Spagna – Argentina

Domenica sera, dall’altra parte dell’oceano, si consumerà un evento che promette di essere più spettacolare di una tromba d’aria improvvisa sul lago: la finale dei Mondiali 2026.

Mentre il “MetLife Stadium”  si scalda, qui da noi qualcuno già caldo, abbracciato al condizionatore come fosse un parente stretto, cercherà di seguire la partita senza sciogliersi sul divano. Naturalmente dirà la frase di rito: “Ma che volete che sia, d’estate ha sempre fatto caldo!” Peccato che i dati dicano che questo non è caldo: è un forno ventilato impostato su ‘fine del mondo’. Ma niente: i negazionisti del termometro continuano a sostenere che è tutto normale, come se il sole avesse deciso di avvicinarsi un po’ per vedere la finale più da vicino.

Intanto il “MetLife Stadium” di New York/New Jersey si prepara a ospitare Spagna–Argentina, una sfida che non sarà solo una partita. La FIFA (sì quella che riesce a cambiare le sue regole disciplinari con la stessa disinvoltura con cui noi cambiamo marca di gelato e, se non ci sta bene, se ne va portando via i palloni) ha messo in piedi una cerimonia che sembra uscita da un incrocio tra il Super Bowl, Broadway e una notte di festa a Madrid… con un pizzico di Buenos Aires, ovviamente. Manca solo che qualcuno lanci un tango‑flamenco e siamo a posto.

 

Le due nazionali si sono affrontate 14 volte, con un equilibrio quasi poetico: 6 vittorie per parte e 2 pareggi (19 gol della Spagna e 18 dell’Argentina). L’Argentina, però, ha saputo colpire nel momento giusto, come nel Mondiale 1966, quando a Birmingham vinse 2–1 e spedì la Spagna a casa con la stessa espressione che si ha quando il ventilatore si rompe a luglio.

La Spagna è arrivata in finale una sola volta, nel 2010, vincendo ai supplementari contro i Paesi Bassi grazie al celebre “Iniesta de mi vida”.

Statisticamente dovrebbe essere lei la favorita avendo vinto tutte le finali cui ha partecipato mentre l’Argentina, avendone giocate sei, ne ha vinte solo la metà:

  • 1930 – Uruguay–Argentina 4–2
  • 1978 – Argentina–Paesi Bassi 3–1 dts
  • 1986 – Argentina–Germania Ovest 3–2
  • 1990 – Germania Ovest–Argentina 1–0
  • 2014 – Germania–Argentina 1–0 dts
  • 2022 – Argentina–Francia 3–3 (4–2 dcr)

Solo Germania e Brasile hanno fatto meglio. Insomma, gli argentini le finali non solo le giocano: ci prendono gusto.

In base a questi numeri decidete voi quale squadra potrebbe essere favorita. Noi ci godremo i campioni in campo.

 

In campo vedremo Lamine Yamal, il ragazzo prodigio del Barcellona, 18 anni appena compiuti. Dribbling, fantasia, coraggio: gioca come se il pallone fosse un’estensione del suo pensiero. È il più giovane finalista della storia dei Mondiali e ha persino sfiorato il record di Pelé, che nel 1958 giocò (e vinse) la sua prima finale a 17 anni e 249 giorni. Insomma, Yamal non è riuscito a battere Pelé… ma solo perché non ha potuto iniziare a giocare in nazionale a 15 anni. Se continua così, tra qualche anno potrebbe chiedere la pensione anticipata per usura da talento precoce. Dall’altra parte, Lionel Messi. Il capitano, la leggenda, il giocatore che ha riscritto la storia del calcio. A 39 anni gioca il suo ultimo Mondiale, e ogni tocco sembra un capitolo di un libro che non vorremmo finisse mai. Anche quando non segna, determina: è come il Wi‑Fi, non lo vedi ma se manca te ne accorgi subito.

Questa finale metterà di fronte la generazione d’oro spagnola e l’ultima danza di Messi. Yamal e Messi hanno 21 anni di differenza: è la finale più “intergenerazionale” della storia. Praticamente un confronto tra chi deve ancora finire la scuola e chi potrebbe insegnarla.

Vedremo anche:

  • Rodri ed Enzo Fernández, due dei centrocampisti più influenti del calcio moderno: la partita potrebbe decidersi lì, in quel territorio misterioso dove si corre tanto e si pensa ancora di più.
  • Dibu Martínez e Morata, che hanno già incrociato le loro carriere in Europa: non si amano, e si vede.
  • Julián Álvarez e Pedri, amici fuori dal campo e rivali totali dentro: la versione calcistica di “ti voglio bene, ma oggi no”.

 

Già un’ora e mezza prima del fischio d’inizio, il pubblico verrà travolto da un turbine di musica e luci. Sul palco: Laura Pausini, Nicole Scherzinger, Robbie Williams, Jennifer Hudson e persino Tom Cruise, che potrebbe anche decidere di scendere in campo per battere un rigore, tanto per gradire. Se poi si lancia dall’alto dello stadio, nessuno si stupirà.

All’intervallo non ci sarà il solito tè caldo. Ci sarà un halftime show stile Super Bowl, con Justin Bieber, Madonna, Shakira, i Coldplay, i BTS, Burna Boy e un coro diretto da Gustavo Dudamel. Praticamente, se uno spettatore si distrae un attimo, rischia di confondere la finale dei Mondiali con un festival musicale intercontinentale. Manca solo che qualcuno venda gadget luminosi come ai concerti.

La partita inizierà alle 21:00 italiane, ma a quel punto gli spettatori saranno già talmente carichi che potrebbero tifare anche per il guardalinee. E forse il guardalinee, per una volta, se lo meriterebbe pure.

 

Domenica, insomma, non si gioca solo una finale: va in scena un pezzo di storia del calcio, di quelli che tra qualche anno racconteremo dicendo “io c’ero… anche se sudavo come un gelato al sole”. Spagna e Argentina porteranno in campo tutto: talento, nervi, orgoglio, e quella scintilla che rende il calcio lo sport più imprevedibile del mondo.

E mentre noi, da questa parte dell’oceano, cercheremo di non scioglierci davanti alla TV e di non litigare con il condizionatore che decide di fare sciopero proprio al 90°, una cosa è certa: qualunque sia il risultato, avremo assistito a una serata che profuma di leggenda.

Che vinca la Spagna o l’Argentina, che a sollevare la coppa sia un ragazzo che deve ancora finire la scuola o un campione che ha già scritto la sua enciclopedia personale, l’importante è che vinca lo sport. Quello vero. Quello che unisce, emoziona, fa discutere, fa sognare e, ogni tanto, ci ricorda che la vita è un po’ come una finale mondiale: imprevedibile, intensa e bellissima.

E allora, qualunque cosa accada, buona finale a tutti. Che la festa cominci.

Riccardo Agresti

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