Due cocktail e un pezzo di passato
Gianni stava uscendo dal parcheggio quando una ragazza stupenda gli era passata davanti, distraendolo per un istante. Una frenata secca aveva tagliato l’aria e una voce aveva tuonato:
«Aho! Ma che stai a combina’, mortacci tua…!»
Il mondo si era fermato. Gianni aveva sentito il sangue risalire veloce, consapevole di aver sfiorato un urto. Era sceso dall’auto pronto a chiedere scusa, mentre l’altro conducente sembrava sul punto di esplodere. Ma, come un sipario che si apre, l’uomo, guardandolo, aveva cambiato espressione, ammorbidendo la voce:
«Gianni… ma sei proprio te? Annamo bene!»
Lo stupore aveva attraversato entrambi. Solo allora Gianni aveva riconosciuto quel volto: Michele, l’amico d’infanzia con cui aveva condiviso estati interminabili al lago e sogni costruiti con la stessa ingenuità luminosa. Non si vedevano da anni e l’abbraccio era stato irrefrenabile, naturale.
Un’auto, dietro di loro, aveva iniziato a suonare, reclamando spazio, e i due avevano riso come ragazzini colti in flagrante.
Avevano entrambi il pomeriggio libero, per cui decisero di parcheggiare e di stare un po’ insieme da vecchi amici. Si diressero, così, al locale di fronte: il “Four Friends”, quel posto di Bracciano che sembrava fatto apposta per ritrovarsi.
Dentro, li aveva accolti una luce calda, morbida, che sapeva di tregua. Il profumo dei cocktail si mescolava alla musica e il bancone brillava come un piccolo teatro dove ogni bicchiere raccontava qualcosa. Il barista, con un sorriso complice, aveva suggerito due suoi cavalli di battaglia: il Raul, con la sua nota agrumata che sembrava un tramonto liquido, e il Kampai, fresco e gentile che univa liquori nati lontano.
Seduti uno di fronte all’altro, Michele aveva raccontato un frammento di vita che Gianni non conosceva.
«Te ricordi quanno volevo scappà perché pensavo d’avé rotto la chitarra de papà? E tu, co’ quella faccia da saputello bono, me dicesti: ‘Oh, l’eroi nun scappeno: rimettono a posto.’ Già… quella frase me l’ho portata appresso pe’ anni. M’ha rimesso in piedi più de ‘na volta.»
Gianni aveva sorriso, con quella serenità che nasce solo dai ricordi condivisi. Il locale intorno a loro vibrava: risate, bicchieri che tintinnavano, un’energia che sembrava dire ‘qui puoi fermarti e respirare’. Il “Four Friends” faceva esattamente ciò che prometteva: riuniva, ricuciva, trasformava un incontro casuale in un momento da ricordare.
Michele aveva abbassato lo sguardo sul bicchiere, come se lì dentro ci fosse un ricordo che non sapeva se tirare fuori o no. Poi aveva sorriso.
“A Già… mo’ te dico ‘na cosa. Una volta ho fatto ‘na scemenza grossa. Stavo co’ ‘na ragazza, Elisa. Brava, pulita… ‘na che te sistema pure l’anima. Un giorno, pe’ ‘na stupidaggine, manco me ricordo quale, m’è partito l’orgoglio. Ho fatto er fenomeno: ‘Oh, se te va bene così, bene. Sennò… pazienza.’ Lei me guarda… nun dice gnente… e se ne va. E lì ho capito d’esse’ stato er cretino certificato.”
Si era fermato un attimo.
“Per du’ giorni ho fatto finta de gnente. Sai, quella recita da maschi che fanno i duri ma so’ de cartone. Poi trovo ‘na sua sciarpa nello zaino… e lì me s’è gelato er sangue. Ho capito che avevo fatto male a ‘na persona che nun se lo meritava manco pe’ sbajo. Così ho fatto la cosa che me faceva più paura: l’ho chiamata. Nun un messaggino, eh: ‘na telefonata vera. E je dico: ‘Ho sbajato. Te chiedo scusa. Se voi parlà, so’ qui. Se nun voi, capisco. Ma la responsabilità è mia.’»
Michele aveva scosso la testa, ridendo piano.
“Silenzio. Poi lei sospira e me fa: ‘Grazie… nun tutti c’hanno er coraggio.’ Nun semo tornati insieme, eh. E guarda, Gianni, ha fatto pure bene. Perché ‘ste cose, se nun le stoppi subito, diventano ‘na catena de Sant’Antonio de fregnacce: prima te scappa la frase, poi diventa stile de vita, poi te ce abitui… e alla fine fai i danni grossi. E lì nun parlamo più de scenette: parlamo de tragedie. Lei m’ha perdonato, sì… ma tornà co’ me? Ah no! Quella è stata la sua mossa da fuoriclasse: ha salvato la dignità sua… e pure la mia, che da solo manco la ritrovavo. Ma abbiamo rimesso a posto quello che contava: er rispetto. E te giuro, Gianni… quella telefonata m’ha imparato più de mille discorsi. A vorte aggiustà nun vuol dì ripijà. Vuol dì regge er peso de quello che hai rotto.»
Facendo toccare i calici, Michele sussurrò ridendo:
«A Già… pensa te: c’è voluta ‘na quasi tamponata pe’ farce ritrovà! Ma guarda che fortuna, oh…»
E per una volta, un incidente mancato divenne il riallaccio di due vite in quel locale, il ‘Four Friends’, che rimette insieme i pezzi delle storie interrotte.
Riccardo Agresti


