La ricostruzione dell’Irpinia un’occasione mancata, ora pensiamo al rilancio

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Avevo cinque anni nel 1980, eppure il terremoto del 23 novembre è restato indelebile nella mia mente: le urla «Trema, trema!», lo spavento, le prime notti passate in macchina, le sirene delle ambulanze e i mezzi militari che sfilavano veloci verso l’alta Irpinia, i tanti volontari che arrivavano da ogni dove per dare una mano. Tra quei volontari c’era anche un giovanissimo Giorgio Gori che, a distanza di anni, da sindaco di Frigento, avrei insignito con la cittadinanza onoraria per il suo impegno profuso a sostegno della nostra comunità in quei giorni.

Frigento è stato tra i comuni più colpiti, ma fortunatamente non tra quelli disastrati. È un fiore all’occhiello della ricostruzione in Irpinia, il centro storico ha conservato la sua fisionomia e ricordo la festa per le chiese che piano piano si inauguravano, per le case, purtroppo non tutte, che si riaprivano. Ho frequentato il liceo classico De Sanctis a Sant’Angelo dei Lombardi nei primi anni ‘90 e lì le ferite erano molto più profonde e ancora aperte. Ogni 23 novembre era una giornata di lutto e di riflessione. In quegli anni si è formata la mia coscienza politica. Le storture legate alla ricostruzione in Irpinia, Tangentopoli e le stragi di mafia sono state il carburante che ha animato la mia passione per l’impegno civile. Quarant’anni sono tanti, ma forse è anche il giusto periodo per analizzare con il giusto distacco quanto è successo sul nostro territorio dal sisma in poi. Va aperta una riflessione su una stagione in parte fallita e probabilmente, in questi anni, è mancata una seria autocritica su quanto è successo. Certo, ripartire dopo un terremoto devastante non è semplice e ne abbiamo avuto una riprova con le vicende prima dell’Abruzzo e poi dell’Umbria e delle Marche dove la ricostruzione stenta a decollare.

È stato eccessivo parlare di Irpiniagate rispetto a sprechi enormi che hanno interessato un’area molto più vasta della nostra provincia, in quanto si decise di allargare a dismisura il raggio dei comuni colpiti e di conseguenza dei beneficiati.

Probabilmente la ricostruzione è stata un’occasione mancata per l’Irpinia e bisognerebbe riannodare i fili di un ragionamento per capire come programmare il futuro insieme ai cittadini che nonostante tutto sono rimasti. Due sono i temi che reputo imprescindibili: occorre recuperare il tempo perduto in tema di efficientamento amministrativo e di potenziamento dei servizi di questi territori, a cominciare dall’abbattimento del digital divide, e bisogna sfruttare appieno le potenzialità insite nella stazione Hirpinia lungo la ferrovia Napoli-Bari.

Dal 1980 nulla è cambiato rispetto ai comuni “polvere” tranne che per la fusione di Montoro. L’Alta Irpinia, selezionata quale area pilota nella strategia nazionale per le aree interne, non è riuscita finora a sfruttare questa sperimentazione per gestire in forma associata i servizi essenziali e offrire una migliore qualità della vita ai cittadini. Tra l’altro, in questo periodo segnato dal Covid, abbiamo capito come sia fondamentale avere la gestione associata dei servizi nella risposta alle emergenze, soprattutto in tema di protezione civile e assistenza sanitaria. Come sperimentato con successo in alcune aree del Paese, è possibile ridurre le ospedalizzazioni inappropriate potenziando le attività di prevenzione e garantendo l’assistenza domiciliare integrata ad anziani, disabili e persone fragili con il coinvolgimento del terzo settore per i servizi di prossimità. Bisogna accrescere il numero e la qualità dei presidi sanitari territoriali come case della salute, poliambulatori, farmacie aperte h24 e prevedere l’inserimento di nuove figure professionali come gli infermieri di comunità.

Abbattere il digital divide non significa soltanto favorire lo smart working nelle aree interne,

ma anche portare i servizi fondamentali come la telemedicina in alcuni comuni collocati in posizioni geografiche difficili, trovando soluzioni innovative rispetto ai fabbisogni specifici dei territori. Non sono tra coloro che critica l’industrializzazione in montagna a prescindere: anche su questo tema ci sono stati tanti episodi di cattiva gestione nel post-sisma, falsi imprenditori che hanno preso gli incentivi e sono scappati via, ma non ci può essere sviluppo di un territorio senza l’industria. Bisogna adeguare le aree industriali del “cratere” per attrarre le imprese di ritorno in Italia e sfruttare appieno le potenzialità della stazione Hirpinia in termini di attrazione di investimenti e sviluppo della logistica.

Una stazione posta su una linea veloce diventa uno strumento di crescita della com-petitività dell’area in cui insiste: la stazione Hirpinia connetterà le aree interne con il resto del Paese e aprirà scenari finora impensabili anche per lo sviluppo del turismo e delle attività agricole. Suonano ancora attuali le parole di Francesco De Sanctis: «Tutto si trasforma e qui la trasformazione è lenta. Si animi Monticchio, venga la ferrovia e in piccol numero d’anni si farà il lavoro di secoli».

(Il Riformista)