Le Liste Civiche e la democrazia malata

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L’opinione di un militante politico di periferia

L’articolo 49 della Costituzione Italiana recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Sin dagli anni Cinquanta ne sono nati molti; tanti sono cessati, altri si sono modificati. Nonostante questo, alcuni cittadini nel corso degli anni si sono dissociati dai partiti e hanno scelto di organizzarsi, come “società civile”, in liste proprie, chiamate “liste civiche”.
Nulla trovo da eccepire alla società civile che voglia associarsi liberamente. Il dubbio è se le liste civiche sono la cura giusta alla “democrazia malata”. Ma chi sono i cittadini transfughi e come nasce il concetto di società civile?
Il tema è antico da avere radici nei secoli passati. Se ne sono occupati, con interpretazioni filosofiche molte diverse Jean-Jacques Rousseau, Adam Ferguson, Karl Marx, Antonio Gramsci e altri. L’argomento di certo è complesso e richiede competenze specifiche, che non ho.
Sia concessa solo una semplice riflessione quale “militante politico di periferia”, senza pretesa alcuna.
Jean-Jacques Rousseau, nella seconda parte del suo “Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini” si concentra sull’origine della disuguaglianza civile, effetto dell’evoluzione sociale dell’uomo, e afferma che il dominio dell’apparenza, che impedisce la valutazione sociale dei meriti individuali, è il presupposto per la nascita del concetto di “società civile come sinonimo di società politica”.
Con questo principio Rousseau è ritenuto, da molti, il vero iniziatore dell’idea di società civile. E lo dimostra quando afferma: “Il primo che, recintato un terreno, ebbe l’idea di dire: “Questo è mio”, e trovò persone così ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile.
Quanti delitti, guerre, assassini, quante miserie e orrori avrebbe risparmiato al ge¬nere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fos¬sato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dall’ascoltare quest’impostore; siete perduti, se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno”. Nozione chiara e attuale.
L’argomento delle “liste civiche” lo trovo legato al concetto di “apparenza”. Infatti, ancora oggi, i “forchettoni” operano con intraprendenza e spregiudicatezza, guadagnandosi immagine e spazio, solo a fini personali, nella totale indifferenza di molti.
Ciò non mi rassicura; e di cantori pifferai ce ne sono tanti. La dialettica politica deve svolgersi non al di fuori, ma all’interno del partito nel quale si milita, nella trasparenza delle idee, e il partito deve conservare la sua anima, la sua identità, la sua finalità, realizzando gli ideali per i quali è nato.
È sintomo di democrazia malata se, Nicola Zingaretti, del PD, eletto con quasi un milione e mezzo di voti alle “primarie”, ha dovuto dimettersi da segretario denunciando lo squallore della bassa politica.
Nessuno si è sentito toccato da questa denuncia. Nulla è accaduto. Si manca di vergogna, di dignità, di morale. I “forchettoni” li rivedremo nelle liste civiche tentando di recuperare una parte di quel 50% di sfiduciati. I cittadini disertano le urne e i “furbetti” approntano le liste civiche.
Si gioca a disorientare gli elettori, a confonderli, per riappropriarsi del voto, anziché eradicare il “virus” della disonestà, della incompetenza, della mala politica; e le giustificazioni sono legate agli interessi o agli egoismi personali o di gruppo.
L’esame di coscienza, che ognuno di noi dovrebbe fare, comporterebbe un passo indietro e l’obbligo di fare “politica come servizio” e non ricerca spasmodica di una facile occupazione e una comoda poltrona. Non mi è stato facile scrivere queste amare riflessioni, che possono anche disturbare le sensibilità di taluni, ma lo scenario politico nel quale ci troviamo è talmente grave che necessita davvero di un cambio di passo, e non solo politico, poiché la nostra bella Italia è in piena pandemia, in forte recessione e con un governo voluto dal Presidente della Repubblica.
Franco Marzo

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