30 Aprile, 2026
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Il giardino di tutti

C’era una volta, in un Comune lontano, un giardino che apparteneva a tutti e a nessuno. Lì le piante crescevano come volevano e potevano, inseguendo solo la propria forza. Alcune si allungavano e si allargavano, fino a divorare la luce delle altre, oscurandole, facendole deperire e morire prima del tempo; altre si arrampicavano stringendo forte chi avevano accanto; altre ancora sottraevano il nutrimento dal terreno prima che le vicine potessero farlo o addirittura lo sottraevano direttamente alle altre.

In quel giardino tutte le piante erano libere di fare ciò che volevano, se avevano la forza o l’astuzia per farlo, ma nulla era giusto perché nessuna aveva la libertà di vivere serenamente. Perfino le più robuste vivevano nell’inquietudine: ogni giorno era una lotta per prevalere, non per fiorire.

Il giardino produceva pochi fiori e quei pochi si piegavano presto; i frutti, quando arrivavano, erano piccoli e malaticci, stanchi, come se avessero dimenticato il sapore della vita.

Un giorno i cittadini compresero che quel giardino non era libero, era soltanto abbandonato al caos, e decisero che meritava un destino diverso: doveva diventare un luogo forte, armonioso, pieno di colori, dove bambini e ragazzi potessero correre, giocare, respirare bellezza. Per farlo, però, occorreva decidere regole capaci di aiutare ogni pianta a crescere senza soffocare le altre.

Furono chiamati i giardinieri più saggi, esperti e preparati, i quali si riunirono, osservarono il terreno, ascoltarono il vento, seguirono il cammino del sole. Capirono che la libertà, senza limiti, non è libertà, ma una giungla dove il più forte divora il più debole. Che le regole non sono muri da abbattere, ma servono a distribuire ciò che altrimenti qualcuno prenderebbe tutto per sé. Che non servivano a spegnere la luce di qualcuno, ma a far sì che ogni pianta avesse il proprio raggio di sole. Decisero, quindi, di scrivere insieme i precetti da consegnare ai cittadini per proteggere il giardino e fare in modo che tutte le piante potessero vivere serenamente.

Così scrissero i primi precetti: ogni pianta ha diritto alla luce, ogni albero ha diritto all’acqua, ogni seme ha diritto di provare a diventare grande. Nessuna pianta doveva più essere calpestata o lasciata al buio solo perché diversa.

Poi stabilirono chi avrebbe fatto cosa: alcuni giardinieri avrebbero preparato il terreno; altri avrebbero vigilato, perché nessuno strappasse le foglie altrui; altri ancora avrebbero custodito la sicurezza del giardino. Così nessuno avrebbe potuto comandare da solo o decidere tutto per gli altri.

Poiché il futuro è sempre una terra da scoprire, i giardinieri scelsero anche i valori che avrebbero guidato ogni nuova decisione: pace, libertà, rispetto, solidarietà, lavoro. Erano le radici profonde da cui far nascere regole nuove, quando sarebbe stato necessario: una mappa che indicava i sentieri da seguire quando il giardino avrebbe incontrato stagioni nuove e sconosciute.

Da quel giorno, ogni volta che spuntava una nuova piantina, qualcuno le sussurrava:

“Non avere paura. In questo giardino c’è un posto anche per te.”

Così il giardino tornò a crescere, stagione dopo stagione, protetto da una recinzione di regole non fatta per chiudere, ma per abbracciare, per custodire la libertà di tutti: la Costituzione, l’unico testo che può dire NO perfino a chi comanda.

Riccardo Agresti

 

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