La piazza che a Bracciano è chiamata “la rotatoria” ha un nome che ricorda una data importante che nessuno pronuncia per intero: non Piazza 1° maggio, ma Piazza 1° maggio 1945. Non è una differenza di poco conto, perché questa data rileva un passaggio importante della nostra storia: all’indomani della Liberazione, il 1° maggio 1945 si sono ritrovati insieme, scesi nelle piazze, i giovani e gli anziani, donne e uomini.
I giovani non avevano memoria della Festa del lavoro mentre gli anziani ripresero la vecchia abitudine di festeggiarla, perché il regime di Benito Mussolini l’aveva cancellata fin dal 1923, per tutto il periodo del ventennio fascista, spostata al 21 aprile, il Natale di Roma, facendole perdere il suo valore di lotta sindacale. Perché il Primo Maggio è lotta sindacale che nasce da una rivendicazione sfociata in tragedia (maggio 1886 dalle fabbriche di Chicago: otto ore di lavoro, otto di riposo, otto ore per tutto il resto) e anche quest’anno torna, puntuale come una ricorrenza ma che ogni volta va rinnovata se si vuol comprenderne meglio il significato. Le piazze si riempiranno, i palchi parleranno, ma dietro le celebrazioni resta un Paese che fatica a garantire ciò che la Costituzione definisce “fondamento della Repubblica”.
Perché il lavoro è un termine faticoso da spiegare, perché tutti hanno il diritto di averlo, ma deve essere stabile, sicuro, retribuito in modo adeguato. Deve permettere di vivere e non solo di sopravvivere e questo è sempre più difficile da trovare. Spesso quelli che hanno avuto la fortuna di trovarlo, lo pagano con turni infiniti, contratti capestro, retribuzioni che non reggono l’inflazione e con un futuro incerto. Ecco perché questa ricorrenza va festeggiata e allo stesso tempo misurata con le sfide del presente perché spesso si lavora troppo e si guadagna troppo poco, si produce ricchezza senza vederne il ritorno, perché il nostro è un Paese che regge sulle spalle un sistema che continua a chiedere sacrifici senza offrire un futuro migliore, perché milioni di persone vivono ancora nel tunnel dell’infinita precarietà, ancora senza un salario minimo, che non possono permettersi di ammalarsi o di avere una maternità, con i giovani che cambiano quattro/cinque lavori in un anno e cinquantenni che vengono espulsi dal lavoro e abbandonati a se stessi.
Il Primo Maggio sarà ancora l’occasione di ritrovarci, uniti nelle piazze, con i canti e le bandiere che appartengono a una lunga tradizione di lotta, anche per questo motivo sarà l’occasione per non dimenticare l’assenza di pace in tanta parte del mondo, tragedie che tentano di sotterrare la dignità di interi popoli, per non dimenticare i sempre più numerosi casi di violenza di genere e le vittime dei naufragi che tentano di arrivare dall’altra parte del mare, un Primo Maggio dalla parte delle vittime di soprusi e violenze, di tutti coloro che vorrebbero vivere una vita dignitosa, felice e in piena libertà in ogni angolo del mondo.
Nonostante tutto, il Primo maggio non potrà mai essere il giorno della rassegnazione, anche nei momenti più bui della nostra storia, i lavoratori sono stati la speranza del cambiamento, forse proprio perché hanno sempre tentato di rilevare tutto ciò che non funziona, denunciare le ingiustizie, anche a rischio della propria carriera, del benessere personale e, a volte, della propria vita.
L’augurio è che il Primo Maggio possa essere un giorno di dignità ma soprattutto di verità, un giorno in cui guardare, senza barriere ideologiche, quello che siamo e quello che dovremmo diventare. Una Festa dei Lavoratori che non dimentica chi è andato in pensione e chi il lavoro non l’ha mai avuto, chi è stato licenziato e chi l’ha perso improvvisamente cadendo da un ponteggio o inghiottito da un macchinario perché i costi per la sicurezza sono troppo alti. E allora prendiamoci questo Primo Maggio, perché appartiene a chi resiste, a chi ha una testarda forma di speranza, a chi non ha smesso di pretendere un futuro migliore.
Lorenzo Avincola redattore de L’agone


