Dispute teologiche intorno alla nascita

AVVENTO.Β Il parto verginale di Maria. Tra esaltazione della maternitΓ  e rimozione.

Per secoli il dibattito si Γ¨ snodato intorno al modo in cui la ragazza di Nazareth ha Β«dato alla luceΒ» GesΓΉ.

L’ostilitΓ  verso la materialitΓ  del corpo ha pesato sul vissuto femminile fino alla presa di parola del movimento delle donne

Durante il periodo dell’Avvento, in vari luoghi dell’Occidente cristiano, tra Medioevo ed etΓ  moderna, si celebrava una festa particolare, successivamente scomparsa dal calendario liturgico: quella dell’attesa del parto di Maria,Β Expectatio partus Beatae Mariae Virginis. Il X Concilio di Toledo nel 656 l’aveva fissata nel giorno 18 dicembre, a pochi giorni dal Natale. Una vasta produzione artistica di statue e dipinti fissava questo momento dell’attesa, rappresentando Maria nella pienezza della sua gravidanza, spesso con in mano un libro (simbolo delle Sacre Scritture), o con la mano posata sul ventre, in una postura comune a tutte le donne incinte.

Ma in che modo la Madonna aveva messo al mondo GesΓΉ? In che modo egli era uscito alla luce? Queste domande erano state al centro di un intenso dibattito teologico che si era snodato per secoli, ed avevano una rilevanza tutt’altro che secondaria, in quanto incrociavano frontalmente la questione della natura di Cristo: solo uomo (come sostenevano gli ariani) o solo Dio (come sostenevano i Nestestoriani)? Il Concilio di Efeso (431) aveva infine proclamato la sua duplice natura umana e divina, definendo di conseguenza MariaΒ TheotΓ²kosΒ eΒ DeiparaΒ (madre di Dio); il che rendeva ancor piΓΉ complessa la questione del parto e della nascita: un inghippo esegetico intorno al quale continuarono ad arrovellarsi molti teologi, non senza dispute e conflitti.

IN QUANTO VERO UOMO

egli avrebbe dovuto seguire le leggi della natura e venire al mondo attraverso le vie naturali, come sosteneva, ad esempio, Tertulliano. A far da ostacolo a questa ipotesi stavano perΓ² poderosi contenuti di natura sia culturale che religiosa. Innanzitutto il peso della religione ebraica che coniugava la punizione divina per il peccato originale proprio al parto, caricando l’evento di un’aurea che sanzionava con Eva tutte le sue discendenti. Vero Γ¨ che la Vergine non era stata contaminata dal Β«seme immondoΒ» della concupiscenza e in quanto Immacolata Concezione, cioΓ¨ priva di peccato originale fin dal suo concepimento, era esonerata dalle sofferenze del travaglio; ma nei primi secoli della Chiesa, questa era solo un’ipotesi teologica controversa tra diverse correnti degli Β«immacolistiΒ» e Β«macolistiΒ»; non ancora una veritΓ  di fede, che verrΓ  proclamata come dogma solo nel 1854.
A creare problema era soprattutto una rappresentazione del parto carica di valenze negative che il Cristianesimo ereditava dal mondo antico. Il nascere nel sangue era visto dalla cultura classica e da quella ebraica come causa di impuritΓ ; al sangue impuro dei lochi era attribuito pure un potere malefico e corrosivo, analogo a quello mestruale, secondo un parere condiviso per secoli pure dalla medicina.

AGLI DEI E AGLI EROI

del mito classico erano attribuite infatti altre vie per la nascita, extra-ordinariae: ora dal fianco, come Asclepio o Dioniso, ora dalla testa, come Atena. Perfino il grande Giulio Cesare, secondo una falsa tradizione medioevale, era nato da taglio cesareo (da cui il nome). Questo sguardo disgustato sulla materialitΓ  della nascita si intrecciava, nei primi secoli del Cristianesimo, con il tema degli effetti della caduta del genere umano, di cui proprio le modalitΓ  del parto e della nascita (intra foeces et urinam) diventavano quasi simbolo, non solo nell’elaborazione degli gnostici o dei manichei, ma anche di molti teologi medioevali come Gregorio Magno e Lotario di Segni (papa Innocenzo III).

Come avrebbe potuto il figlio di Dio nascere nel sangue senza risultarne in qualche modo contaminato? Ed inoltre il suo stesso passaggio dalle vie naturali non comportava di per sΓ© un’apertio vulvae, interrompendo la verginitΓ  di Maria, come appunto Tertulliano e altri sostenevano, ipotizzando una verginitΓ  della Madonna nel momento del concepimento, ma non durante o dopo il parto?

Sul parto della Madonna i Vangeli erano piuttosto vaghi: dicevano soltanto che mentre si trovava a Betlemme aveva Β«dato alla luce il suo figlioΒ», avvolgendolo in fasce e ponendolo in una mangiatoria, perchΓ© non c’era posto per loro nell’albergo (Luca, 2,1). Solo due vangeli apocrifi, quello dello pseudo-Matteo e di Giacomo, rifacendosi al profeta Isaia, parlano esplicitamente del parto verginale di Maria, introducendo nel racconto la figura di una levatrice, Zelomi, chiamata da Giuseppe, che, arrivata troppo tardi quando il bambino era giΓ  nato, aveva avuto modo di verificare con la sua visita la verginitΓ  della Madonna, attestando l’evento miracoloso: GesΓΉ Β«non aveva sofferto alcuna contaminazione di sangueΒ»; la partoriente nessun dolore; essa, che aveva concepito vergine, aveva partorito vergine ed era rimasta tale.

FU PROPRIOΒ questa versione dei vangeli apocrifi ad essere ripresa dalla Chiesa.

Si ricorse a un’idea della verginitΓ  nel parto speculare a quella della fecondazione, che confermava l’evento della nascita di Cristo dal corpo della madre, ma modificava al contempo miracolosamente le leggi fisiologiche che normalmente lo regolano. Egli infatti Β«non era stato concepito dal piacere carnale, nΓ© era uscito alla luce attraverso i doloriΒ» (come scriveva Gregorio di Nissa): era venuto al mondo lasciando intatto ilΒ sigillum; aveva attraversato il corpo della madre come un raggio di sole attraversa il vetro, con un’efficace immagine costantemente ripresa. In questo modo la nascita risultava assimilata con una specularitΓ  emblematica alla ri-nascita, all’uscita dal sepolcro che lasciava intatti i sigilli, come spiegava sant’Agostino nell’Enchiridion. Ne risultava rimarcata e arricchita di nuovi attributi anche la contrapposizione tra le due donne: Eva (origine e causa della morte) e Maria (origine e madre della vita).

Questa interpretazione divenne progressivamente maggioritaria a partire dal V secolo, sostenuta da autorevoli teologi come Efren Siro, il Β«poeta della MadonnaΒ», Zeno di Verona, Ambrogio, fino ad esser sancita da vari concili: quello di Calcedonia (451), di Costantinopoli II (553) e quello Lateranense (649). Maria venne dichiarata Aeiparthenos (Β«sempre vergineΒ») e questo appellativo fu inserito nella professione di fede del Concilio Lateranense IV (1215), ripreso poi anche da Paolo IV (1555) nella costituzioneΒ Cum quorundam, dove si riaffermava appunto che Maria era vergine Β«prima, durante e per sempre dopo il partoΒ».

CI SI PUΓ’ CHIEDERE

a questo punto quali conseguenze abbia avuto questa costruzione teologica sul piano del vissuto femminile, nella percezione del corpo, della gravidanza e del parto, per donne cristiane abituate a guardare alla figura della Madonna come modello assoluto.
Non c’è dubbio che abbia introdotto elementi di profonda contraddizione nel vissuto della maternitΓ , scindendone gli aspetti e attribuendovi significati e contenuti simbolici opposti. Se da un lato infatti, con il mistero dell’incarnazione, la nascita acquistava un rilievo speciale a livello simbolico; se la maternitΓ  risultava valorizzata sul piano spirituale e della relazione madre- figlio, con una rottura rispetto al mondo antico di cui Γ¨ impossibile non cogliere la rilevanza; d’altro canto perΓ² il parto rimaneva confinato nel novero delle espressioni corporee indicibili e indegne della madre di Dio.

Questa svalorizzazione della maternitΓ  corporea era destinata ad accentuarsi ancor di piΓΉ dopo il Concilio di Trento, quando le severe disposizioni controriformistiche in materia di raffigurazione delle immagini sacre portarono alla progressiva scomparsa di tutte quelle rappresentazioni artistiche che mettevano in mostra i segni della maternitΓ  corporea di Maria: le Madonne del parto andarono via via sparendo; nella rappresentazione della NativitΓ  la postura della Madonna puerpera fu abbandonata, a vantaggio di quella genuflessa, in adorazione del bambino (come piΓΉ spesso si vede nei presepi) ed anche le mammelle di tante Madonne del latte rientrarono pudicamente nelle vesti.

QUESTA CANCELLAZIONE

dei tratti corporei dal modello ideale di Madre e i contenuti teologici sottesi erano destinati a pesare non poco nell’autorappresentazione e nell’identitΓ  femminile, connotando l’esperienza materna di aspetti ambivalenti. Il tabΓΉ del parto, l’impuritΓ  della puerpera, che escludeva la madre perfino dal battesimo del figlio, non furono scalfiti dalla Β«rivoluzione cristianaΒ», pesando, fino ad un passato molto prossimo, come un’ombra nera sul suo corpo fecondo.
In questo modo la forza, il coraggio e la capacitΓ  delle donne di mettere al mondo restavano avvolti in un alone di vergogna e impuritΓ  che solo in tempi recenti ha cominciato a esser rivisto, grazie al movimento delle donne.

(Il Manifesto)

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