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Venezia, nuovo test per il Mose 78 barriere sollevate in 50′

Venezia, nuovo test per il Mose 78 barriere sollevate in 50′
Settembre 12
04:57 2020

78 barriere sollevate in 50 minuti

VENEZIA. La terza prova per l’innalzamento delle 78 paratoie del Mose, la grande opera realizzata per proteggere Venezia dalle maree eccezionali, è stata portata a termine. In generale tutto ha funzionato, sebbene quattro paratoie di Treporti, al momento del riposizionamento nei fondali, non sono scese nei tempi previsti. Oggi intorno alle 10 si sono iniziate a sollevare le barriere che, alle 12 circa, erano posizionate come previsto. Alle 12.30 le paratoie hanno iniziato a scendere. Nel primo pomeriggio si è rifatta una prova alla bocca di porto di Malamocco i cui impianti sono ancora in corso di ultimazione, conclusa poco prima delle 16.

Più volte in passato si è evidenziata la difficoltà delle paratoie di Treporti (noto anche come Punta Sabbioni)

a riposizionarsi nel proprio cassone per via della sabbia che si accumula velocemente nei fondali. Il Consorzio Venezia Nuova, che coordina i lavori ha detto che, in attesa dell’approvazione del nuovo protocollo fanghi, la sabbia non può ancora essere portata in discarica e che questo problema verrà risolto.
Si tratta della terza prova di sollevamento delle 78 barriere. La prima è stata fatta lo scorso 10 luglio alla presenza del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dei ministri Federico D’Incà e Paola De Micheli. La seconda lo scorso 7 agosto e la terza oggi. Il cronoprogramma ne prevede una ogni mese, la prossima sarà a metà ottobre.

Rimane comunque un dubbio che preoccupa chi ha visto con i propri occhi la furia di acqua e vento dello scorso 12 novembre, che ha sommerso la città, trasformando le calli in fiumi e scaraventando gondole e vaporetti contro i palazzi. Le tre prove infatti sono sempre state eseguite in condizioni ottimali, quindi senza simulare per esempio la violenza del vento di bora e scirocco che quella notte frustava la città a una velocità di 100 chilometri all’ora. Chi è critico nei confronti del Mose continua a porre la stessa domanda: siamo sicuri che con quelle condizioni atmosferiche il Mose si solleverebbe senza nessuna difficoltà?

L’opera da quasi sei miliardi di euro, la cui conclusione è prevista alla fine del prossimo anno,

dovrebbe entrare in funzione con maree a 130 centimetri già in occasione delle prossime acque alte, attese a ottobre. Stando alle nuove indicazioni della commissaria Sblocca cantieri, Elisabetta Spitz, il Mose si potrà sollevare infatti solo quando la marea eccezionale raggiungerà i 130 centimetri anziché i 110 centimetri, come previsto inizialmente. La scelta sembra essere dettata dalla prudenza, dato che l’opera non è ancora finita, ma questo significa che metà città sarà comunque coperta dall’acqua alta, in particolare la Basilica di San Marco.
Come riportato da Alberto Vitucci del quotidiano La Nuova Venezia il Mose accusa inoltre numerose criticità non ancora risolte: danni alla vernice delle paratoie, corrosione di alcune parti delle cerniere a causa della salsedine, alcune infiltrazioni di acqua nei cassoni in calcestruzzo giacenti nei fondali, le valvole difettose nelle paratoie da sostituire e la conca, che doveva consentire l’accesso delle navi al Porto in caso di chiusura delle dighe, danneggiata e inutile. Tutto questo senza contare i ricorsi su ricorsi che sembrano non avere fine delle aziende coinvolte negli anni. Le criticità della grande opera sono nel mirino di chi considera il Mose una macchina mangiasoldi, dato che il costo della manutenzione sarà di circa 100 milioni all’anno.

Il periodo delle acque alte, ottobre e soprattutto novembre, è alle porte e la paura che si ripeta quanto accaduto è nell’aria. In più, lo scorso 30 agosto si è verifica una marea anomala passata ai più inosservata perché arrivata a 102 centimetri (Piazza San Marco e altre poche zone coperte), ma che ha preoccupato gli esperti. Dal 1980, anno in cui a Venezia si è iniziato a misurare il livello del mare a Punta della Dogana, per la prima volta si è verificata una marea così alta ad agosto. Un dato che, se sommato all’aumento della frequenza e dell’intensità delle acque alte degli ultimi due anni, dimostra la gravità dell’impatto dei cambiamenti climatici nelle coste.

Oltre all’angoscia che possa ripetersi il disastro dello scorso 12 novembre, quando la marea ha raggiunto con una velocità mai vista i 187 centimetri

(la seconda più alta della storia dopo i 194 centimetri dell’alluvione del 4 novembre 1966) e messo in ginocchio la città, rimane ancora la preoccupazione per la Basilica di San Marco, che si trova in un punto in cui viene sommersa già sugli 80 centimetri. I procuratori della Basilica, consapevoli del problema, già dopo un’acqua alta eccezionale nell’ottobre 2019 avevano iniziato a realizzare un progetto per proteggere gli stupendi mosaici e i pavimenti preziosi dalla salsedine che, anche a emergenza finita, continua il suo effetto corrosivo.

In sintesi il progetto, ideato dal Proto Mario Piana e dall’ingegnere Daniele Rinaldo e ultimato lo scorso aprile, consiste nell’inserire delle barriere di cristallo davanti alla Basilica, in modo da bloccare l’acqua alta che arriva dalla Piazza e che, ogni volta, inonda il nartece e l’interno dell’edificio di culto. Il progetto, che potenzialmente poteva essere realizzato nel giro di pochi mesi per essere concluso prima di ottobre, ha avuto un iter frastagliato ed è stato così ritardato. Soltanto martedì scorso si è tenuto un incontro tra il Provveditorato alle Acque (ex Magistrato alle Acque), alcuni tecnici del ministero delle Infrastrutture e i procuratori della Basilica che sembra abbia avuto un esito positivo. I tecnici hanno mosso alcune osservazioni che verranno sistemate da Piana e Rinaldo, dopodiché potrebbe arrivare l’ok definitivo per procedere. Tuttavia è impossibile che prima di ottobre la Basilica sia messa in sicurezza dato che, per realizzare le barriere di cristallo, ci vogliono comunque dai due ai tre mesi.

Ieri mattina, in occasione della sua visita a Venezia per un incontro elettorale, Federico D’Incà, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha detto: “Il Mose è stato l’esempio più negativo di corruzione del nostro Paese per colpa di forze politiche che hanno governato in Veneto o che non hanno mai visto nulla di quanto accadeva” ha dichiarato il ministro facendo riferimento allo scandalo di mazzette scoppiato il 4 giugno 2014 “Noi abbiamo voluto terminarlo in modo trasparente e ora vogliamo vederlo funzionare. È un obbligo morale nei confronti dei veneziani e degli italiani”.

(La Repubblica)

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