I “migliori” peggiorano la nostra Italia. Con buona pace delle tante premesse

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Quante volte abbiamo sentito ripetere, dall’inizio della pandemia da Covid 19, che noi italiani avremmo affrontato l’emergenza divenendo migliori. Effettivamente le premesse sembravano esserci, a partire da una presa di coscienza collettiva sulla necessità di agire per salvaguardare l’ambiente e il futuro del pianeta. Era inoltre chiara la necessità di correggere scelte sbagliate del passato, caratterizzate da privatizzazioni, demolizione dello stato sociale e riduzione dei diritti del lavoro. Scelte che hanno determinato lo sfascio dei servizi pubblici a partire dalla sanità, che ha subito tagli lineari e l’incauta riforma del titolo V° della Costituzione, affossando il sistema sanitario nazionale.
Poi è arrivato Draghi, definito “uomo della necessità” da Confindustria, in quanto rappresentante degli interessi dell’impresa e della finanza a scapito, ovviamente, dei lavoratori e dei beni comuni. Non è quindi casuale che proprio il “Governo dei migliori” stia rendendo l’Italia peggiore rispetto a quella esistente prima del Covid. Relativamente all’emergenza climatica e ambientale, le colpe del fallimento della recente Coop26 vengono scaricate su Cina e India, ma come è intenzionato a comportarsi il nostro Paese su questo versante? Il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, rivolgendosi ai parlamentari italiani ha sottolineato come ogni punto di prodotto interno lordo in più, non modificando gli attuali strumenti di produzione, rappresenta un danno enorme per le sorti del pianeta. Parole inascoltate, visto che il mantra del Governo continua a essere l’attesa di un notevole incremento del prodotto interno lordo che, tra l’altro, in assenza di politiche di equità sociale, non si tradurrà in maggiore occupazione e benessere collettivo ma renderà soltanto più ricchi i ricchi e più prospera la finanza.
Sui temi della sanità e dei beni comuni, nella manovra finanziaria di bilancio approvata dal Governo sono presenti aspetti osceni. Non solo non si pone rimedio alla riforma del titolo V° ma, nei decreti collegati alla prossima legge di bilancio, vi è il Ddl “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata” che prevederà un’ulteriore spinta verso la regionalizzazione e la conseguente morte del servizio sanitario nazionale.
E’ stato poi approvato dal Governo il disegno di legge sulla concorrenza e il mercato che (così come imposto dalle “condizionalità” richieste dalla commissione europea per accedere ai fondi del Next Generation Eu) prevede la privatizzazione selvaggia e generalizzata dei servizi locali che, sostanzialmente, non potranno più essere gestiti dal pubblico. Il governo Draghi, ad amministratori locali come il neo eletto sindaco di Napoli che ha denunciato l’impossibilità di gestire le città con la zavorra dei vincoli di bilancio, risponde che non vi è bisogno di governare i Comuni: basta mettere tutto sul mercato, e poco importa se questo sancisce la privatizzazione di ogni servizio pubblico e un ulteriore vantaggio per i profitti a scapito del lavoro.
Cesare Caiazza

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