La Cassazione fa luce sul “referendum giustizia”.
I giudici della Cassazione, custodi dell’iniziativa popolare, sono intervenuti nel conteggio, sulla validità delle firme raccolte ( 546.463 ) e sul quesito referendario. Il 3 febbraio 2026 lo ha comunicato l’ufficio centrale del referendum.
Il 5 febbraio è pervenuta in Cancelleria una memoria firmata da 15 giuristi, sui profili di illegittimità costituzionale della l. n. 352 del 1970.
La Cassazione, il 6 febbraio ha stabilito che il quesito sulla scheda venisse integrato con i riferimenti specifici agli articoli della Costituzione.
Il testo definitivo, con decreto del Presidente Mattarella, il 7 febbraio così recita:
«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107, 110 della Costituzione approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?».
Si vota il 22 e 23 marzo.
Nonostante le polemiche sulla tempistica e i ricorsi, incluso quello al TAR, le date sono state confermate dal governo. Non sarà possibile il voto fuori sede per motivi di studio, lavoro o salute, bocciato dal Parlamento; resta invece invariato il voto per corrispondenza per gli iscritti AIRE.
Trattandosi di un referendum costituzionale (ex art. 138) non è richiesto il raggiungimento del quorum.
La riforma della magistratura che propone il governo mina i poteri del Capo dello Stato, quelli del Consiglio superiore della magistratura e l’intero impianto costituzionale. Non si vuole solo separare le attuali carriere tra i magistrati giudicanti e inquirenti, poiché, in tal senso, esiste già la legge Vassalli (1989) e la legge Cartabia (2021) avviate con leggi ordinarie.
Il dubbio che si voglia indebolire il potere giudiziario e modificare la Costituzione.
Sono prove sufficienti: il sorteggio proposto per l’elezione dei componenti i due organi, l’istituzione di una Alta Corte disciplinare, i decreti sulle libertà e la proposta di premierato.
Le ragioni del NO:
- Separare le carriere tra PM e Giudici potrebbe portare il PM sotto l’influenza dell’Esecutivo.
- Istituire un’Alta Corte disciplinare, esterna al CSM, espone i magistrati all’influenza della maggioranza politica di turno.
- Sorteggiare i membri del CSM mina la qualità e la responsabilità dell’organo di autogoverno.
- Triplicare gli organi di governo (due CSM e un’Alta Corte) comporta costi unitili senza risolvere il problema della lentezza dei processi.
- Il PM rischia di trasformarsi in un “super-poliziotto” meno attento alle garanzie dell’indagato.
È un dovere civico (art.48/Cost.) recarsi al seggio per difendere la democrazia costituzionale.
Franco Marzo


