Francesco De Gregori e il valore del dubbio: perché la sua posizione aiuta a crescere

«Se avessi potuto scegliere tra la vita e la morte, avrei scelto l’America», cantava De Gregori nel 1976. Era la voce di Buffalo Bill, cacciatore del Far West, e l’autore alludeva al disincanto politico degli anni Settanta. I cantautori hanno sempre usato le storie per dire ciò che pensano: Bennato ironizzava che sono solo canzonette, Guccini ci ricordava che però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni. Siamo sempre nell’affannosa ricerca di quello che Franco Battiato chiamava un centro di gravità permanente.

La polemica che ha investito De Gregori nelle ultime settimane è sembrata, a molti, il gesto di un uomo che si ritrae un attimo prima che il mondo gli chieda di esporsi ancora. Come se avesse avvertito la vertigine dell’oggi e avesse scelto di fermarsi sulla soglia, in una sorta di resa alla complessità del presente.

Ma interpretare così la sua posizione significa non aver capito il suo messaggio. La storia musicale di De Gregori non è mai stata una marcia verso il consenso: è stata una sottrazione continua alle semplificazioni mentre oggi viviamo in un tempo che non tollera il dubbio: pretende schieramenti immediati, indignazioni lampo, certezze usa e getta. Chi non si adegua viene sospettato, processato, etichettato.

Il paradosso è evidente: celebriamo il dubbio come valore morale, salvo poi condannare chi lo esercita davvero. Finché un artista mette in discussione le certezze dentro una canzone, lo applaudiamo; se lo fa in un’intervista, diventa un problema. All’improvviso si pretende che parli solo da artista militante, non da cittadino che si pone domande. Eppure ci aveva avvisato: guarda che non sono io. Ascoltare, però, costa fatica.

Ricordo i concerti dei cantautori: alla mia età li ho visti quasi tutti. Al pubblico dava fastidio quando un autore parlava tra una canzone e l’altra; al primo accenno partivano i fischi, perché, si diceva, un artista è lì per cantare, non per fare una conferenza stampa. De André lo ripeteva: spiegare una canzone la impoverisce, perché il brano è già tutto ciò che ha da dire.

Quando De Gregori si è chiesto quali titoli abbia un uomo di spettacolo per impartire lezioni, molti si sono scandalizzati, ma quella domanda ne apriva un’altra: è davvero compito dell’artista trasformarsi sul palco in un attivista, nel portavoce di un’idea?

Senza considerare, aggiungo, che esprimere reiterati slogan politici può aiutare una nobile causa, ma anche migliorare una carriera, soprattutto oggi, dove ogni parola deve essere un segnale, ogni silenzio un sospetto, ogni uscita dal coro una colpa. Il dubbio non è più considerato un atto di onestà intellettuale, ma una mancanza di coraggio, ma chi produce cultura, dovrebbe sapere che è proprio il dubbio a distinguere l’arte dalla militanza, il pensiero dalla propaganda.

De Gregori rinuncia al ruolo di maestro ma questo non vuol dire che si disinteressa della realtà: ci comunica che la responsabilità di una figura pubblica non è solo denuncia, ma anche riflessione. Non si può chiedere a un artista di essere impegnato e poi punirlo quando non coincide con l’impegno che vogliamo. Ci ha voluto ricordare che la cultura deve produrre complessità, sviluppare domande, proporre una visione.

E in un’epoca in cui vince chi fa più baccano, scegliere di non gridare, da parte di un autore che ha narrato che la storia siamo noi in venti album di canzoni, è una forma rara di coraggio. Forse il più grande atto politico che un artista possa compiere oggi.

Lorenzo Avincola

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