Dimissioni di Zingaretti: Bonaccini non si presti al gioco dell’Araba Fenice dei renzisti

C’Γ¨ da sperare che la decisione apra finalmente la strada a un chiarimento vero sull’identitΓ  e i valori non solo del Pd, ma di una sinistra piΓΉ larga e coesa che vada oltre il Pd.

 

“Mi vergogno che nel Pd da 20 giorni, in piena pandemia, si parli solo di poltrone e primarie…

Non si puΓ² rimanere fermi, impantanati in una guerriglia quotidiana. Visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che dare le dimissioni”.

Nicola Zingaretti si Γ¨ rotto le scatole. Lascia con dignitΓ . E fa bene. Definitivamente o no lo si saprΓ  solo dopo l’Assemblea nazionale del 13 marzo. Ma qualche riflessione si puΓ² giΓ  fare. Il Pd Γ¨ nato male, dal notaio, con separazione dei beni tra Ds e Margherita, piΓΉ che dall’incontro virtuoso tra le culture e i valori della sinistra e del cattolicesimo democratico. Ha proseguito peggio, col “partito liquido” di Veltroni, poi diventato gassoso, che ha perso il suo radicamento nella societΓ  e nei territori, con l’illusione della “vocazione maggioritaria” e con la stagione tragica del renzismo che ha reciso le radici con la sinistra tradizionale, considerata ormai un orpello vintage, e con l’Italia dei piΓΉ deboli e penalizzati dalla crisi economica e dalla globalizzazione. Il job’s act, lo smantellamento della sanitΓ  e della scuola pubblica sono stati l’apice di quella disgraziata stagione, finita con la sconfitta di Renzi al referendum costituzionale del 2016.

Il Pd Γ¨ precipitato dal 41% delle europee al 18% delle ultime politiche, ma Γ¨ rimasto il partito governista e dell’Γ©stablissement per eccellenza, in gran parte controllato da bande di potere che si sentono ancora orfane di Renzi.

Zingaretti ha provato a ridare un’anima e una identitΓ  popolare al partito. Con la conferenza programmatica del 2019 a Bologna ha chiamato Gianni Cuperlo e Fabrizio Barca a delineare il nuovo profilo di sinistra del Pd. Ma quelle idee innovative per una sinistra moderna che faccia dello sviluppo sostenibile, della giustizia sociale e della lotta alle diseguaglianze il proprio perno, non hanno avuto molto seguito, bloccate come sono da visioni contrastanti.

CosΓ¬ come si Γ¨ rivelato finora vano il tentativo meritorio di una rinnovata gestione unitaria del partito da parte del segretario. Le correnti non si sono dissolte e con la nascita del governo Draghi la guerra tra bande Γ¨ ricominciata, piΓΉ subdolamente che mai. Cercando di usare il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, come testa d’ariete per indebolire la linea zingarettiana favorevole all’alleanza con Cinquestelle e Leu e riportare renziani e moderati a riprendersi il partito.

C’Γ¨ da sperareΒ Β che le dimissioni aprano finalmente la strada a un chiarimento vero sull’identitΓ  e i valori non solo del Pd, ma di una sinistra piΓΉ larga e coesa che vada oltre il Pd. E che Bonaccini – eletto ieri governatore per merito della campagna anti-Salvini delle Sardine e oggi in un paio di occasioni stranamente in sintonia con il leader della Lega – non si presti al gioco dell’Araba Fenice dei renzisti. Far prevalere gli interessi personali o di corrente nella situazione che stiamo vivendo sarebbe davvero imperdonabile.

(Globalist)

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