Il 4 novembre si celebra la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, una ricorrenza che rinnova la memoria dei Caduti e rende omaggio alle donne e agli uomini in uniforme, che operano quotidianamente al servizio della collettività e delle istituzioni. Non è soltanto una ricorrenza storica, ma anche un’occasione per rinnovare il sentimento di appartenenza alla comunità nazionale e per riaffermare l’importanza della pace, della libertà e del rispetto delle istituzioni, principi che rappresentano ancora oggi un riferimento essenziale per la crescita civile e democratica della comunità.


La celebrazione si è svolta in piazza IV novembre alla presenza delle autorità civili, militari e religiose, Associazioni Militari e Civili presenti sul territorio lacustre e studenti del 4 B dell’IC Bracciano.






Dopo gli schieramenti e le presentazioni si è passati alla deposizione della corona d’alloro al monumento ai caduti da parte del Col. Marco Cianfanelli e del Sindaco di Bracciano Marco Crocicchi e alla benedizione da parte del parroco di Bracciano Don Francisco.




Presenti il Col. Dario Bovino, Comandante del Centro Storiografico e Sportivo dell’Aeronautica militare di Vigna di Valle, il Comandante della Compagnia dei Carabinieri di Bracciano Cap. Gianluca Verdolino, il Col. Vincenzo Longo, il Col. Michele Fortobraccio, il Ten. Col. Antonio Lamia direttore della cerimonia e le assessore del comune di Bracciano Ida Maria Nesi e Maddalena Coletta.


Le note dell’Inno di Mameli regalano ai presenti momenti di profonda commozione e rafforzano il senso di appartenenza ai valori fondanti della Repubblica, richiamando il rispetto della Costituzione e dei principi che dovrebbero guidare ogni cittadino.




Al termine della cerimonia ha preso la parola il sindaco Marco Crocicchi, che nel suo intervento ha sottolineato l’importanza della memoria e dei valori costituzionali. Il testo del discorso è riportato in allegato.

L’Agone Nuovo ringrazia e si fa portavoce, attraverso i propri strumenti di comunicazione, della diffusione di questo appuntamento.
Giovanni Furgiuele Presidente Associazione Culturale No profit “L’agone nuovo”
Lorenzo Avincola redattore L’agone
Allegato:
Intervento del Sindaco Marco Crocicchi

Autorità civili e militari, rappresentanti delle associazioni, cittadine e cittadini,
ci ritroviamo oggi, davanti a questo monumento, per ricordare la fine della Prima guerra mondiale, rendere omaggio ai caduti ed esprimere la nostra riconoscenza alle donne e agli uomini delle Forze Armate.
Il 4 novembre è una giornata che appartiene alla memoria della nostra Repubblica e alla storia di tante famiglie italiane. Una giornata che ci invita a ricordare, ma anche a riflettere.
Perché ricordare una guerra non significa celebrarla. E onorare chi ha perso la vita non significa necessariamente condividere le ragioni che lo hanno mandato a morire.
La Prima guerra mondiale è stata una tragedia immensa. Milioni di giovani furono mandati a uccidersi nelle trincee, vittime di rivalità tra Stati, ambizioni territoriali e nazionalismi che avevano trasformato l’amore per la propria patria nell’ostilità verso altri popoli.
Proviamo per un momento a pensare a quei ragazzi. Molti avevano appena vent’anni. Avevano lasciato una casa, una famiglia, qualcuno che li aspettava. Non sarebbero mai tornati.
Nel 1917 Papa Benedetto XV ebbe il coraggio di definire quella guerra una «inutile strage». Due parole che ancora oggi ci interrogano sulle responsabilità di chi decise di mandare un’intera generazione a combattere e a morire.
È una riflessione che ritroviamo nelle parole di don Lorenzo Milani, al quale abbiamo recentemente intitolato il Centro civico di Bracciano Nuova.
Nella sua Lettera ai cappellani militari del 1965, don Milani ripercorreva le guerre combattute dall’Italia, dalle imprese coloniali alla Prima guerra mondiale, fino alle aggressioni fasciste, chiedendosi quante fossero state davvero necessarie per difendere la patria.
Ci insegnava che non tutto ciò che viene fatto in nome della patria è giusto. Che amare il proprio Paese non significa considerarlo superiore agli altri. E che la coscienza e la responsabilità individuale non possono essere cancellate dall’obbedienza cieca.
Perché il patriottismo non deve mai diventare nazionalismo. E la memoria dei caduti non deve mai trasformarsi in esaltazione della guerra.
Potremmo pensare che tutto questo appartenga ormai a un passato lontano. Ma basta guardare al mondo di oggi per comprendere quanto quelle parole siano ancora necessarie.
Pochi giorni fa, in Bosnia-Erzegovina, quattro italiani hanno perso la vita in un tragico incidente durante una missione internazionale: Simone Ruggia, Claudio Marchesi, Franco Adriano Zecchillo e Laura Procacci.
Quattro nomi. Quattro vite. Quattro famiglie che da oggi dovranno imparare a convivere con un’assenza.
A loro, ai colleghi e alle persone rimaste ferite va il cordoglio e la vicinanza dell’intera comunità di Bracciano.
La loro morte ci colpisce anche perché avvenuta in una terra nella quale la guerra è finita più di trent’anni fa, ma dove ancora oggi è necessario un impegno internazionale per custodire la stabilità e ricostruire la convivenza.
Perché le guerre non finiscono quando smettiamo di parlarne.
Non finiscono quando scompaiono dalle prime pagine dei giornali, quando si spengono le telecamere, quando l’attenzione del mondo si sposta altrove.
Continuano nelle case distrutte, nelle famiglie divise, nei bambini che crescono portando dentro di sé la paura, nelle ferite che attraversano intere generazioni.
Una guerra può terminare con un accordo, la firma di un trattato. Ma per ricostruire ciò che ha distrutto possono non bastare decenni.
E oggi quelle ferite continuano ad aprirsi in Ucraina, in Palestina, in Sudan e in tante altre parti del mondo.
Di fronte a tutto questo non possiamo rassegnarci. Non possiamo convincerci che la guerra sia un destino inevitabile, qualcosa che appartiene da sempre alla storia umana e al quale dobbiamo semplicemente abituarci.
È ciò che hanno voluto affermare i nostri padri e le nostre madri costituenti quando, dopo le tragedie del fascismo e della Seconda guerra mondiale, hanno scritto nell’articolo 11 della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra».
Non è una formula da ripetere nelle cerimonie. È un impegno che ci chiede di cercare con determinazione la via della diplomazia, della cooperazione e del diritto internazionale.
Un impegno che, come Amministrazione comunale, abbiamo voluto rendere visibile a tutti, esponendo nel punto più alto del nostro Municipio lo striscione R1PUD1A.
Per ricordare a noi stessi, ogni giorno, che quelle parole non appartengono soltanto alla nostra Costituzione, ma devono vivere nelle scelte che compiamo e nella comunità che vogliamo costruire.
Ed è proprio in questo spirito che oggi voglio rivolgere un sincero ringraziamento alle donne e agli uomini delle nostre Forze Armate.
A chi serve il nostro Paese con professionalità e senso del dovere, a chi interviene nelle emergenze, a chi opera lontano da casa, spesso in territori difficili e segnati dai conflitti.
A loro dobbiamo rispetto e riconoscenza. E proprio per questo, noi che abbiamo responsabilità politiche e istituzionali, abbiamo anche un dovere preciso: fare in modo che il loro servizio sia sempre rivolto alla difesa della Costituzione, della sicurezza delle persone e della pace. Mai sacrificato agli interessi di pochi, alle ambizioni di potere o alle logiche della guerra.
Perché il modo migliore per onorare chi serve la Repubblica è impegnarci affinché nessun’altra generazione debba conoscere gli orrori che oggi ricordiamo.
E questo impegno riguarda anche noi, qui a Bracciano. Riguarda le nostre scuole, le associazioni, le famiglie, il modo in cui educhiamo al rispetto e alla convivenza.
E allora, prima di concludere, vorrei che tornassimo con lo sguardo a questo monumento.
Ai nomi incisi sulla pietra.
Dietro ciascuno di quei nomi c’era una persona. Qualcuno che amava e che era amato. Qualcuno che aveva un futuro davanti a sé e che quel futuro non ha potuto vivere.
Forse il significato più profondo di questa giornata è proprio qui.
Non dobbiamo ai morti altre guerre. Dobbiamo loro il nostro impegno per costruire la pace.
Una pace che non sia soltanto assenza di guerra, ma giustizia, libertà, dignità e rispetto della vita umana.
Una pace che non possiamo limitarci ad aspettare, ma che dobbiamo avere il coraggio di costruire, giorno dopo giorno.
Per i caduti che oggi ricordiamo.
Per le quattro vite spezzate pochi giorni fa in Bosnia- Erzegovina,.
Per tutte le vittime delle guerre, di ieri e di oggi.
E per rinnovare, insieme, il nostro impegno a non considerare mai la guerra inevitabile.
Viva la Costituzione! Viva la Repubblica italiana!


