Una celebrazione della donna con un ritorno al passato dal notevole contenuto emotivo: così potremmo riassumere l’incontro programmato dall’Associazione ‘Inchiostro del futuro’ di Canale Monterano.
Nella ristrutturata area espositiva dell’oratorio, la memoria delle donne lavoratrici è stata celebrata tra la memoria dei caduti delle due guerre; si potrebbe sintetizzare semplicisticamente “entrambe vittime”, se non fosse che l’arte, in questo caso il canto, dipingono di grazia anche le pieghe più ruvide e ricompongono storie di sofferenza e privazioni semplicemente in perle di vita.
Ad essere presentati sono stati i canti delle “nocchiarole”, quelle donne che un centinaio d’anni fa erano impiegate nei campi per raccogliere le nocciole, e lo facevano, appunto, cantando: canti popolari improvvisati i cui testi mai scritti, nascevano dall’ispirazione durante la fatica della raccolta.

Ad interpretarli sono state “le Canterine”, dirette dalla maestra Emanuela Marrucci che ha accompagnato con la chitarra la rievocazione di una selezione di canti della tradizione recuperati grazie a un lavoro originale e strutturato di Laura Ammannato, etnomusicologa che nel 1999 ne fece la sua tesi di laurea al Dams di Bologna.
I canti popolari provengono tutti dalla zona della Tuscia meridionale, particolarmente nei comuni di Vallerano, Vasanello, Canepina, Carbognano, Vignanello; canti sepolti nella memoria di 14 anziane a casa delle quali la Ammannato ha trascorso mesi e mesi, esortandole a ricordare, raccontare, cantare, ritrovare foto ingiallite ed emozioni sempreverdi.
Presente nell’oratorio, la Ammannato ha condiviso il suo stupore nel constatare come la musica e il canto di oltre cinquant’anni prima siano riaffiorati alla memoria e condivisi con quell’estranea munita solo di carta, penna e registratore a cassette.
Dei 162 canti classificati, la professionista ne ha selezionati una sessantina che ha condiviso con Emanuela e le sue voci “Canterine”; “quelle 14 donne mi sono rimaste nel cuore”, ha ricordato la Ammannato, “e sebbene molte di loro non ci siano più, ancor oggi sono con me”.
Si è detta privilegiata ad aver potuto salvare questo patrimonio culturale che sarebbe andato perduto senza il suo studio.
L’esecuzione di quei canti di lavoro è stato inframmezzato dal racconto della Ammannato: “Fiore de nocchie” (quanto so strapazzate ste ragazze…boccuccia risarella damme un bacio, moro contenta e vado in paradiso).
Donne che uscivano di casa alle 4 del mattino, a piedi raggiungevano i campi dove rimanevano fino a notte; il canto l’unico mezzo per confortare la stanchezza, la vita dura di stenti, strumento di aggregazione e sottofondo di interminabili giornate operose di quando non c’era Spotify, auricolari e per rompere la monotonia e il silenzio dei nocchieti c’era solo la voce; poi sono arrivate le macchine e gradualmente ma inesorabilmente il rumore meccanico dei motori ha estinto le voci e il canto.
Quegli stornelli che rimbalzavano da un campo a quello vicino, echi di quelle nocchiarole concentrate nella raccolta e che ritornavano nelle riunioni della sera, alternate a storie e musicarelli, alla resa della stanchezza di fine giornata.
Dallo studio meticoloso della Ammannato c’è anche un caso di cronaca, l’omicidio di Angelina Meloni di Canepina, quando ancora questo orrore non si chiamava femminicidio.
“Il cacciatore del bosco”, un canto tramandato da cantastorie rievocato da una nipote di Carbognano della vittima; la storia è stata ricostruita grazie al verbale di arresto dell’omicida dei carabinieri di allora; Domenico Corzi, un uomo più grande di Angelina che vistesi rifiutate le grossolane pretese sessuali, uccise la ragazza.

“Più volte domando di far l’amore, più volte fu rifiutato… non voglio sposar uno zio ma un ragazzo del par mio … giorno e notte sorvegliava che la madre di casa se ne andava” rime antesignane di agiti persecutori antesignani dell’attuale stalking.
Un canto in ottava rima, metrica molto comune, diffuso all’epoca tra i contadini e utilizzato nelle osterie, nei campi ma anche negli ambienti pastorali; endecasillabi a tre rime alternate e due rime baciate, metodo musicale con cui si era anche soliti sfidarsi.
Tra gli applausi di un oratorio dagli spazi tutti esauriti, si sono succeduti canti popolari sapientemente interpretati da Emanuela e le sue Canterine che alla vigilia della festa della donna, hanno ricordato il coraggio e il sacrificio attraverso cui la figura femminile ha riscattato la propria libertà.
Il canto di Rosina, altro memento di femminicidio vergognoso per un rifiuto inaccettato: “Sta fermo molinaro con le mani che tengo sei fratelli…e quando la pistola ebbe sparato, Rosina cadde a terra con l’occhi bianchi e neri”.
Per ammissione della stessa Ammannato, mettere per iscritto un canto orale è una forzatura, perché di norma sono versi improvvisati e le esecuzioni non sono mai identiche tra loro; eppure solo grazie alla sua intuizione, questi frammenti di storie hanno consentito al nutrito pubblico presente di rivivere quel periodo in cui il lavoro nei campi era il viatico per la sopravvivenza.
Pagine di storia e dignitose esistenze che al termine del bel pomeriggio, sono state sintetizzate dal grido di un uomo presente in sala: viva le donne.
Gianluca Di Pietrantonio, redattore l’Agone
Ludovica Di Pietrantonio, direttore l’Agone



