Daniele Badaloni: «La grande importanza del “gioco” di squadra»

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Zoologo, sposato, una figlia, 46 anni, Daniele Badaloni è direttore del parco di Bracciano-Martignano e, prima sottolineatura, svolge un lavoro che gli piace. «Ho studiato biologia, poi ho fatto il primo master, dopo aver vinto due concorsi indetti dalla Regione Lazio nel 2002-2003 come funzionario naturalistico; dopo 15 anni di esperienza nel Parco dei Castelli, ho avuto questa opportunità, sono diventato direttore prima di Roma Natura, poi del Parco di Bracciano e Martignano».

In cosa consiste il lavoro del direttore di un parco?

«Consiste nel cercare di mettere in pratica la visione e gli obiettivi che ha il presidente del parco e della macchina amministrativa dell’Ente parco stesso. Deve cercare di raggiungere una serie di obiettivi, che sono concordati ma che comunque sono “sfidanti”, non è che siano scontati. L’Ente è strutturato, qui ci sono una serie di professionalità eccellenti, peccato non essere in molti. A oggi si contano 36 unità, inclusi guardiaparco e coordinatore (13 persone, nda), quindi siamo “abbastanza” ridotti all’osso. Ci sarebbero tante cose che vorremmo fare, ma che per limiti oggettivi di personale non si possono realizzare, serve sempre calibrare correttamente l’attività e utilizzare le risorse che si hanno a disposizione. In più un direttore deve avere una visione a trecentosessanta gradi, quindi deve avere anche conoscenze e competenze in ambito di diritto amministrativo, oltre che di organistica, lavori pubblici, contrattualistica. Negli anni ho avuto modo di ampliare le mie conoscenze approfondendole sul campo, anche se poi è l’esperienza che conta più di tutto, specie in alcuni ambiti. E, ovviamente, serve tenersi aggiornati. Quella del direttore di un parco non è “figura” di un soggetto che può stare in giro all’aria aperta. Certo, preferisco essere al fianco di chi lavora, per cui quando ci sono esigenze particolari, carenze di personale o altro, cerco di supportare in maniera diretta il personale stesso. Come modalità gestionale preferisco essere al fianco dei lavori e di chi lavora, e allora cerco di supportare in maniera diretta. Per esempio quando si tratta di dover “accompagnare”, lo faccio volentieri, di recente abbiamo fatto una camminata di tredici chilometri, di sicuro non mi tiro indietro. Anzi, forse è l’aspetto che più mi piace, quel poter diversificare. Il ruolo dunque è quello di coordinare, ma ci sono tanti altri adempimenti che si è tenuti a fare, fra questi il rilascio di nullaosta e pareri, cercando di dare risposte in maniera solerte, corretta ed efficace. Ecco, spesso mi ritrovo più a dover fare il burocrate, nel senso letterale del termine».

E poi? Lei sottolinea anche e soprattutto il ruolo e il lavoro degli altri…

«Vede, il ruolo che ricopro è un servizio, non posso dimenticarlo, nel senso che questo ruolo per me è un discorso legato allo spirito di servizio dello Stato. Si, sembrano parole antiche. Invece rappresentano una cosa di importanza fondamentale. Qui abbiamo la fortuna di avere uno stipendio garantito, e non dobbiamo dimenticarci che ogni giorno ci sono persone che dipendono da noi, attività economiche e produttive che potrebbero rischiare di danneggiare, piuttosto che valorizzare il territorio. C’è la necessità di potenziare i giovani e le attività produttive, quella di salvaguardare l’ambiente naturale, che poi è uno dei primissimi obiettivi per cui siamo qui. E tutti questi passaggi richiedono spesso un impegno corretto, ampio, serio. Qui ci sono persone che lavorano oltre l’orario senza pensare agli straordinari, che si impegnano e non stanno certo a guardare. Qui le persone che lavorano a volte intervengono e… in alcuni casi potrebbero lavarsene le mani. Ma lo fanno proprio per quello spirito di spirito di servizio cui accennavo. Si cerca di risolvere i problemi».

Un esempio?

«Beh, i rifiuti. Se c’è una discarica abusiva quello che si deve fare è segnalarla alle autorità competenti e procedere affinché quella discarica venga rimossa. Se però poi dopo ci sono dei volontari che vanno lì e puliscono, magari gli si dà una mano pur andando a fare qualcosa che in teoria non si dovrebbe fare. Ma quel gesto può essere un buon segnale per la cittadinanza, e in ogni caso si fa nel rispetto delle norme di sicurezza. Questo è solo un esempio, qui bisogna anche stare attenti perché potrebbe essere travisato, questo tipo di messaggio».

Il rapporto fra lei e il presidente del Parco.

«Non lo dico per piaggeria ma ho la fortuna di avere un presidente veramente illuminato, Vittorio Lorenzetti. Non ci conoscevamo, lui è arrivato qui un paio di mesi prima di me, mai lo avevo visto né conosciuto prima. Non ci siamo scelti l’uno con l’altro, insomma. Siamo stati chiamati in momenti diversi per ricoprire questo ruolo, e posso sottolineare che sicuramente è una persona illuminata, e un ottimo amministratore. Qui, e questo è un suo input, funziona il gioco di squadra, che diventa determinante quando serve spingere la macchina al massimo».

Cosa la preoccupa del suo lavoro?

«Diciamo che esistono difficoltà gestionali che non dipendono da noi. Abbiamo personale che viene assegnato dalla Regione Lazio, ultimamente abbiamo inoltrato una serie di richieste, ma sembra non siano state prese in considerazione, e quindi ci troviamo in estrema difficoltà. Dispiace l’impossibilità di voler decidere, a volte le cose non dipendono da noi. Non possiamo assumere, concorsi non ci sono…».

Pro e contro del parco di Bracciano-Martignano.

«Rispetto ad altre aree protette come per esempio “Lucretili” e “Castelli”, che sono due aree protette simili alla nostra, nel senso che hanno più o meno lo stesso numero di comuni ed elementi naturali simili, c’è la differenza che loro hanno esattamente il doppio del personale rispetto al nostro. Non sempre si può chiedere al nostro personale di fare il doppio del lavoro. Va bene l’impegno, ma non è che il lavoro che si fa in due lo debba fare uno solo. E, sempre come difetto, mi viene da pensare che questo parco paghi lo scotto di non essere nato sulla “spinta” del territorio. Qui la grossa spinta l’ha data il rischio di perdere l’area di Vicarello, la scintilla iniziale è stata quella. E inizialmente l’idea del parco, nata per preservare questa zona, è stata mal digerita da una serie di personaggi locali – ma aggiungo anche che li posso capire – che si sono ritrovati dal giorno alla notte magari con grossi latifondi e appezzamenti di terreno impossibilitati a portare avanti una serie di attività. E si è partiti a rilento. Ma essere stati coinvolti anche con il discorso della crisi idrica in una situazione di estrema difficoltà, a mio avviso ha fatto vedere la “faccia più bella del parco”».

Lei accennava al “gioco di squadra”…

«Quando è stata fatta la prima Costituzione, nell’agosto del 2017, facemmo le tre di notte per realizzarla, roba che non ci si crede per un Ente pubblico. Ma serviva farlo, e lì c’è stata davvero la guida illuminata del presidente Lorenzetti, che ha tracciato la rotta. E che ha detto “qui se ne esce soltanto se facciamo un gioco di squadra con tutte le amministrazioni locali”. Ecco, l’idea del “fare squadra” è innegabile che sia stata un’idea vincente».

Massimiliano Morelli

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