Dal 2017 a oggi sono una ventina le navi impegnate in operazioni di salvataggio in mare coinvolte in procedimenti legali (che spesso neanche arrivano al processo). Quante vite avrebbero potuto salvare le navi delle Ong bloccate in porto?
Β«Cambiano le modalitΓ , ma la limitazione alle navi umanitarie Γ¨ sempre la stessaΒ». Γ Fulvia Conte, coordinatrice del rescue-team della Mare Jonio, a parlare. La nave dellβorganizzazione non governativa (Ong) Mediterranea, attualmente ferma a Venezia, Γ¨ stata bloccata il 25 settembre nel porto di Pozzallo.
La Guardia Costiera ha negato lβimbarco a due membri del team di soccorso: i loro profili professionali, si legge in unaΒ nota, sono ritenuti Β«non compatibili con la tipologia di attivitΓ cui Γ¨ destinata lβunitΓ navaleΒ». La motivazione del blocco risulta inedita, ma Γ¨ in continuitΓ con le politiche italiane ed europee di contrasto alla solidarietΓ .
Β«Non permettere dβimbarcare il personale necessario alle attivitΓ di soccorso, vuol dire impedire lβoperativitΓ della missioneΒ», conferma Conte.
Nellβultimo anno la strategia istituzionale di contrasto al soccorso in mare si Γ¨ spostata dal piano penale a quello amministrativo. Lo scopo Γ¨ sempre quello di bloccare le navi della societΓ civile attraverso cavilli burocratici.
Β«Rispetto a prima, il cambiamento principale Γ¨ che adesso si cerca di non far neanche partire le naviΒ», ribadisce Conte. Un Β«primaΒ» che Mare Jonio e Mediterranea conoscono molto bene. Nellβagosto 2019 la nave approda a Lampedusa con a bordo trentuno migranti (molti dei quali bambini): dopo le operazioni di sbarco, viene sequestrata dalla Guardia di Finanza per aver violato uno dei decreti sicurezza firmati da Salvini.
Insieme al sequestro, le viene comminata anche una multa di trecentomila euro. Β«Allβepoca il braccio di ferro tra istituzioni e organizzazioni non governative riguardava la possibilitΓ di sbarcare o menoΒ», ricorda ancora Conte.
Β«Nel nostro caso lβattesa fuori dal porto durΓ² sei giorni. Noi comunque riuscimmo a far sbarcare subito i soggetti piΓΉ vulnerabili: donne, bambini, minori non accompagnati e due persone che erano in condizioni di salute molto graviΒ». I naufraghi restanti attesero altri sei giorni insieme allβequipaggio prima che la nave entrasse nelle acque territoriali italiane.
Β«Lβaccesso alle acque territoriali di uno stato, per chi opera soccorso in mare, non dovrebbe essere percepito come una minaccia alla sicurezza e allβordine pubblicoΒ», lamenta Giorgia Linardi, portavoce dellβOng Sea Watch: Β«Tutto questo stravolge i costrutti basilari del diritto internazionale del mareΒ».
La Sea Watch 4, una delle navi della flotta della Ong battente bandiera tedesca, Γ¨ stata fermata nel porto di Palermo lo scorso 20 settembre: Γ¨ il quinto battello umanitario a essere bloccato dalle autoritΓ italiane da aprile 2020, come ha anche segnalato in unΒ tweetΒ la stessa Ong.
La prima Γ¨ stata la nave battente bandiera tedesca Alan Kurdi, bloccata nel porto di Palermo il 5 maggio; il giorno dopo, il 6, Γ¨ stata fermata anche la spagnola Aita Mari (dellβOng Salvamento MarΓtimo Humanitario); lβ8 luglio Γ¨ stato invece il turno della Sea Watch 3 nel porto di Porto Empedocle; il 22 luglio, infine, la Ocean Viking di Sos MediterranΓ©e Γ¨ stata bloccata a Porto Empedocle in seguito a una lunga ispezione. Solo questβultima Γ¨ stata finalmente liberata il 21 dicembre scorso: dopo cinque mesi esatti.
A questi cinque casi, vanno aggiunti anche i fermi degli anni precedenti:Β datiraccolti dallβAgenzia Europea dei Diritti Fondamentali parlano di ben diciassette navi impegnate in operazioni di salvataggio in mare coinvolte in procedimenti legali tra il 2017 e giugno di questβanno, per un totale di oltre quaranta indagini avviate dagli stati europei.
Nessuna di queste, perΓ², ha raccolto prove sufficienti a far cominciare un processo: sulle navi umanitarie si fa molto rumore per nulla.
Questa stagione di criminalizzazione della solidarietΓ in mare Γ¨ iniziata con il famigerato codice Minniti e non si Γ¨ conclusa con la caduta del governo giallo-verde e le dimissioni di Salvini dal Viminale. Lβalleanza Pd e 5 Stelle le ha dato un nuovo volto. Sulla scia rimangono i casi degli ultimi anni. Ecco i piΓΉ eclatanti.
IUVENTA (AGOSTO 2017)
Β«Nellβagosto del 2017 la Iuventa viene chiamata, durante unβoperazione di salvataggio, a Lampedusa per quello che avrebbe dovuto essere un controllo formaleΒ», ricorda Tommaso Gandini. Allβepoca lβattivista e videomaker si trovava sulla nave dellβorganizzazione tedesca Jugend Rettet come giornalista per il progettoΒ Melting Pot Europa. Β«Arrivati a Lampedusa, abbiamo passato la notte sulla barca e la mattina dopo ci sono stati segnalati il sequestro della Iuventa e le accuse a carico di alcune persone, ancora senza nomi specificiΒ».
Nel 2017 Γ¨ Marco Minniti il ministro dellβInterno. Il 31 luglio, soltanto pochi giorni prima del fermo della Iuventa, lβallora titolare del Viminale aveva sottoposto alla firma delle Ong unΒ codice di condottaΒ che prevedeva, tra le altre cose, lβimpegno delle Ong a non entrare nelle acque territoriali libiche e a non ostacolare lβattivitΓ di Search and Rescue (Sar) da parte della Guardia costiera libica.
Β«Il 2017 Γ¨ stato un periodo molto particolare: per la prima volta venivano instaurati e istituzionalizzati gli accordi con la guardia costiera libicaΒ», prosegue Gandini.
Β«Contemporaneamente iniziavano ad arrivare dei segnali di sfiducia nei confronti delle Ong e si iniziava a instillare il dubbio che ci fossero delle attivitΓ criminaliΒ». Soltanto quattro Ong hanno accettato le condizioni del ministro dellβinterno e, tra queste, non rientravano nΓ© Jugend Rettet nΓ© Medici senza frontiere.
Dβaltronde giΓ prima del 2017 le modalitΓ degli interventi di ricerca e soccorso operati dalle Ong nel Mediterraneo centrale erano rigidamente codificate: innanzitutto dal Diritto internazionale del mare, poi dal Regolamento di Frontex n.Β 656Β del 2014. Β«Allβepoca cβerano una decina di navi attive e nessuna aveva mai avuto noie legali nel realizzare il proprio compito, cioΓ¨ salvare vite in mareΒ», conferma Gandini.
DovrΓ passare un anno dal sequestro della Iuventa prima che vengano resi noti i nomi degli indagati: dieci membri dellβequipaggio rischiano favoreggiamento dellβimmigrazione clandestina. Un reato che in Italia prevede fino a ventβanni di reclusione.
Β«Dallβestate 2018 non abbiamo piΓΉ avuto notizie: il procuratore sta ancora svolgendo le indagini e quando deciderΓ di avere abbastanza informazioni dovrΓ consegnare il fascicolo al Giudice per le indagini preliminari (Gip). Solo a questo punto sapremo se il processo si terrΓ in aula o verrΓ dismesso per mancanza di proveΒ».
Tommaso Gandini ora Γ¨ un membro diΒ Iuventa 10, lβorganizzazione nata per difendere, anche legalmente, i dieci accusati del reato di favoreggiamento allβimmigrazione clandestina.
Con il contributo di avvocati, esperti di oceanografia e diversi tipi di ricercatori universitari, Iuventa 10 ha preparato una lunga memoria difensiva basata su elementi formali, calcoli matematici e ricostruzioni (reperibile sul sito del progettoΒ Forensic Architecture).
Β«Sappiamo di non aver mai avuto contatti coi trafficanti e che quindi questo Γ¨ impossibile da provare, ma siamo anche convinti che, se avessero voluto costruire un teorema apposta, saremmo capaci di smontarloΒ».Β Iuventa 10, dopo essersi occupata delle preoccupazioni legali, ha lavorato per far conoscere il caso.
Β«Non vogliamo parlare solo della nostra storia e difenderci pubblicamente da un sacco di bugie vergognose che sono state dette, ma cβinteressa parlare di quello che succede in mare e piΓΉ generalmente in Europa, rispetto alla criminalizzazione della solidarietΓ e delle migrazioni. Due fenomeni che vanno da sempre di pari passoΒ».
Le indagini della procura del tribunale di Trapani, complice il trasferimento del procuratore che si stava occupando del caso, sono ancora lontane da una conclusione, ma il clamorosoΒ impianto accusatorioΒ presentato alla stampa nelle prime ore non sembra poter reggere.
Nel Mediterraneo centrale il panorama Γ¨ perΓ² oramai irrimediabilmente mutato. Β«Il trend Γ¨ molto chiaro: impedire alle persone di arrivare in Europa a qualunque costo necessario, compreso quello di condannarle a morteΒ», conclude Gandini.
OPEN ARMS (MARZO 2018 β NOVEMBRE 2020)
Β«Nel marzo 2018 Open Arms Γ¨ in mare, quando le viene indicato dalla centrale italiana che ci sono delle imbarcazioni in pericolo davanti alla costa libica. La nave si reca nel luogo indicato per il soccorso e lΓ¬ si verificano alcuni contrasti con i libici. Questi volevano riacciuffare i naufraghi, che ovviamente non volevano tornare indietro e alla fine sono riusciti a salire sulla nave di Open ArmsΒ», racconta lβavvocato Arturo Salerni, legale di Open Arms.
Β«Nella notte tra il 15 e il 16 marzo la nave prosegue verso nord e, in prossimitΓ di Malta, effettua unβevacuazione medica. Malta, come al solito, non dΓ seguito alla possibilitΓ di accoglienza. Open Arms allora si dirige verso lβItalia, che perΓ² le dice di contattare Malta o Spagna. Insomma si resta in questa situazione finchΓ© lβItalia, nella sera del 19 marzo, concede il porto di Pozzallo per lo sbarcoΒ».
Una volta sbarcate le persone soccorse, a Open Arms viene contestato dalla procura catanese il reato di associazione a delinquere finalizzata allβimmigrazione clandestina. Unβaccusa che perΓ² cade quasi immediatamente.
Β«Il processo viene spostato a Ragusa, territorialmente competente per Pozzallo, e qui vengono fatte due contestazioniΒ», illustra lβavvocato Salerni. Β«Violenza privata poichΓ© Open Arms con il proprio comportamento aveva costretto lβItalia e, in particolare, il dipartimento immigrazione del ministero dellβInterno a ospitare delle persone. Trattandosi di minori e richiedenti asilo non potevano, per le nostre leggi e per le convenzioni internazionali, essere respinti. Inoltre veniva contestato il reato di favoreggiamento dellβimmigrazione clandestinaΒ».
GiΓ il Gip prima e il tribunale del riesame poi non convalidano il sequestro della nave disposto a Catania. Β«Si Γ¨ arrivati allβudienza preliminare e noi abbiamo sostenuto che, quando unβautoritΓ Sar vera (non fasulla come quella libica che non esisteva e non esiste tuttora) prende in incarico unβoperazione, secondo la convenzione internazionale che regola il diritto del mare, resta quella lβautoritΓ di coordinamento, salvo che volontariamente non subentri unβaltra autoritΓ Β».
Infine, il 4 novembre 2020, il Tribunale di Ragusa, sentite le parti, ha ritenuto di emettere sentenza di non luogo a procedere perchΓ© il fatto non sussiste per il reato di violenza privata e perchΓ© non punibile, per stato di necessitΓ , il reato di favoreggiamento.
Β«Questo nonostante lβopposto parere della procura della repubblica di Ragusa e dellβAvvocatura dello Stato, che si era costituita per il ministero dellβInterno e per la Presidenza del ConsiglioΒ», sottolinea Salerni. Il quale fa anche notare come la strategia italiana, e non solo, punti a scoraggiare il soccorso in mare rendendo oltremodo lunga e travagliata lβassegnazione di un porto sicuro per chiunque debba far sbarcare individui salvati.
«La logica è disincentivare i salvataggi in mare: non solo boicottando le Ong, ma anche chiunque salvi persone che si trovano in una situazione di pericolo», insiste Salerni. «Così si rendono talmente difficoltosi e onerosi i salvataggi da rischiare che, pur violando le più elementari leggi del mare, i natanti non si fermino: tanti armatori potranno dire ai propri equipaggi di far finta di non vedere, perché se blocchi due settimane una nave crei un danno enorme. Questo tipo di comportamento è potenzialmente criminogeno».
Il caso della Open Arms cade esattamente tra la fine del governo Gentiloni e lβinizio del Conte I: nel passaggio di consegne tra i ministri dellβInterno, ruolo in cui Salvini succede a Minniti, la criminalizzazione della solidarietΓ assume nuove dimensioni.
I decreti sicurezza firmati dal segretario leghista durante i mesi del suo ministero introducono multe fino a un milione di euro per le Ong e lβarresto in flagrante per i capitani che non rispettano lβalt della Guardia di finanza.
Oltre a un rafforzamento degli accordi con la Libia. Β«Ci sono sempre accordi per spostare indietro la frontiera. Respingere in Libia Γ¨ la violazione piΓΉ chiara non solo delle convenzioni internazionali, ma anche della nostra costituzione che, allβarticolo 10, pone il diritto di asilo tra i diritti fondamentali. Invece si applicano purtroppo, alcune volte facendo finta di niente, altre esplicitamente, politiche di segno oppostoΒ», chiosa lβavvocato Salerni.
In questi giorni Open Arms Γ¨ lβunica nave umanitaria nel Mediterraneo, pronta per una nuova missione.
SEA WATCH 4 (SETTEMBRE 2020)
Γ Giorgia Linardi a descrivere come Γ¨ avvenuto, il 20 settembre 2020, il fermo della nave della Ong tedesca. Al governo ci sono giΓ Pd e 5S e al Viminale la ministra Luciana Lamorgese. Il sequestro scatta a seguito di unβispezione straordinaria della Guardia costiera durata oltre undici ore.
Β«Siamo stati fermati nel porto di Palermo, dove la nave si trova tuttβora in stato di fermo amministrativo. Ci vengono contestate carenze riscontrate a bordo della Sea Watch 4, alcune delle quali facilmente risolvibili, cose che si trovano in tutte le navi e altre invece che riteniamo siano politicamente motivate e non risolvibiliΒ».
Paradossalmente allβorganizzazione e allβequipaggio viene contestato di aver messo in pericolo le 353 persone soccorse in piΓΉ operazioni che hanno avuto luogo a partire dal 22 agosto.
Β«Le nostre navi vengono fermate in porto perchΓ© non rispondono a standard di sicurezza sufficientemente elevati e quindi potenzialmente vanno a costituire un pericolo per le persone salvate?Β», continua Linardi: «à veramente subdolo, ipocrita e anche un poβ svergognato parlare di sicurezza delle persone quando si sceglie scientemente di abbandonarle in mare o in mano ai libiciΒ».
Per quanto in numero ridotto, navi delle Ong continuano a pattugliare il Mediterraneo centrale. «Ci sarebbe però bisogno di un dispositivo istituzionale di soccorso. Penso sia chiaro che non è compito delle Ong il soccorso delle persone in mare, ma che le Ong sono lì a colmare un vuoto lasciato delle istituzioni», riconosce Linardi.
Il 5 ottobre, pochi giorni dopo il fermo a Palermo della Sea Watch 4, il Governo italiano ha presentato una serie diΒ modificheΒ ai cosiddetti decreti Salvini. Β«Rispetto al governo precedente, la criminalizzazione del soccorso in mare non Γ¨ piΓΉ uno stendardo propagandistico: si sono quindi abbassati i toni e la minaccia di conseguenze strettamente penali si Γ¨ ridottaΒ», riferisce Linardi, aggiungendo: Β«PerΓ² noi osserviamo un meccanismo per cui si cerca a tutti i costi di eliminare la presenza civile nel Mediterraneo, affinchΓ© non vi sia nessuna testimonianza che esponga e denunci le conseguenze delle politiche di esternalizzazione dellβUnione e di contenimento a tutti i costi delle persone in LibiaΒ».
Strumento di queste politiche si Γ¨ trovata ed essere la Guardia costiera italiana, dopo che per anni ha pattugliato unβarea Sar ben piΓΉ estesa rispetto alla propria. Β«Abbiamo osservato un cambiamento di 180 gradi nellβapproccio della guardia costiera. Prima coordinava tutte le nostre operazioni ed era un punto di riferimento, da loro abbiamo appreso il soccorso in mareΒ», si rammarica la portavoce di Sea Watch: Β«Oggi ci troviamo effettivamente nella situazione in cui la guardia costiera Γ¨ proprio lβorgano esecutore dellβapproccio voluto dal governo e appoggiato dallβUE di ostacolo alla presenza della societΓ civile nel Mediterraneo a tutti i costi, anche al costo di vite umaneΒ».
Lβapproccio ostruzionistico Γ¨ stato dunque traslato dal piano penale a quello amministrativo: si abusa di strumenti legittimi, come le ispezioni, per scongiurare la presenza di navi della societΓ civile in mare.
Β«Il piano amministrativo in qualche modo non va a colpire nessuno fisicamente, a livello individuale non esiste piΓΉ il rischio di pene che possono arrivare alla privazione della libertΓ Β», constata Linardi: Β«Di fatto perΓ² non cambia quello che Γ¨ il risultato di andare a ostacolare, fermare comunque le attivitΓ delle nostre organizzazioni in una maniera poi difficile, lunga e tediosa, come quella del piano amministrativoΒ».
Una strategia che dallβItalia Γ¨ arrivata anche alle sedi delle istituzioni europee, accolta con grande entusiasmo. Β«Questo approccio Γ¨ stato recentemente promosso e appoggiato anche a livello europeo con la pubblicazione della proposta del nuovo patto europeo sulle migrazioniΒ», rivela Linardi: Β«Allβinterno vi Γ¨ un allegato contenente una serie di raccomandazioni rivolte proprio alle ONG in cui la Commissione Europea riprende la linea italiana delle ispezioni e della necessitΓ di garantire determinati standard di sicurezza come pretesto per impedire la presenza della societΓ civile in mareΒ».
Il caso del fermo di Sea Watch 3 e 4 finirΓ ora davanti alla Corte di giustizia europea. Lo ha deciso il 23 dicembre scorso il Tar, rispondendo al ricorso presentato dalla Ong. In quella sede finirΓ sotto processo tutta la strategia dellβattuale governo contro le navi umanitarie basata sulle contestazioni amministrative e sulle richieste di inesistenti certificazioni Β«SarΒ».
Sullo sfondo rimangono i dati diffusi in questi giorni dallβOrganizzazione internazionale per le migrazioni: 3.200 migranti morti in tutto il mondo durante il viaggio; 1.100 nel Mediterraneo; 739 lungo la rotta centrale che unisce Libia e Tunisia alle coste italiane. Quante vite avrebbero potuto salvare le navi delle Ong bloccate in porto?
(DinamoPress)


