Spese militari e costo dell’energia: un macigno per famiglie e imprese italiane
L’economia italiana è stretta in una morsa. Da un lato l’aumento esponenziale della spesa militare sottrae ingentissime risorse strutturali a sanità, scuola, transizione ecologica: non potendo aumentare il nostro già stratosferico debito pubblico, o si tagliano altre spese o si aumentano le tasse. Investimenti produttivi: zero.
E nonostante la vendita di armi sui mercati internazionali sia cresciuta del 19,14% rispetto al 2024, per un valore di 9,16 miliardi di euro, ad avvantaggiarsi solo alcune potentissime lobby.
Dall’altro lato subiamo gli effetti della crisi energetica globale causata dalle guerre, che ha fatto balzare i prezzi di petrolio e gas, con ripercussioni sui costi dei carburanti, delle materie prime e dei servizi, procurando extraprofitti colossali per le imprese fossili.
Su entrambi i fronti il nostro governo spera che l’Europa adotti misure per sospendere il patto di stabilità e contenere gli effetti della crisi energetica tassando gli extraprofitti.
Sul patto di stabilità il Commissario all’economia Dombrovskis ha già risposto picche, mentre sulle tasse agli extraprofitti la risposta è stata esemplare: “il governo italiano può sempre iniziare a dare il buon esempio, ogni esecutivo ha la piena competenza per agire in autonomia”, e avrebbe già potuto tassare gli extraprofitti sia nel settore energetico che in quello bancario.
Ma è una misura che ha effetto nell’immediato, non basterebbe; bisogna intervenire a monte, specialmente in Italia dove il Prezzo unico dell’energia elettrica è cinque volte quello della Spagna: in quel Paese si è investito fortemente sulle rinnovabili e in particolare sul fotovoltaico, ed è stato imposto un tetto al prezzo del gas, mentre la Meloni non trova di meglio da fare che contrastare la transizione energetica e puntare ancora sul gas, pensando ad un futuribile nucleare: una follia!
Il problema è più generale: c’è un forte rischio di stagflazione, cioè la concomitanza di alta inflazione (aumento dei prezzi) e stagnazione economica (bassa o nulla crescita del PIL).
A marzo 2026, secondo l’ISTAT l’inflazione in Italia sale all’+1,7% su base annua, con un aumento del “carrello della spesa” stimato fra il +1,9% e il +2,2%, causando maggiori costi annui tra 562 e 776 euro per famiglia.
Quanto al PIL, il Fondo monetario internazionale per il 2026 stima una crescita globale del 3,1%, con l’Europa che scende all’1,1%, e l’Italia fanalino di coda con lo 0,5%: tutto questo nonostante la valanga di miliardi del PNRR, una occasione unica per far ripartire l’economia, purtroppo sprecata, i cui effetti pagheremo a caro prezzo nei prossimi anni.
Giuseppe Girardi


