20 Gennaio, 2026
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Il liceo artistico espone nella mostra “Punto di arrivo nel Nuovo Mondo: di Pace”

L’interessante convegno “I Bunker come museo diffuso e come difesa nel XXI secolo”, ha acceso i riflettori sul valore storico e simbolico dei bunker, con il Monte Soratte come caso emblematico di trasformazione da luogo di guerra a spazio di cultura e partecipazione. Ospitato nel teatro comunale di Sant’Oreste e seguito dall’inaugurazione della mostra diffusa “Punto di arrivo nel Nuovo Mondo: di Pace”, nella quale sono stati invitati ad esporre anche gli studenti del liceo artistico “Paciolo” di Anguillara, ha acceso l’interesse sull’importanza dell’arte come salvatrice del Mondo.

Il sindaco Gregory Paolucci ha ripercorso la storia straordinaria del bunker sorattino, da rifugio antiaereo a quartier generale tedesco, fino al segretissimo bunker antiatomico della Presidenza della Repubblica: oggi un monumento nazionale rinato grazie al “Percorso della Memoria”, divenuto polo museale e centro di ricerca.

Oriana Impei, docente di scultura nell’Accademia di Belle Arti di Roma, ha evidenziato come l’edizione 2025/26 della rassegna nasca in un clima globale fragile, in cui arte e natura diventano strumenti per riflettere sulla pace. Il nuovo itinerario artistico tra Palazzo Caccia-Canali e le gallerie del bunker coinvolge studenti e artisti in un messaggio condiviso di speranza.

Per Achille Maria Ippolito, Professore emerito ordinario in composizione Architettonica Sapienza università di Roma, i bunker, nati come strutture difensive e spesso percepiti come corpi estranei o ferite nel paesaggio, oggi richiedono una rigenerazione capace di trasformarne il valore simbolico da guerra a pace.

La storica dell’arte Francesca Tuscano ha ricostruito il ruolo dell’arte come denuncia dei conflitti, dagli anni Quaranta alle guerre contemporanee, mentre Achille Maria Ippolito ha sottolineato la necessità di rigenerare i bunker trasformandoli in luoghi attivi di pace, come dimostra l’esempio del Bunker del Carmel a Barcellona.

Gli architetti Emmanuele Lo Giudice e Elena Padovani hanno offerto rispettivamente il primo una lettura poetica del bunker come archetipo contemporaneo della caverna, sistema di spazi interconnessi che raccontano resistenza e vita e la seconda l’illustrazione di una mostra che usi l’arte come antidoto alla guerra, capace di convertire l’aggressività in energia creativa.

Infine, Eclario Barone ha ribadito il ruolo dell’arte nella rigenerazione emotiva e culturale dei luoghi segnati dai conflitti, tracciando l’orizzonte di un possibile museo diffuso della pace.

 

Tra i momenti più intensi della giornata, ciò che ha catturato l’attenzione unanime del pubblico, dal sindaco alla curatrice della mostra, è stata l’installazione site specific realizzata dagli studenti delle ex prime e seconde classi liceo “Paciolo” di Anguillara Sabazia. Un’opera corale, nata sotto la guida attenta delle professoresse Viviana Ravaioli e Patrizia Santoro, che ha trasformato un antico pavimento in cotto del XVI secolo in un paesaggio simbolico: una spirale composta da centinaia di pani in argilla cruda, candidi come neve, posti a terra quasi a dialogare con il caldo del rosso pavimento, che si origina da un unico pane in argilla scura, il “lievito madre”, metafora di nascita e memoria.

Questa spirale non è solo forma, ma racconto. Racconto di un’Italia fatta di territori e tradizioni, di comunità che si riconoscono nel gesto quotidiano del pane, arcipelago di identità che insieme compongono una storia condivisa.

Le forme modellate dagli studenti riproducono quasi tutte le tipologie di pane italiane, dalle più comuni a quelle rituali, legate ai matrimoni, alla Pasqua, ai riti funebri. Un percorso storico e geografico, che accomuna donne e uomini italiani, un arcipelago di individualità specifiche del singolo territorio, ma il cui insieme descrive le relazioni della comunità culturale italiana, ma anche specifica di quella scolastica. Un percorso che è anche intellettuale. Il bianco ha un senso ben preciso: evoca la calce delle pareti delle case mediterranee e quella per igienizzare o coprire i morti o la neve del nord.

Il candore, scelto con cura per i pani, evoca la calce delle case mediterranee, la neve del nord, ma è anche quello della farina da cui si produce il pane della vita e della comunità, ma che è il colore della morte, che nelle culture antiche era proprio quello della farina, non è il nero, tipico della nostra cultura, quello del seme che muore per diventare nutrimento con il pane che rinnova la vita nella comunità.

Memoria e oblio, luce e ombra, vita e morte: un percorso che si fa riflessione e verticalità, quasi un esercizio di pensiero per ragazzi che anche se non affronteranno l’Accademia delle Belle Arti, incrementano la propria sensibilità osservano e realizzando opere artistiche.

A presentare l’opera, davanti al Sindaco, alla curatrice, agli esperti d’arte, agli ex studenti e alle famiglie, sono stati due giovani portavoce del gruppo, due brillanti studenti: Alice Ielapi e Filippo Zenobi, quest’ultimo ha anche realizzato un servizio fotografico di grande qualità.

La professoressa Ravaioli ha poi illustrato il percorso didattico che ha portato alla realizzazione dell’installazione: un lavoro pensato per far emergere l’estro, la passione e il talento degli studenti, insegnando loro, attraverso il fare, la teknè, la sapienza del gesto. Ogni ragazzo ha modellato il proprio pane in tre ore, imparando non solo una tecnica, ma anche il coraggio di esporsi, di mostrarsi e di misurarsi con gli altri. Un processo preceduto da studio, ricerca e conoscenza, perché, come ha ricordato la docente, dall’ignoranza non si produce nulla di buono: “l’artista vero non può essere un ignorante”: l’arte non nasce dall’improvvisazione, ma da consapevolezza e disciplina.

Il titolo dell’opera, ironico e provocatorio, recita: “Ars non dat panem!?” Una domanda antica, che gli studenti hanno trasformato in un invito a riflettere. Intelligenti pauca.

 

Si ringrazia Filippo Zenobi per alcune foto

 

Riccardo Agresti

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