La sera giusta

Era uscita dall’ufficio nera, con quel tipo di rabbia che non esplode, ma si compatta nello stomaco, diventando un peso. La porta si era chiusa alle sue spalle con un tonfo quasi liberatorio e, per un istante, aveva inspirato l’aria del corridoio come fosse ossigeno puro, dopo ore di apnea.

Per tutta la giornata il capo aveva avuto un nervosismo sottile, tagliente, che si infilava in ogni frase. Le aveva parlato con un tono che non gli apparteneva, come se fosse diventata all’improvviso un ingranaggio difettoso da correggere. Lei, che pure aveva risolto un problema enorme, di quelli che salvano una riunione, un cliente, un trimestre, non aveva ricevuto nemmeno uno striminzito grazie. Anzi, lui era uscito prima. Di corsa. Senza salutarla. Senza nemmeno guardarla.

Eppure non era da lui. Lui, che aveva sempre avuto quella gentilezza un po’ d’altri tempi, fatta di per favore detti con sincerità e grazie che sembravano riconoscere la persona prima del ruolo. Con lei, poi, era sempre stato un filo più attento, più misurato, più presente. Nulla di sconveniente, nulla che potesse essere frainteso. Ma quel modo di chiederle le cose, di ascoltare le sue risposte, di sorriderle quando entrava nel suo ufficio… l’aveva catturata senza che lei se ne accorgesse davvero.

Lei non aveva fatto molto per nasconderlo. Non era il tipo da fantasticare sulla storia banale del capo che si innamora della segretaria: troppo demodé, troppo da romanzo lasciato a metà sul comodino. Però le piaceva sorridergli e le piaceva quando lui la chiamava per un’incombenza che avrebbe potuto delegare a chiunque. Le piaceva quel micro-secondo in cui lui sollevava lo sguardo dal monitor e sembrava riconoscerla.

Ma quel giorno no. Quel giorno era stato un altro uomo: rigido, chiuso, senza un sorriso, senza un grazie. Lei ci era rimasta male. Più di quanto avrebbe voluto ammettere.

Allo scoccare dell’ora esatta aveva afferrato la borsa ed era fuggita dall’ufficio come da un luogo improvvisamente ostile. Aveva percorso il marciapiede a passi rapidi, quasi militari, e aveva preso il treno al volo, salendo sull’ultimo vagone mentre le porte si stavano già richiudendo. Solo allora, seduta accanto al finestrino appannato, aveva sentito il cuore rallentare. La domanda, quella vera, era arrivata in ritardo, come sempre: Che diavolo gli era preso?

 

A Bracciano, quando il treno aveva rallentato con quel suo gemito metallico e le porte si erano aperte, lei era scesa come chi cerca aria nuova. Il cielo era già virato verso un azzurro stanco e l’odore familiare della stazione, fatto di ferro, umidità, un vago sentore di pane proveniente da chissà dove, le aveva dato una strana sensazione di ritorno e sospensione insieme.

Era salita in auto con un gesto automatico, quasi meccanico. La casa l’aspettava, vuota come sempre, con quel silenzio che a volte consola e a volte pesa. Proprio per evitare quel peso, giunta all’altezza della Rinascente, aveva rallentato. Un pensiero rapido, quasi un riflesso: Non adesso. Non ancora. Aveva azionato la freccia e parcheggiato davanti al Four Friends, come si fa con un porto sicuro.

Entrò. Il locale l’accolse con le sue luci color miele che scivolavano sui tavolini e sulle bottiglie del bancone, con il profumo del caffè appena macinato che si mescolava a qualcosa di più caldo. Spezie, forse, o il sugo di un primo che stava finendo di cuocere da qualche parte. In sottofondo, un jazz morbido, quasi sussurrato. Era uno di quei posti capaci di abbassare il volume del mondo semplicemente esistendo: il personale che accoglieva senza invadere, i piatti curati con una cura quasi artigianale che arrivavano al tavolo come gesti d’affetto.

«Un caffè, grazie» aveva chiesto, con una voce che tradiva più stanchezza che decisione.

Si era seduta al suo tavolo preferito, quello vicino alla vetrata, da cui si vedeva un pezzo di strada e un pezzo di cielo. Certo il caffè non era la cosa migliore per calmare, eppure, quando arrivò fumante, sentì finalmente il corpo rallentare, la mente distendersi.

Per un attimo, lì dentro, era tornata a sentirsi al sicuro.

 

Aveva preso la tazzina invitante, quando il cellulare vibrò con un’insistenza quasi maleducata. Lei chiuse gli occhi un istante, esasperata. La sua reperibilità era finita da un pezzo e prese il telefono con la stessa voglia con cui si prende una medicina amara.

Quando vide il nome sullo schermo, il cuore le fece un sobbalzo secco. Lui. Le salì un’ondata di irritazione pura. Come si permetteva di chiamarla fuori orario?

Rispose con una freddezza che avrebbe potuto gelare il caffè.

«Pronto.»

Dall’altra parte, un attimo di silenzio. Poi la sua voce, ma non quella di sempre. Una voce tremolante, come se avesse corso o stesse trattenendo qualcosa.

«Silvia… scusa. Avevo necessità di parlarti.»

Lei serrò la mascella.

«Sì, capisco. Ma fa’ in fretta, sono con degli amici e non voglio farli attendere.»

Una bugia detta con la naturalezza di chi vuole solo proteggersi.

«Hai ragione, scusami» rispose lui subito, con un’umiltà che la spiazzò. «Oggi non sono riuscito a dirti una cosa importante.»

Lei si irrigidì sulla sedia, il cucchiaino sospeso a mezz’aria.

«Certo, dimmi tutto.»

Un respiro. Quello che precede una confessione.

«Da stamani non sono riuscito a trovare il coraggio di chiederti se ti andava di uscire a cena con me una di queste sere.» La frase cadde tra loro come un oggetto fragile, che nessuno dei due sapeva se raccogliere o lasciare lì. «È da tempo che volevo farlo. E oggi mi ero ripromesso che, se avessi risolto un problema, mi sarei fatto coraggio.»

Il locale continuava a vivere intorno a lei, tazzine, risate, musica, ma tutto sembrava improvvisamente ovattato.

«Neanche a farlo apposta, il problema lo hai risolto proprio tu» continuò lui, con un sorriso che lei quasi sentì attraverso il telefono. «Ero dovuto uscire per chiudere la situazione e… quando sono tornato in ufficio per invitarti, tu eri già uscita.»

Silvia fissò il suo caffè, ormai tiepido, come se potesse darle una risposta.

Non era una ragazzina, non si faceva illusioni. Sapeva distinguere una fantasia da una possibilità concreta. Eppure un uomo così, aitante, gentile, mai fuori posto, con quella misura che o ce l’hai o non ce l’hai, valeva la pena di essere ascoltato.

«Perdonami, ma sai… avevo un appuntamento importante con degli amici, e ora sono qui con loro.»

«Certo. Capisco» rispose lui, senza esitazione. «Ma magari potresti liberarti di loro e restare a cena con me.»

Lei strinse le labbra. Che audacia. Che sicurezza. Che tentazione.

«Sai, lo farei volentieri… ma tu sei a Roma, e questi amici sono un po’ esigenti.»

«Io credo che, se vuoi, potresti liberarti» disse lui, e nella sua voce c’era un sorriso. Uno di quelli che si sentono, non si vedono.

Che sfacciato, pensò lei. La risposta era già sulla punta della lingua, pronta a uscire come una stilettata elegante.

Ma lui la anticipò.

«Sai… ti ho rincorsa in stazione per invitarti, ma il treno era in partenza. Allora ho preso l’auto e sono venuto a Bracciano. Sono arrivato in tempo per vedere la tua auto partire. La strada era deserta e ho fatto un’inversione. Ti ho seguita… e ho parcheggiato davanti al locale che conosco bene, ci vado spesso quando sono nei dintorni.»

Proprio lì, in quel rifugio di Bracciano, la voce al telefono si fece più vicina. Troppo vicina.

Silvia si voltò di scatto.

Lui era lì. In piedi, a un passo da lei, con il telefono ancora all’orecchio e un sorriso che non aveva mai visto così da vicino.

«Sei uno stupido» rise, senza abbassare il telefono. «Perdonami, ma proprio non posso restare al telefono con te. Hai ragione, i vari amici sono scomparsi… ma ne è rimasto uno proprio qui vicino a me. Sembra abbia intenzioni serie.»

Lui non distolse lo sguardo. Neanche per un secondo.

«Va bene, sarà per un’altra volta. Ti ringrazio per quello che hai fatto oggi e ti auguro che la tua storia con quella persona davanti a te, che invidio da morire, ti renda felice.»

«Lo spero tanto» rispose lei, con un filo di voce che tradiva tutto. «Sei gentile, sei quel tipo di capo fantastico che tutti vorrebbero avere.»

«Allora ti saluto. Ma ricorda: se per caso quel tipo dovesse farti star male… digli che la avrà a vedere con me.»

Chiusero la telefonata nello stesso istante e senza parole, senza esitazioni, senza più maschere, si avvicinarono. Si baciarono davanti al caffè ormai freddo, nel tepore del Four Friends, mentre il jazz in sottofondo sembrava approvare in silenzio.

Riccardo Agresti

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