Tutto esaurito martedì scorso, 29 settembre, per l’inaugurazione della nuova stagione teatrale di Canale. A rendere omaggio all’accurato restyling del teatro comunale è stato un artista straordinario che ha fatto della napoletanità uno dei tratti distintivi della propria arte: Tony Servillo, accompagnato dal pianista argentino Natalio Mangalavite.
I due hanno portato in scena La presa di Torino, una lettura in musica che è andata ben oltre la dimensione del semplice monologo, tratta dall’antologia Storie Azzurre di Maurizio De Giovanni. Talento, ironia e intensità hanno conquistato il pubblico, accendendo una platea gremita in ogni ordine di posto e regalando il miglior auspicio possibile per una stagione che si preannuncia ricca di appuntamenti.
Una serata di festa che non ha potuto tuttavia sottrarsi al dolore che in questi giorni attraversa la comunità canalese. Domenica scorsa è infatti scomparsa tragicamente Giuseppina Bettarelli, per tutti semplicemente Pina, figura da sempre protagonista della vita associativa, sociale e politica del paese.
«Ma lei avrebbe voluto che lo spettacolo programmato si facesse», ha ricordato il vicesindaco Fabrizio Lavini con la voce segnata dall’emozione.
Il teatro ha accolto il pubblico in un ambiente profondamente rinnovato. Nell’ambito di un intervento finanziato dal Comune con il contributo della Regione Lazio, le precedenti sedute sono state sostituite da nuove poltrone rivestite in velluto, capaci di conferire maggiore eleganza alla sala e di migliorare sensibilmente il comfort degli spettatori. I lavori hanno interessato anche gli impianti di sicurezza, con l’adeguamento del sistema antincendio, a beneficio di una struttura che rappresenta un importante punto di riferimento non solo per le attività culturali, ma anche per quelle scolastiche.
Un’attenzione concreta verso uno dei luoghi simbolo della comunità, cuore pulsante della cultura e della libera espressione cittadina, la cui direzione artistica e le cui attività sono curate da Esper Russo e Carmine Ferrara. I numerosissimi presenti hanno riso, si sono commossi e si sono ritrovati comunità sotto il tetto del teatro, condividendo emozioni, parole e silenzi.
Vale la pena riportare le parole pronunciate dallo stesso Esper Russo prima dell’inizio dello spettacolo:
«Il teatro è un luogo sacro. Fuori tutto ti vuole distratto, veloce, solo. Qui dentro succede il contrario: si spengono i telefoni e si accendono le persone. Si sta al buio, spalla a spalla, e si torna a fare la cosa più sovversiva che esista: ascoltare insieme la stessa storia, respirare insieme. Il sipario separa ciò che c’è dietro, sul palco, da chi sta davanti seduto, e quando si apre accade un’osmosi magica dove ruoli, parole e vibrazioni si mescolano creando un unico insieme di stupore e meraviglia».
E forse è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno in un tempo confuso e convulso, nel quale il fragore delle guerre e delle divisioni soffoca troppo spesso la musica, il dialogo e la forza gentile della cultura.
Martedì sera, però, il sipario si è aperto anche su un’altra storia, silenziosa e commovente. In prima fila, tra le nuove poltrone di velluto, una era rimasta volutamente vuota. Su quel sedile era stata adagiata una rosa.
Un gesto semplice, ma capace di dire molto più di qualsiasi discorso.
Quel posto era per Pina. O forse era il posto che l’intera comunità aveva scelto di riservarle ancora una volta, come segno di gratitudine e di affetto. Perché esistono persone che, pur lasciando la scena della vita, continuano ad abitare i luoghi che hanno amato e le storie che hanno contribuito a costruire.
E così, in un teatro colmo di applausi, emozioni e memoria, quella poltrona non appariva affatto vuota. Sembrava, al contrario, il posto più pieno di tutti.
Ludovica Di Pietrantonio, direttore L’agone







