Per Conte comincia la fase più critica

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(Il Manifesto)

Palazzo Chigi aspetta l’ora zero facendo gli scongiuri e senza nessuna sicurezza. Il rischio è grosso e lo sanno tutti. Ieri sono uscite le famose faq che avrebbero dovuto chiarire il mistero dei «congiunti». Non lo hanno fatto. Il punto nodale, cosa si debba intendere per «solida relazione affettiva», resta inevaso. Per il resto la casistica è ampia: parenti diretti fino al sesto grado, del coniuge fino al quarto. Non gli amici, però. Gli incontri dovrebbero essere limitati alla necessità, sporadici, episodici.

Ma il passaggio dalla lettera alla pratica è delegato al «senso di responsabilità dei singoli». Gli spostamenti fra regioni restano vietati. Salvo ricongiungimenti familiari, inclusi ovviamente i moltissimi fuori sede rimasti confinati nelle città del nord. Quelli potranno rientrare e al momento il solo scudo contro l’eventualità che portino con sé il contagio è la scaramanzia.

IL RITORNO AL LAVORO di 4 milioni e mezzo di persone, anche al netto di qualche elemento forse inevitabile ma che fa a cazzotti con la logica (escono soprattutto maschi ultracinquantenni, cioè quelli più a rischio, e affolleranno essenzialmente le aree più colpite, quelle del nord), preoccupa soprattutto per i trasporti. Lì non ci sono norme di sicurezza che tengano. Il governo insiste: mascherine e un metro almeno di distanza tra i passeggeri. La prima condizione, forniture permettendo, è praticabile. La seconda no. È un azzardo per il governo.

Se le cose andranno male servirà a ben poco rinfacciare ai moltissimi che reclamano aperture ben più ampie i loro strilli. In questi casi gli oneri, come gli onori, sono sempre di chi prende le decisioni, poco importa se assunte controvoglia. Del resto il rischio più grosso non è veicolato dalle norme in sé ma dall’incognita costituita dal come quelle norme verranno interpretate dalla popolazione. Se verranno vissute come la fine di fatto del lockdown, se le persone ricominceranno a uscire, sensazione condivisa ieri un po’ in tutte le città, ci sarà ben poco da fare. Tanto più che i controlli, sin troppo occhiuti e burocraticamente rigidi nella prima fase del confinamento, si sono ridotti agli sgoccioli.

Non meno preoccupante è lo spettro gemello del contagio: la CATASTROFE ECONOMICA. La crisi ci sarà e sarà pesante: nessuno si fa illusioni di sorta. Tutto sta a vedere se l’esecutivo riuscirà a governarla, cioè a fornire strumenti di protezione avvertiti concretamente come tali dalla popolazione più provata, o no. Non è che al momento ci siano grandi elementi di ottimismo. Il dl aprile, nel frattempo diventato maggio, dovrebbe arrivare in settimana ed è facile che sia la volta buona. Salvo miglioramenti, però, le lacune non mancano. I finanziamenti per i due strumenti principali, reddito di emergenza e fondo per gli affitti, sono per ora ridotti all’osso.

I criteri di selezione per l’erogazione, a differenza dei 600 euro (presto 800) arrivati anche a chi non ne aveva alcun bisogno, promettono di essere a maglie strette. Tra Isee, conti col bilancino sul reddito mensile, sorveglianza sul «patrimonio mobiliare» molti rischiano di restare esclusi, tutti vedranno quei 400 euro mensili a giugno inoltrato. I piccoli imprenditori, dopo la Caporetto dei prestiti delle banche garantiti dallo Stato secondo dl Liquidità, riceveranno il sostegno direttamente sul conto corrente. Ma le piccolissime imprese che resterebbero tagliate fuori si contano a milioni.

GOVERNO DEL CONTAGIO e degli effetti materiali della crisi: la sorte di Conte dipende da questi due elementi. Renzi non vede l’ora di togliere la fiducia. Parlando con i suoi alti ufficiali è difficile evitare la sensazione che la decisione sia già presa e in ogni caso il leader di Iv sa di doversi muovere presto, finché il virus lo mette al riparo dal voto anticipato. Berlusconi confida ai suoi che Conte si trova in una tipica situazione lose-lose: o lo travolge il virus o ci pensa la crisi.

Renzi gioca su due tavoli: un governo con Fi e mezzo M5S o un esecutivo di semi-unità nazionale. Nel primo caso il candidato in pole sarebbe Franceschini, nel secondo Draghi anche se nessuno si è mai preso la briga di consultare il diretto interessato. In realtà il nome che circola più spesso nei frequenti conciliaboli è quello di Enrico Letta e certo non mancherebbe una certa ironia della storia in un governo Letta con Renzi per regista.

Ma per ora sono castelli in aria. Se Conte vincerà le due partite dei prossimi mesi, scalzarlo sarà più o meno impossibile.

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