2 Marzo, 2026
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“Io resto a casa”. Sei anni fa la Pandemia paralizzò l’Italia e l’animo degli italiani

“Sto per firmare un provvedimento che possiamo sintetizzare con l’espressione ‘Io resto a casa’. Non ci sarà più una zona rossa, né una zona 1 o 2, ma l’intera Italia diventerà una zona protetta”.

Era il 9 marzo del 2020 quando l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, volto tirato e atteggiamento contrito, annunciò il lockdown.

Non si potrà più uscire se non a determinate condizioni e muniti di autocertificazioni.

Chiuderanno migliaia di attività commerciali, si faranno ore di fila per fare una spesa frettolosa e terrorizzata, la mascherina che fino ad allora avevamo visto indossata solo ai chirurghi e agli orientali in vacanza [e ne sorridevamo], coprirà i nostri volti lasciando scoperti occhi spauriti e diffidenti.

Il nostro bel Paese dell’espansività carnale e calorosa si trovò improvvisamente a fare i conti con termini fino ad allora desueti; distanze di sicurezza, DPCM, quarantene.

Il protagonista della vita di una nazione intera, in realtà del mondo intero, diventò lui, il Covid 19, acronimo dell’inglese COronaVIrus Disease 19, una malattia infettiva respiratoria causata dal virus denominato SARS-CoV-2 appartenente alla famiglia dei coronavirus.

Indistintamente tutti, grandi e piccoli, facemmo una grande abbuffata di infettivologi, medici, virologi, pneumologi, un’intera branca della scienza, la medicina, in grande imbarazzo nel gestire un nemico invisibile e inatteso che vanificava decenni di progresso scientifico.

Un virus, spietato e ferale, che ucciderà milioni di persone nel più atroce dei modi, il soffocamento e cambiò per sempre usi e costumi di una nazione intera; così, mentre il personale medico e para medico esposto al fronte a combattere ad armi impari con questo mostro contava le sue vittime, sperimentammo lo smart working, la scuola in DAD, esami e colloqui di lavoro fatti da remoto, addirittura per la vecchia pratica della psicoterapia, rigorosamente legata al vis a vis, e divenuta urgente per milioni di persone, fu sdoganato il contatto in chat.

E poi i vaccini, diventammo tutte cavie di antidoti mai sperimentati prima, imposti per molti, pena il licenziamento o l’esclusione da qualcosa; cominciarono i comitati etici, i comitati no vax, sparlatori, complottisti, detrattori, una sequenza di “so-tutto-io” con cui riempimmo trasmissioni televisive e giornali.

Sono passati sei anni da quell’ “andrà tutto bene” esposto alle finestre e gridato dai balconi per mesi interi, che oggi sembra essere stata una profezia benevola.

Mi sembrava doverosa la celebrazione del ricordo: il dovere del rispetto dovuto a chi non ce l’ha fatta cercando di salvare gli altri, per chi in quel periodo ha trovato strategie e alternative prodigiose, per l’angoscia e la paura con cui abbiamo fatto i conti, per gli abbracci negati, per tutti coloro che non hanno potuto nemmeno dare l’ultimo saluto ai propri affetti, per il coraggio e l’impegno di tanti.

Vorrei che fosse un ricordo attivo, però, che ci facesse apprezzare di più le relazioni, che impedisse le aggressioni ai nostri medici e ai nostri infermieri, che ci consentisse di valorizzare il lavoro, la libertà di una passeggiata e il respiro libero da mascherine.

Gianluca Di Pietrantonio

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