Sai, ragazzo mio, questa è una domanda che pesa come una valigia piena di anni. Eppure, se chiudo gli occhi, certe sensazioni tornano chiare, come se fossero rimaste lì ad aspettarmi.
Avevo piΓΉ o meno la tua etΓ , ma mi sentivo piΓΉ piccolo. Cβera un silenzio strano nelle strade, un silenzio che non era pace: era prudenza, era sospetto. Le persone parlavano piano, avevano paura perfino dei propri pensieri.
Io non capivo tutto. Ero cresciuto dentro la propaganda fascista: marce, slogan, libri di scuola, perfino i giochi erano impregnati di quella cultura. Ci dicevano cosa pensare, cosa credere, cosa sognare. Non avevamo conosciuto altro nella nostra vita e, per noi, era difficile distinguere ciΓ² che era giusto da ciΓ² che era imposto.
Ricordo che la Casa del Fascio, che per gli adulti era un luogo di interrogatori e torture, per mio fratello piΓΉ grande era anche il posto dove si andava a ballare. Capisci? Noi vedevamo solo la facciata luminosa, non le stanze chiuse dietro le porte. La violenza del regime era vicina, ma spesso invisibile ai nostri occhi.
I genitori, perΓ², sapevano. Molti di noi ragazzi pregavamo per i partigiani arrestati perchΓ© ce lo dicevano le nostre madri, ma non capivamo davvero cosa stesse succedendo dietro quelle mura. Quando quel mondo cominciΓ² a crollare, non sapevo se dovevo esserne felice o spaventato.
La veritΓ ? Mi sentivo confuso. Come quando ti tolgono la terra da sotto i piedi e devi imparare a camminare di nuovo.
Poi arrivΓ² quel 25 aprile 1945. Non lo dimenticherΓ² mai.
Ero in un cortile che odorava di terra umida e mio nonno aveva acceso la radio nascosta che gracchiava notizie proibite. A quel tempo non cβera internet e le uniche notizie βconsentiteβ erano quelle del governo. Ascoltare altre stazioni era un reato e si rischiava anche la vita.
Fu quel giorno che mio nonno riferΓ¬ la notizia: il Comitato di Liberazione Nazionale aveva chiamato allβinsurrezione.
La guerra civile rendeva tutto piΓΉ confuso, e questo creava un senso di smarrimento profondo. Allo stesso tempo, perΓ², molti di noi cominciavano a sapere qualcosa di piΓΉ, a capire. Sentivamo di dover βfare qualcosa di importanteβ. Non sapevamo di fare la storia, ma avevamo scelto da che parte stare. Io avevo scelto la libertΓ .
Avevo capito che non era solo una guerra contro un esercito. Era una guerra contro la paura, contro lβodio, contro lβidea che un uomo potesse comandare sulle coscienze degli altri.
Ricordo ancora il momento in cui decisi di non voltarmi dallβaltra parte: non fu un gesto eroico, fu un gesto umano. Un vicino portato via senza motivo, una madre che piangeva in silenzio, un amico che non tornΓ² piΓΉ. Fu allora che entrai nella Resistenza.
La nostra forza non era nelle armi, ma nella scelta. La scelta di non restare indifferenti.
Sai cosa vedevo attorno a me? Ragazzi come me, come te. Alcuni salivano in montagna con i partigiani senza sapere se sarebbero tornati. Altri portavano messaggi nascosti nelle scarpe. Altri ancora aiutavano come potevano.
Eravamo giovani, troppo giovani. Ma quando la libertà chiama, non ti chiede quanti anni hai. Eravamo eroi⦠sì, ma non come nei fumetti. Eravamo ragazzi che tremavano, che sbagliavano, che avevano paura. Avevamo paura, certo. Ma la paura non ci fermava: la trasformavamo in coraggio.
Poi le donne⦠ah, le donne! Le staffette che rischiavano la vita per portare messaggi scritti su foglietti minuscoli, nascosti nelle cuciture dei vestiti. Sono state loro, secondo me, a tenere insieme la Resistenza.
Quando i tedeschi se ne andarono e i partigiani scesero dalle montagne, successe qualcosa che non avevo mai provato. Le strade si riempirono di gente, le bandiere sbucarono dalle finestre come fiori dopo un temporale. Era come se il Paese intero avesse trattenuto il fiato per anni e finalmente potesse respirare.
La libertΓ β¦ Non cβΓ¨ bisogno di spiegarla. Quando arriva, la senti.
CβΓ¨ un ricordo, o forse un sogno, non lo so piΓΉ, che per me rappresenta tutto. Un gruppo di ragazzi che scende da una collina allβalba. Hanno il fango sulle scarpe, il vento nei capelli e negli occhi una luce nuova. Non andavano a combattere, venivano incontro alla pace, e il sole allungava le loro ombre come strade verso il futuro.
Ecco cosβera il 25 aprile per noi: la promessa che non ci saremmo piΓΉ combattuti tra fratelli. La promessa che nessuno avrebbe piΓΉ comandato sui nostri pensieri. La promessa che la dignitΓ vale piΓΉ della paura.
Voi giovani siete la prova che quella promessa non Γ¨ stata vana. PerchΓ© ogni volta che fate domande, che cercate di capire, che scegliete il rispetto invece dellβodio, state continuando quel cammino iniziato nel β45.
Il 25 aprile fu celebrato per la prima volta nel 1946, quando il re Umberto II, su proposta di Alcide De Gasperi, lo dichiarΓ² festa nazionale βa celebrazione della totale liberazione del territorio italianoβ. La ricorrenza venne poi istituzionalizzata nel 1949, insieme al 2 giugno, festa della Repubblica.
Ma il 25 aprile non Γ¨ un ricordo da museo, Γ¨ un seme che va annaffiato ogni anno, ogni giorno. PerchΓ© la libertΓ , ragazzo mio, non Γ¨ un regalo: Γ¨ una responsabilitΓ . Serve a ricordare che la libertΓ non Γ¨ un trofeo, ma un impegno. Che nessun giovane deve piΓΉ essere costretto a combattere contro un altro giovane. Che nessuna voce deve essere zittita. Che nessuna paura deve diventare legge.
Il 25 aprile ci chiede una sola cosa: scegliere ogni giorno la parte della dignità , del rispetto, della pace e, quando vedo voi ragazzi che ascoltate, che fate domande, che volete capire⦠mi dico che quella scelta non è stata vana.
Riccardo Agresti


