non c’è atmosfera a diffondere la luce solare e a nascondere il resto del cielo, proprio come i fari di un’auto che si “spargono” su un parabrezza sporco, accecandoci, mentre su una strada senza polvere il fascio resterebbe netto e potremmo vedere anche ciò che circonda l’auto, come quando il parabrezza è pulito.
I pericoli per la retina
Guardare il Sole senza protezioni è estremamente pericoloso, anche quando è quasi del tutto coperto. La retina non possiede recettori del dolore: il danno, la cosiddetta retinopatia solare, può verificarsi senza che ce ne accorgiamo, in pochi secondi, e spesso è permanente.
Come osservare in sicurezza:
- usare esclusivamente occhiali certificati ISO 12312-2;
- non usare occhiali da sole, vetri affumicati o pellicole fotografiche: non filtrano a sufficienza i raggi infrarossi e ultravioletti;
- usare telescopi e binocoli solo con filtri solari professionali applicati davanti all’obiettivo;
- solo durante i minuti della totalità piena è possibile guardare verso il Sole a occhio nudo, in sicurezza, e solo in quei minuti.
Se non si ha a disposizione alcuna protezione, è comunque possibile osservare l’eclisse parziale in maniera indiretta: è sufficiente forare un foglio di carta, la luce solare lo attraverserà proiettando la propria immagine su un qualsiasi schermo posto nella parte opposta.
Un effetto divertente è quello di avere più fori, come quelli di uno scolapasta: sullo schermo di osserveranno tante immagini quanti saranno i fori.
Se il meteo è clemente, preparate gli occhiali certificati, andate dove è prevista una eclissi… e lasciate che il cielo vi sorprenda.
Quando sarà la prossima eclisse
Dopo quella del 12 agosto 2026, la prossima eclissi totale visibile dall’Europa arriverà il 2 agosto 2027: la fascia di totalità attraverserà la Spagna meridionale (l’area tra Cadice e Gibilterra), il Nordafrica e il Medio Oriente, fino a raggiungere una durata record di oltre sei minuti nei pressi di Luxor, in Egitto: una delle eclissi totali più lunghe del secolo.
Eclissi storiche, miti e presagi
Le eclissi hanno accompagnato la storia umana ben prima che ne comprendessimo la meccanica, e quasi ogni civiltà ha costruito un racconto per spiegare quell’oscurità improvvisa.
Nel 585 a.C., un’eclissi totale interruppe una battaglia tra Medi e Lidi lungo il fiume Alys: i soldati, terrorizzati dal buio improvviso in pieno giorno, deposero le armi e firmarono la pace. Erodoto racconta che l’evento era stato previsto dal filosofo Talete di Mileto. Se l’aneddoto è autentico, sarebbe la prima predizione scientifica di un’eclissi giunta fino a noi.
Presso i Babilonesi e gli Assiri, in previsione di eclissi ritenute minacciose per il sovrano, si praticava talvolta il rito del “re sostituto” (šar puhi): un uomo veniva incoronato temporaneamente al posto del re, per attirare su di sé la sventura predetta dagli astri.
Nella tradizione cinese, l’eclissi era il momento in cui un drago celeste divorava il Sole: si battevano tamburi e gong per spaventarlo e costringerlo a “restituirlo” al cielo. Un’usanza che, in forme diverse, sopravvive ancora oggi in alcune celebrazioni popolari.
Nella mitologia norrena, erano i lupi Sköll e Hati a inseguire e talvolta raggiungere il Sole e la Luna nel cielo, provocando le eclissi come anticipazione del Ragnarök, la fine del mondo.
Nel Medioevo europeo, le eclissi erano lette quasi sempre come presagi funesti: cronache dell’epoca le associano a morti di sovrani, guerre imminenti o carestie. Un linguaggio simbolico che il cielo, in realtà, non ha mai parlato.
Nel 1919, un’eclissi totale osservata dall’isola di Príncipe al largo delle coste dell’Africa occidentale e in Brasile permise all’astronomo Arthur Eddington di misurare la deviazione della luce delle stelle attorno al Sole, prevista dalla relatività generale: fu la prima conferma sperimentale della teoria di Einstein, e lo rese una celebrità mondiale nel giro di poche settimane.
Altre curiosità
Negli ultimissimi secondi prima e dopo la totalità, la luce del Sole filtra tra le valli del profilo lunare creando le cosiddette “perle di Baily”, e un istante di luce intensissima concentrata in un punto solo: l'”anello di diamante”.
L’elemento elio fu scoperto proprio osservando lo spettro della corona solare durante un’eclissi, nel 1868, anni prima di essere individuato sulla Terra. Il suo nome deriva non a caso da Helios, il Sole.
Durante la totalità la temperatura può scendere di alcuni gradi in pochi minuti e molti animali reagiscono come se fosse calata la sera.
La Luna si allontana dalla Terra di circa 3,8 cm all’anno: tra centinaia di milioni di anni sarà troppo lontana per coprire interamente il disco solare e le eclissi totali smetteranno per sempre di esistere.
La parola “disastro” viene dal greco/latino dis-astro, “cattiva stella”: un’eredità linguistica diretta di quando i fenomeni celesti inspiegabili venivano letti come presagi.
Riccardo Agresti
per la foto si ringrazia Stefano Agresti
La Fanfara della Polizia di Stato incanta il castello di Santa Severa: la musica come presidio di comunità
Il Castello di Santa Severa, ieri sera, è diventato un luogo sospeso tra storia e armonia. Nella cornice della rassegna “Vivi il Castello”, organizzata da LazioCrea e sostenuta dalla Regione Lazio, la Fanfara della Polizia di Stato ha regalato al pubblico un concerto che è andato ben oltre l’esecuzione musicale: un vero e proprio atto di vicinanza alla comunità, un modo diverso di raccontare la sicurezza, la prevenzione e il servizio al Paese.
La platea, gremita nonostante la serata afosa, ha accolto alcuni dei più autorevoli esponenti della Polizia di Stato: il Prefetto Vittorio Rizzi, il Questore di Roma Roberto Massucci, il Prefetto Domenico Cerbone, direttore delle relazioni esterne del Dipartimento, e il Prefetto Mario Viola, direttore dell’Istituto Superiore di Polizia. Accanto a loro, numerose autorità locali, tra cui i sindaci di Santa Marinella Alessio Manuelli e il vice sindaco di Tolfa Mauro Folli, hanno portato i colori delle diverse uniformi, creando un mosaico di presenze che ha reso la serata ancora più solenne.
La Fanfara, diretta con maestria dal Maestro Profili, ha proposto un programma variegato e magistrale: dalla brillante ouverture della Gazza Ladra di Rossini alla marcia trionfale dell’Aida, passando per brani della recente edizione del Festival di Sanremo. Due momenti particolarmente intensi hanno visto protagonista la soprano Martina Paciotti, voce limpida e potente, che ha interpretato con eleganza “Con te partirò” e “Un amore così grande”, prima di guidare l’intera platea nell’esecuzione dell’Inno Nazionale, cantato in piedi da tutti i presenti.
Ma la forza del concerto non è stata solo musicale. Ogni brano è diventato metafora, ogni pausa un messaggio. La Polizia di Stato ha ricordato alcune delle campagne più importanti e attuali:
- la lotta alle truffe agli anziani, un crimine che ferisce prima l’anima e poi il patrimonio, colpendo chi ha più bisogno di fiducia e protezione;
- la campagna contro l’abbandono degli animali, piaga estiva che la Polizia contrasta con sensibilizzazione e controlli;
- la promozione della donazione del sangue, gesto semplice ma essenziale, che salva vite e rafforza la solidarietà;
- la prevenzione degli incidenti stradali, tema su cui la Polizia Stradale lavora ogni giorno, unendo controllo, educazione e presenza sul territorio.
La musica, in questo contesto, è diventata linguaggio universale: un ponte tra istituzioni e cittadini, un modo per raccontare che la sicurezza non è solo norma, ma anche cultura, emozione, responsabilità condivisa. Ogni nota sembrava dire che prevenire significa anche educare, commuovere, far riflettere. La Fanfara, con la sua eleganza sonora, ha trasformato il Castello in un luogo di ascolto collettivo, dove la bellezza diventava strumento di consapevolezza.
Gli organizzatori hanno espresso grande soddisfazione per la riuscita dell’evento, sottolineando come la rassegna “Vivi il Castello” stia diventando un punto di riferimento culturale del territorio. Il concerto della Fanfara ne è stato la conferma: un momento di comunità, di emozione e di identità condivisa.
Ieri sera, a Santa Severa, la Polizia di Stato non ha solo suonato: ha raccontato il proprio impegno attraverso la magia della musica, dimostrando che la sicurezza può essere anche armonia, vicinanza e bellezza. Una serata che resterà nella memoria di tutti i presenti, come una promessa di protezione e di cultura che continua a crescere.
Ludovica Di Pietrantonio, direttore L’agone




