Riceviamo e pubblichiamo
di Luca Lestingi
Superfluo dirlo, in Italia in questi anni è montato un antiamericanismo molto marcato. Le note e drammatiche vicende internazionali di matrice diretta stelle e strisce (dazi, Iran, Groenlandia) e indirette (Ucraina, Israele, Palestina, Libano) non hanno fatto altro che esacerbare un sentimento di forte insofferenza verso il nostro storico alleato.
Un’alleanza sempre più ingombrante, sempre meno tollerata, sempre meno da pari nonostante le solite imbellettate parole di circostanza negli incontri istituzionali. Su questo il presidente Trump ha accelerato senz’altro la degenerazione dei tessuti connettivi diplomatici…
Il famoso cioccolato, il pane bianco (era ormai solo nero di segale), il caffè, l’”OK” ci sono rimasti addosso ancora oggi dopo il luglio 1943 con lo sbarco in Sicilia degli angloamericani nella Seconda guerra mondiale. La famosa chewing gum, italianizzata in “cingomma” o “ciccigomma” o in altri modi familiari, non s’è più staccata da noi.
Ma l’americanizzazione non è stata solo frutto della guerra, iniziò ben prima nei primi decenni del Novecento coi forti flussi migratori verso gli States. Migranti italiani, soprattutto del Meridione d’Italia, andati, spesso senza “arte né parte”, a cercar fortuna negli USA lasciandosi alle spalle una Patria che non poteva più essere una mamma protettrice.
Che avranno detto tutte quelle persone che, lottando e sudando per un lavoro, per un riconoscimento sociale in America, erano riuscite a farsi una piccola posizione e un tesoretto, tanto da spedire orgogliosamente soldi e pacchi alimentari ai parenti in Italia, che avranno detto quando il tracotante Duce dichiarò guerra agli USA l’11 dicembre del 1941?
Combattenti di terra, di mare e dell’aria.
Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.
Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania.
Ascoltate!
È questa un’altra giornata di decisioni solenni nella storia d’Italia e di memorabili eventi destinati ad imprimere un nuovo corso nella storia dei continenti. Le potenze del Patto di acciaio, l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, sempre più
strettamente unite, scendono oggi a lato dell’eroico Giappone contro gli Stati Uniti d’America.
Il tripartito diventa un’alleanza militare che schiera attorno alle sue bandiere 250 milioni di uomini risoluti a tutto pur di vincere! Né l’Asse, né il Giappone volevano l’estensione del conflitto. Un uomo, un uomo solo, un autentico e democratico despota, attraverso a una serie infinita di provocazioni, ingannando con una frode suprema le stesse popolazioni del suo paese, ha voluto la guerra e l’ha preparata giorno per giorno con diabolica pertinacia.
I formidabili colpi che sulle immense distese del Pacifico sono già stati inferti alle forze americane mostrano di quale tempra siano i soldati del Sole Levante. Io dico, e voi lo sentite, che è un privilegio combattere con loro. Oggi il tripartito, nella pienezza dei suoi mezzi morali e materiali, è uno strumento poderoso per la guerra e il garante sicuro della vittoria; sarà domani l’artefice e l’organizzatore della giusta pace tra i popoli.
Italiani e italiane, ancora una volta in piedi siate degni di questa grande ora.
Vinceremo!
[dichiarazione di guerra agli Stati Uniti d’America di Benito Mussolini, 11.12.1941]. E ancora una volta da quel diabolico palcoscenico del balcone di piazza Venezia a Roma, il Duce bissava con gusto in 5 minuti e 5 secondi di discorso la sua esibizione del 10 giugno del 1940 quando, acclamato da una folla “oceanica”, dichiarò guerra alla Francia ed alla Gran
Bretagna. Ma quell’11 dicembre l’oceano era già una pozza d’acqua putrida…
L’America, il sogno del tutto è possibile, del riscatto sociale, della democrazia, del benessere, dell’innovazione tecnologia, della seconda Patria … ora è il nemico! La folle pretesa di combattere contro gli Stati Uniti forse il Duce non l’aveva realizzata nella sua intera portata. Già nel 1940 all’entrata in guerra contro la Francia, l’esercito italiano a malapena riuscì ad arrivare a Mentone (a pochi km da Ventimiglia!).
Solo “grazie” alla potenza della Wermacht l’Italia si poté definire vincitrice. Non solo, ma già nel dicembre 1941 l’Italia fascista
subì più di 10 importanti sconfitte e rovesci militari in tutti i teatri di guerra: Africa orientale italiana (perdita dell’Impero con la resa a Cheren e Gondar), Nord Africa (Tobruk liberata dagli Alleati), la disastrosa campagna di Grecia (Badoglio fu costretto a rassegnare le dimissioni da Capo di Stato Maggiore Generale dell’esercito), Mediterraneo (Punta Stilo nel luglio 1940, Capo
Matapan nel marzo 1941 e il raid di Taranto del novembre 1940). È chiaro che il colossale bluff di Mussolini faceva leva sulle carte della Germania e del Giappone e non tanto su ciò che l’Italia aveva in mano… poco o nulla, giusto una coppia (Re-Duce) di nullo valore.
Dallo sbarco in Sicilia alla liberazione di Roma passarono esattamente 330 giorni. Il calcolo si può basare sulle date storiche ufficiali: lo sbarco alleato in Sicilia (Operazione Husky) iniziò il 10 luglio 1943, mentre l’ingresso delle truppe americane della V Armata del gen. Clark a Roma avvenne il 4 giugno 1944. L’opposizione di Kesselring e dei suoi uomini della Wermacht fu
talmente tenace che l’esercito alleato per fare 750 chilometri (grosso modo Siracusa-Roma) ci vollero appunto 330 giorni che equivale a dire una media di poco più di 2 chilometri al giorno!
330 giorni di massacri, odio, terrore, fame, miseria, torture e umiliazioni causate dalla guerra che, NON DIMENTICHIAMOCI MAI, fu voluta dalla follia nazifascista. Giorni che sarebbero stati ancora più numerosi se non ci fosse stato il prezioso e valoroso sacrificio delle donne e degli uomini della Resistenza che si sono adoperati, fin nel perdere la vita e subire inenarrabili
torture, nell’attaccare le truppe naziste in stazionamento a Roma, nel tagliare le linee di rifornimento, nell’operare nello spionaggio.
E quindi questo antiamericanismo di oggi come lo dobbiamo leggere? Una Nazione solida, matura non dovrebbe aver paura di trattare apertamente il suo passato ed i suoi errori (anche drammatici) e in tal modo non dover essere trattata più da inferiore dai suoi “salvatori”. Quei cimiteri militari disseminati in tutta Italia, pieni di giovani, per lo più ventenni, francesi, inglesi, americani, scozzesi, irlandesi, canadesi, polacchi, sudafricani, indiani e di tutte le altre nazioni che sono venute in Italia a liberarci dal nazifascismo, devono rappresentare ancora oggi il nostro specchio dove guardarci prima di parlare di Storia moderna e delle attuali crisi internazionali.
Ritengo sia assolutamente irrinunziabile essere intimamente legati al sacrificio di quei giovani morti a causa del fascismo così, con questa base, con questo presupposto, da approcciare ogni ragionamento sulla “Colonia italiana” made in USA.
Non solo. L’alleanza/sudditanza americana ha fatto molto comodo alla Chiesa che si è ritrovata protetta da una potenziale vittoria dei comunisti di Togliatti. Ha fatto molto comodo alla Democrazia Cristiana dallo scudo crociato per sviluppare le sue politiche anti-PCI, per adulare latifondiari, borghesi, industriali, il clero, gli ex nobili, i militari, i fascisti mai convertitisi, per
avere aiuti finanziari per il sostentamento degli apparati politici…
L’Italia si è alimentata per decenni da questa nutrice a stelle e strisce. Ed ora? Come leggiamo questo antiamericanismo?
Siamo diventati grandi o smemorati? Siamo diventati vigliaccamente irriconoscenti o subdolamente voltagabbana? I tanti borghesi che sento inveire ora contro gli USA, fino a un decennio fa che dicevano? Quanti vantaggi hanno tratto da questa sudditanza atlantica?
Il presidente Trump ha posto, in un modo che francamente ne avremmo fatto a meno, un aspetto che prima o poi dovevamo affrontare: siamo pronti a recidere il cordone ombelicale americano? Sia pronti a guidare la macchina del nostro futuro non da soli, ma da pari?
Finalmente l’Europa diventerà Stati Uniti d’Europa? Rifiutiamo le tecnocrazie e i tecnogerarchi, ma siamo attratti dalle criptovalute, dai criptovalori e dai criptopoteri? Rincorriamo l’intelligenza militare e l’innovazione artificiale? Siamo ancora
uno stato satellite o vogliamo essere uno stato con satelliti? Vogliamo avere l’energia nucleare o avere l’energia per rinunciare al nucleare? Vogliamo amare una Costituzione che ripudia la guerra o vogliamo fare la guerra alla nostra Costituzione? Che vogliamo fare? Che orizzonte futuro vogliamo delineare?
Gli 80 anni della nostra Repubblica (2 giugno 1946) passano attraverso il nostro territorio: da Gela a Roma, da Ortona a Genova, da Marzabotto a Milano, dal paesino più piccolo e sperduto dell’Appennino fino alla Trieste del 26 ottobre 1954 tornata pienamente italiana. Una Repubblica democratica e non uno stato fascista oppressivo e opprimente, che ha trattato i
giovani come carne da macello e le donne come sguattere e serve.
Ottant’anni di Repubblica non si riassumono in un bilancio. Si attraversano. Il boom che cambiò le case e le strade, le bombe che cambiarono le piazze, le stragi di mafia che cambiarono i tribunali, i disastri del Vajont e di Seveso che cambiarono la normativa ambientale di mezzo mondo. Gli studenti in piazza nel ’68, Falcone e Borsellino nel ’92, il terremoto dell’Irpinia, quello dell’Aquila, quello di Amatrice, la terra che cede e noi lì testardi a ricostruire, ogni volta. E nel mezzo, quattordici premi Nobel: da Quasimodo a Fo, da Levi Montalcini a Rubbia e a Parisi. Una Repubblica che, tra una spallata e l’altra, ha prodotto
bellezza e pensiero. Non male, per un paese che nel 1944 stava ancora raccogliendo i suoi morti.
Impossibile fare un bilancio cristallino ed oggettivo in poche righe. Senz’altro quello attuale è un periodo storico di forte angoscia ed i populismi, nazionalismi, autoritarismi e neofascismi provocano fortissime preoccupazioni. La nostra Repubblica ha retto in qualche modo ai vari eventi e alle varie spallate, anche interne (come ultimo il misero tentativo di quest’anno di
colpire la Costituzione sul tema giustizia), ma a che prezzo? Ci possiamo dire più forti perché abbiamo retto a questi colpi o stiamo diventando sempre più suonati a furia di botte? Antifascismo, Resistenza, Liberazione, Repubblica: non sono parole da targa. Sono la stessa parola, detta in quattro momenti diversi.
E la libertà non si conserva nei musei o nei libri, si consuma, si logora, si perde un pezzo alla volta ogni volta che si preferisce la menzogna comoda alla verità scomoda, ogni volta che si deride di chi la difende come se fosse ingenuo o melenso farlo. Forse è questo il vero rischio: non un colpo di stato, ma una lenta sciatteria collettiva.
Una gomma che non si appiccica più.


