LAGONE

Ladispoli. Lo scrittore Erri De Luca all’istituto comprensivo Corrado Melone

Ladispoli. Lo scrittore Erri De Luca all’istituto comprensivo Corrado Melone
marzo 10
16:40 2018

Momenti toccanti, parole bellissime e profonde pronunciate con naturalezza da un sessantenne dal cuore giovane che solo ha chi sa amare il prossimo. Erri De Luca ha dialogato con i ragazzi della “Melone” durante uno degli incontri promossi dalla Scuola ed il poeta non ha deluso, commuovendo chi lo ha ascoltato.

Gli occhi azzurri, acutissimi e vivissimi, hanno incontrato e conquistato, gli sguardi attenti e curiosi di una platea gremita di studenti e docenti che sono stati avvolti dalla magia delle parole chiare, cristalline e ricche di significati che fanno riflettere, di immagini e metafore profondissime.

Lo scrittore ha cominciato il suo racconto dall’inizio, cioè dalla casa foderata dei libri del padre che amava leggere, trascorrendo il tempo viaggiando attraverso le avventure raccontate su quelle pagine. Ha sempre amato la libertà, ed infatti, ha confessato, i suoi lavori a scuola non erano apprezzati perché usciva sempre fuori tema eccetto quel giorni in cui gli fu chiesto di scrivere una storia “libera”, ma fu però accusato di avere copiato!

Alcuni compagni di scuola lo prendevano in giro per via del suo amore per la lettura, ma il padre ne era contento e questo lo soddisfaceva abbondantemente, permettendogli di non considerare la stupidità di chi non ne capiva l’importanza.

La lettura è importante per crescere e conoscere, per comprendere ciò che accade e per rimanere liberi; consente di distinguere il senso delle parole di chi vuole fraudolentemente far travisare la realtà. Conoscere bene la lingua, grazie alla lettura, ci aiuta a scoperchiare le finzioni e le falsità. Si parla ad esempio di “invasione degli stranieri in Italia”. Ora, è sufficiente controllare su un qualsiasi vocabolario della lingua italiana per scoprire che il termine “invasione” significa ingresso nel territorio di uno stato da parte delle forze armate di uno stato belligerante, irruzione violenta o arbitraria di persone in un luogo, insomma il termine evoca violenza e guerra, ma solo un demente ignorante può credere che donne e bambini stipati su barconi malfermi in maniera peggiore di come erano trasportati gli schiavi verso l’America possano essere un pericolo per gli italiani. In effetti, gli schiavi rappresentavano guadagni e dovevano sopravvivere per essere venduti, mentre i migranti dei barconi hanno già pagato e quindi non rappresentano più alcun guadagno e la loro morte alcuna perdita.

I numeri stessi danno torto a chi usa questo termine: la popolazione italiana è in forte diminuzione, perché non si fanno più figli e perché tanti italiani sono a loro volta migranti. Gli italiani che vanno via sono comunque più degli stranieri che entrano.

Perché allora far travisare i fatti, giocando sulla ignoranza delle persone? Il motivo è semplice: se non si sa come avere consenso, si crea un pericolo che non esiste. Ci si erge così a paladino, in difesa da quel pericolo inesistente, contro un nemico che non c’è, divenendo un eroe senza qualità o capacità, mettendo a rischio solo la vita di chi è debole: il migrante… Senza ricordare che i nostri avi sono stati migranti e nel nostro sangue scorre quello di altri migranti.

Leggendo si potrebbe venire a sapere, ad esempio, che Omero parla del Mediterraneo come una “strada liquida” che connette i popoli e non come una frontiera. Ci sono più somiglianze fra le popolazioni disperse sulle rive del Mediterraneo che fra i popoli del mare e dell’interno.

Erri De Luca ha parlato del suo amore per le montagne perché sono piene di bellezza e non è affatto vero che siano un confine (non esistono confini sul pianeta), perché la montagna può essere scalata, può essere oltrepassata: finisce per essere un luogo di incontro tra popoli e di comunicazione… Anche l’amore per la montagna, come quello per la lettura, gli è stato trasmesso dal papà che nella seconda guerra mondiale era arruolato come alpino. Al ritorno dalla guerra egli aveva portato un senso di gratitudine nei confronti della montagna che gli ha permesso di salvare il tempo della sua giovinezza, perduto e buttato via al fronte…

Il poeta non ha avuto alcuna remora a rispondere a tutte le numerose domande e curiosità poste dai ragazzi, a cominciare dallo spiegare perché non si sia mai sposato: in realtà aveva chiesto a tre diverse ragazze di dividere la vita con lui, ma per tre volte è stato rifiutato.

A chi gli ha chiesto come si possa comprendere il pensiero di chi scrive, ha risposto che, almeno per lui, l’importante non è convincere o far conoscere il proprio pensiero, ma solo far rivivere la storia che ha scritto, come avviene ed è avvenuto per lui leggendo. Leggere serve ad essere in compagnia e divertirsi. Analogamente, scrivere è vivere due volte: non solo nella realtà (dalla quale trae spunto perché i suoi racconti nascono dalla sua vita e dalle realtà che ha vissuto), ma anche nella fantasia che permette quella libertà che non sempre la realtà permette. Il suo primo racconto lo ha scritto a undici anni, quando Erri De Luca mise per iscritto la storia di un pesce, ma è arrivato alla pubblicazione relativamente tardi.

A chi gli ha chiesto come riesca a decidere se un suo libro gli piaccia, ha spiegato che, una volta scritto, prima di consegnare il manoscritto all’editore, lui lo ricopia (sempre a penna, per fare più fatica) ben tre volte. Se in queste fasi di ricopiatura non si annoia, allora lo digita al computer e consegna il testo dattilografato che spera possa fare compagnia ai lettori e dare loro quel piacere che a lui ha dato scrivendolo e ricopiandolo.

Fare lo scrittore non è un mestiere, è volare con la fantasia, come faceva da bambino. Lui ha svolto lavori pesanti, lavori manuali che non ha tolto a nessuno e grazie ai quali si è guadagnato da vivere senza togliere il pane a nessuno perché altri non li avrebbero svolti. Erri De Luca ha detto di definirsi vincitore di una lotteria.

Ha ovviamente consigliato di non affidarsi alla “fortuna” e quindi non giocare mai alla lotteria o altri giochi di azzardo, dato che nei giochi di azzardo il guadagno c’è solo per chi gestisce il gioco: così può affermare di aver evinto tutti i soldi che non ha mai speso per giocare, facendo i conti una somma considerevole!

Avere avuto e conservare il successo con la scrittura è come vincere senza giocare, divertendosi in tutte le fasi.

La sua patria è l’italiano (e la lingua madre è il napoletano) tanto da definirsi “residente della lingua italiana”; anche se fosse mandato in esilio, avrebbe sempre la sua patria, cioè la lingua. Erri De Luca ama molto le lingue, conosce l’yiddish, l’ebraico e il kiswaili, la lingua della Tanzania.

Ha poi spiegato che il nome “Erri” non è uno pseudonimo, ma il nome di famiglia. Infatti, in onore della nonna, americana, avrebbe dovuto chiamarsi Henry, e, sebbene gli fu dato il nome di Enrico, tutti i familiari lo hanno sempre chiamato Erri ed è questo il nome che ha mantenuto anche per i suoi libri.

Una studentessa gli ha chiesto per quale motivo abbia citato, durante l’incontro, spessissimo la figura del padre, ma mai quella della madre. La risposta è stata ovviamente poetica: in realtà la madre è stata citata senza interruzione perché il suo modo di parlare, di gesticolare, di muoversi è quello della madre trasmessogli da lei che è sempre stata molto presente nella sua vita.

Per spiegare cosa sia il perdono, De Luca ha voluto raccontare una piccola storia. Esisteva un dottissimo vecchietto che, come Diogene, viveva poverissimo. Un giorno fu invitato a partecipare ad una importantissima conferenza e dovette spostarsi con il treno dove alcuni signori lo disprezzarono e respinsero, cacciandolo lontano da loro, ma lo rincontrarono sul palco dove avrebbe tenuto la conferenza. Compreso l’errore di avere allontanato proprio l’ospite che erano andati ad ascoltare, gli si avvicinarono e gli chiesero di perdonarli. La risposta fu fulminante: non era lui che poteva perdonarli, avrebbero dovuto rivolgersi al vecchietto del treno e l’unica possibilità che ora avevano era quella di non disprezzare più alcun vecchietto puzzolente. Il senso del racconto è che, per avere il perdono, occorre comprendere realmente il proprio errore e non commetterlo mai più con nessuno.

Ci piace chiudere questo resoconto con le parole della sua toccante poesia, recitata a memoria ai ragazzi, una preghiera laica affinché tutti possano comprendere l’errore di allontanare chi ci viene a chiedere un po’ di aiuto e viene allontanato anche da chi non li ha mai incontrati.

 

Mare nostro che non sei nei cieli

e abbracci i confini dell’isola e del mondo,

sia benedetto il tuo sale,

sia benedetto il tuo fondale.

Accogli le gremite imbarcazioni

senza una strada sopra le tue onde,

i pescatori usciti nella notte,

le loro reti tra le tue creature,

che tornano al mattino con la pesca

dei naufraghi salvati.

Mare nostro che non sei nei cieli,

all’alba sei colore del frumento,

al tramonto dell’uva di vendemmia,

ti abbiamo seminato di annegati

più di qualunque età delle tempeste.

Mare nostro che non sei nei cieli,

tu sei più giusto della terraferma,

pure quando sollevi onde a muraglia

poi le abbassi a tappeto.

Custodisci le vite, le visite cadute

come foglie sul viale,

fai da autunno per loro,

da carezza, da abbraccio e bacio in fronte

di madre e padre prima di partire.

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