LAGONE

“L’inverno d’estate” – Rubrica Storie Nere di Luciana Crucitti

“L’inverno d’estate” – Rubrica Storie Nere di Luciana Crucitti
luglio 19
10:12 2019

L’INVERNO D’ESTATE

Certo che al Commissariato di Isola non ci siamo fatti mancare proprio nulla! Quante storie dannate, o di ignari malcapitati, segnavano le nostre lunghe giornate. Ma nella variegata tipologia di fatti reato si aggiunse una nuova storia. Quel turno pomeridiano sembrava volgere al tramonto, quando arrivò una telefonata alla Sala Operativa.

“Pronto … pronto”. Il collega Salvatore stava per metter giù la cornetta; sembrava essere una delle tante telefonate di disturbatori quotidiani.

Dall’altro capo del telefono, a quel pronto, si aggiunse una voce, rotta dal pianto.

“Sto male. Sto molto male”. Un pianto misto a lamento interruppe quella richiesta d’aiuto.

“Signora cerchi di stare tranquilla. Ci dica come si chiama. Dove si trova in questo momento?”.

Il collega la esortava, pazientemente, a fornirgli qualche informazione utile.

“Signora non pianga. Noi siamo qui per aiutarla”.

“E non mi chiami signora. Da oggi sono signorina”.

Mi scusi disse il collega “Signorina, ci vuole dire come si chiama e dove si trova? Solo così potremo aiutarla. Cerchi di stare tranquilla, fintanto”.

Di colpo la telefonata s’interruppe. La signorina aveva riattaccato.

Il collega si girò verso di me e mi disse: “Cose da pazzi! Mi ha mandato a quel paese! Ma cosa avrò detto di male? Voleva che la chiamassi signorina e l’ho chiamata signorina. Mha!”

Stai tranquillo, forse la signorina, semplicemente non aveva più voglia di parlare.

Erano passati neanche cinque minuiti, che il telefono della centrale squillò nuovamente.

“Pronto 113” rispose il collega.

“Sono io … la signorina di prima. Mi scusi!”

“Non si preoccupi” rispose Salvatore. “Possiamo parlare adesso?”

“L’importante che non mi dica stia tranquilla. Divento matta quando me lo dicono!”

Salvatore si girò verso di me e mi disse “E’ un caso per te Luciana”.

“Un attimo che le passo la collega. Sono sicuro che si troverà bene con lei”.

“Pronto signorina. Com’è il tempo lì da lei? Qui sta arrivando un temporale da paura!”

“Anche qui sembra che stia venendo giù il mondo. Non sembra estate. Questo è il mio inverno. Sta diluviando ed io rimango qui lo stesso. Per quello che vale la mia vita adesso!”

“Sicuramente avrà un bel nome, la sua voce lo è”.

“Mi chiamo Emma”.

“Bel nome davvero” aggiunsi. “Mi piacerebbe proprio conoscerla Emma. Mi dice dove si trova?”

“No” mi rispose in maniera risoluta.

Non riuscivo proprio a darle un’età. La conversazione era disturbata dalla pioggia che scendeva giù copiosa.

“Perché no? Ti sto proprio antipatica?”

“No. E’ che voglio stare da sola”.

“Emma cara, io ti vorrei conoscere ed incontrare. Mi piace molto parlare con te e di persona sarebbe ancora meglio”.

“E va bene. Mi trovo sul ponte di Penelope”.

Fintanto, con il mio telefonino inviai un messaggio a Salvatore. “Manda subito una volante in via di Selva Candida, prima del ponte di Penelope, e passami la telefonata sul mio telefonino. Fintanto uscirò anch’io con Patrizio. E’ a dieci minuti da qui. La volante, però, non si deve far vedere, Emma, potrebbe avere qualche reazione imprevedibile”.

Arrivammo come fulmini sul posto, con un’acqua che veniva giù a secchi.

Scesi dalla macchina e mi avvicinai lentamente verso il ponte. Lei si girò e mi guardò. Emma ed io continuavamo a parlare al telefono.

Oramai ero a pochi metri da lei.

“Ti va se parliamo di persona? Sono a pochi metri da te e mi stai anche vedendo”.

Mise giù e capii che mi aveva dato il suo consenso ad avvicinarmi. Mi avvicinai e le presi la mano sinistra. Accolse la mia mano; non la respinse.

Dio volle che da lì a poco, smise di piovere. La feci spostare da quella posizione di pericolo, visto che era seduta con le gambe penzoloni sul parapetto del ponte.

Chiacchierammo nel mio ufficio per molte ore. Fu piacevole ascoltarla. Mi raccontò del suo passato di insegnante di Greco e Latino al Liceo Classico di Isola e che era in pensione da un paio d’anni.

Anche suo marito Mario era andato in pensione da un annetto. Ed era proprio lì la nota dolente; il marito scapestrato.

“Sa Luciana, io non ho potuto avere figli e lui me ne ha fatto sempre una colpa. Quante volte a letto, quando perdevo il bambino, mi tirava calci perché mi spostassi. Per ben tre volte rimasi incinta ma non arrivavo neanche al terzo mese. Ho girato un mare di ginecologi ma nulla. A quei tempi le cure non erano come oggi. Comunque, alla fine dopo tante sofferenze fisiche e piscologiche i figli non arrivarono. Mi sentivo una donna a metà. Ero imperfetta, come lui mi faceva sentire. Ma per fortuna, i miei studenti che amavo riuscivano a farmi sentire una regina, una madre. Non ero riuscita a mettere al mondo i miei figli, ma anch’io avevo cooperato alla crescita di quei miei meravigliosi studenti. Pensa che i ragazzi più difficili, quelli che non volevano studiare, io li amavo di più e li seguivo in maniera particolare. So che nessuno di loro si è perso. Che gioia!”

Era un fiume in piena Emma. Ed io mi cibavo di lei e della sua storia corposa e piena di forza.

“Avevo sempre sospettato dell’infedeltà di mio marito, ma lo lasciavo fare. Forse, era un modo per indennizzarlo, per non avergli dato dei figli. Ma la situazione fra noi divenne ingestibile quando m’impose di rispettare la sua amante. Me la portò a casa e decise che doveva vivere in mansarda. Nella nostra casa! Capisce nella nostra casa!”

Emma cominciò ad agitarsi e sudar freddo. Questi suoi vestiti ancora umidi sembravano emettere esalazioni di disperazione. Sbiancava e si ricoloriva in un turbinio di attimi a scomparsa.

“Ho provato a ribellarmi. L’ho minacciato che avrei fatto il finimondo. Alla fine lui e l’altra finirono a dormire nel nostro letto matrimoniale ed io in mansarda. Cominciai ad ingrassare come non mai, mi trascurai anche con l’igiene personale. Non andai più dal parrucchiere e dalla mia amata estetista. Avevo chiuso con il mondo. Ero diventata una larva grassa, sul quel divano della mansarda vecchio e consunto”.

“E, dulcis in fundo, aveva anche svuotato i conti. Avevo perso tutto. E cosa mi rimaneva a quel punto? Solo una cosa. La morte”.

“Emma, pensi ai suoi fantastici alunni, che continuano ad amarla attraverso la loro realizzazione. Lei pensa che vorrebbero vederla così?”

“No, no. Che vergogna! Non credo proprio!”

“Allora bisogna ripartire e tessere una vita nuova.”

E mentre si sistemava con le mani i capelli ancora umidicci, continuò. “In questi anni, conoscendo il vizietto di mio marito, di andare a donne, mi sono sistemata una vecchia casa dei miei, nell’immediata periferia di Isola, e un conticino, tutto mio, che mi fa stare assolutamente tranquilla per il resto dei miei giorni. Avevo capito che mi serviva un piano B per continuare a vivere dignitosamente. Ma nonostante il paracadute, mi ero lasciata cadere a picco nel vuoto”.

“La verrò a trovare Emma”.

“Certamente, Luciana. Con vero piacere. Me la cavo benino in cucina. La vizierò un po’ quando mi verrà a trovare. Stasera farò una lunga doccia. E da domani parrucchiere ed estetista. Si ritorna al mondo.”

Buona vita Emma.

 

Anguillara Sabazia, 18 luglio 2019                                                                                            Luciana Crucitti

 

 

 

 

 

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