Ammazzarsi di lavoro, il 2025 è cominciato davvero male

Senza soluzione di continuità, non si arresta la terribile conta delle vittime

Il lavoro, quel tempo che occupa oltre un terzo della vita di un individuo, sancito dalla Costituzione come diritto, meta e viaggio con cui ogni essere umano può realizzarsi, sostenersi, programmare la propria e altrui vita.

Il lavoro, fatica e impegno di ogni giorno, che diventa emergenza quando non si trova, disperazione quando si perde, frustrazione quando non gratifica; distintivo di qualificazione per qualcuno, afflizione per talaltro, impegno fisico o mentale.

Il lavoro, mezzo di sostentamento dei più, che sempre più spesso uccide.

Morire di lavoro è paradossale, proprio per la contraddizione in termini che lavorare dovrebbe essere funzionale al vivere.

Fenomeno dai numeri in aumento: 1446 vittime nel 2023, 1482 nel 2024, oltre 10 dall’inizio dell’anno in corso.

Le chiamano morti bianche, quelle sul lavoro, forse per sottintendere l’assenza di un diretto responsabile della disgrazia.

Eppure un diretto responsabile c’è sempre; alla base degli incidenti che si dimostrano letali, invece una mano c’è sempre. La mano di quei datori che non fanno o non fanno tutto per garantire la sicurezza di luoghi e attrezzature, la mano di chi non vigila sulle disposizioni che ci sono, la mano che non legifera con maggiore puntualità e intransigenza, quella che non punisce e risarcisce, quella mano che non si unisce ad altre mani per solidarizzare, indignarsi e stringersi nella ribellione alle logiche della produttività cinica.

Se ci fossero tanti ispettori quanti sono gli articoli di una legge efficace, quella 81 del 2008, potrebbero ridursi quelle statistiche di morte che spesso vengono appellate come disgrazie.

Gli eserciti dei sindacati con le loro battaglie tese alla tutela dei diritti del lavoratore, non limitano i ricorrenti, improvvisi, avvenimenti funesti; nascono associazioni costituite dai familiari devastati dal dolore, fondazioni, comitati.

Appelli istituzionali e grida accorate di mogli, madri, figli siano l’inno di conversione di un fenomeno intollerabile, l’inversione di tendenza che riporti l’equazione al lavorare per vivere e non ammazzarsi di lavoro.

Investire sulla prevenzione, una parte della quale dovrebbe passare da un rinnovo culturale nella scuola, potrebbe essere la via per convertire le lacrime in sudore e il riposo eterno in stanchezza orgogliosa e giusta.

Aspettiamo: che questo accada e che ci sia sempre un tramonto che veda ogni nostro congiunto tornare a casa dopo una giornata di lavoro.

Gianluca Di Pietrantonio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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