“Siccità, questa conosciuta”. E la colpa è (anche) dell’uomo

Fa caldo, molto caldo, se riandiamo indietro con la memoria ricorderemo sicuramente altri momenti il cui caldo sembrava insopportabile, ma questa volta c’è qualcosa di diverso nell’aria. Chi ha visto il film “Interstellar” sarà rimasto colpito dalla prima parte del film, in un paesaggio dominato dalla polvere dovuta alla siccità prolungata negli anni, alla carestia dovuta alla monocultura agricola e, infine, al terribile dialogo tra il genitore, il nostro eroe, e i dirigenti scolastici che alle attitudini verso la scienza e tecnologia del figlio del protagonista rispondono candidamente “la società non ha necessità di scienziati, ma di agricoltori”.

Maggiore preoccupazione

Cosa c’è di diverso questa volta, perché la preoccupazione è più forte che nel passato? Forse la risposta va cercata nei numerosi documenti, sia più prettamente scientifici e sia divulgativi, pubblicati negli ultimi quaranta anni, nei quali era un po’ tutto previsto. L’aumento della temperatura media, la diversa distribuzione delle piogge, zone un tempo verdi e ad alta produzione agricola che potrebbero diventare aride e incoltivabili e infine la scarsità di acqua potabile sono tutti fenomeni che stiamo già sperimentando.

La stessa documentazione ci informa che il clima ha una certa inerzia, se anche smettessimo di rilasciare in atmosfera i gas “clima alteranti” (CO2, metano), gli effetti si vedrebbero forse tra qualche decennio, ma la stessa inerzia ci permette di avere ancora tempo, poco, ma comunque ne abbiamo per intraprendere le azioni necessarie a rendere compatibile le attività dell’uomo con le risorse e la capacità del nostro pianeta a mantenere in equilibrio il nostro ecosistema.

Le azioni che dobbiamo mettere in campo per assicurarci un futuro non devono essere dettate da atteggiamenti “isterici”, ma devono essere guidate dalla conoscenza profonda delle condizioni climatiche attuali che solo la ricerca scientifica può darci.

Il monitoraggio del Mediterraneo

Per esempio, il monitoraggio del Mediterraneo ci sta suggerendo l’urgenza con cui le priorità delle agende politiche globali devono essere aggiornate. Le continue ondate di calore a cui è sottoposto il Mediterraneo provocano un aumento delle temperature medie stagionali, a largo del Golfo di Taranto, a metà giugno di quest’anno si sono registrate temperature superiori alla media di ben 5 gradi (Laura Scillitani, “Un’estate bollente anche per il Mar Mediterraneo” Le Scienze, 8 luglio 2022), il che potrebbe portare a una perdita di biodiversità del Mediterraneo considerato uno dei mari con un più alto tasso di biodiversità del mondo. L’urgenza di adottare misure che “raffreddino” il clima è quindi palese, come sono urgenti le misure che attenuino la scarsità delle risorse idriche dovuta, almeno nel nostro Paese, all’incuria e all’inefficienza in cui versano la rete di distribuzione dell’acqua, inefficienza in parte compensata dall’abbondanza di acqua in cui abbiamo vissuto e in parte viviamo ancora.

L’acqua… come un rifiuto

Basti pensare che ogni anno si buttano letteralmente in mare fino a otto miliardi di metri cubi di acqua anche di buona qualità, proveniente dai depuratori (Emanuele Bompan, “La sete evitabile” Le Scienze 4 luglio 2022), acqua che potrebbe essere benissimo utilizzata per l’irrigazione o per gli usi industriali.  Anche noi come cittadini, possiamo e dobbiamo fare la nostra parte, in Italia ognuno di noi consuma ogni giorno, 245 litri di acqua, 100 litri in più rispetto al consumo medio degli altri cittadini europei. Le Istituzioni e la classe politica che le amministrano, dovrebbero fare di più per il clima (che rappresenta il nostro futuro) e dovrebbero incoraggiare e stimolare i comportamenti virtuosi dei cittadini invece di correre dietro alle pulsioni miopi di alcuni (non sempre pochi) per ottenere una manciata di voti.

Il futuro sarà di tutti, il conto “climatico” da pagare arriverà.

Salvatore Scaglione

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