Il centauro e la ninfa

Quando le acque del Liris non avevano ancora un nome e il Massico era soltanto un dorso scuro all’orizzonte, viveva nella palude una ninfa che le genti chiamavano Marica. Non aveva grotte né sorgenti da cantare. Il suo regno era l’acqua che non corre: gli stagni dove il cielo si ferma, i canneti che mormorano senza dire nulla, la nebbia che sale all’alba e restituisce ai boschi la loro forma.

Era una fanciulla dai biondi capelli, che si confondevano con le canne invernali, e proteggeva i più deboli. A lei si rivolgevano coloro i quali non avevano altro rifugio: gli orfani, le vedove, i viandanti smarriti nella nebbia, i fuggiaschi, i malati e chiunque la forza degli uomini avesse lasciato indietro. Le donne venivano da lei per partorire senza dolore e poi le portavano i figli appena nati, avvolti in fasce, perché li guardasse una volta sola. Diceva che bastava per farli vivere felici.

Mares scese dalle alture in una stagione di siccità. Era possente, alto, scuro dello stesso colore del cavallo da cui non scendeva mai. Lo credevano un pericoloso centauro. Forte e schivo, il mondo era la sua casa. Pochi lo avevano visto, tutti lo temevano. Portava addosso la polvere dei monti e la fatica di una stirpe senza casa. Cercava acqua da bere seguendo il fiume e trovò il bosco di Marica. Si fermò sul limite dei querceti, dove la terra cedeva e il fango minacciava. Vide la donna immersa fino alla vita che lo guardava senza paura.

«Non entrare», disse lei. «Qui ciò che si porta dentro non torna fuori.»

«Porto solo la mia sete», rispose Mares.

Marica rise e i giunchi tacquero per ascoltarla. Gli indicò uno stagno più limpido degli altri e lui bevve in ginocchio, con la gravità di un uomo e l’avidità di un cavallo. Quando alzò il volto, l’acqua gli scendeva dalla barba.

La ninfa non aveva mai visto un uomo che la guardasse senza timore. Si diceva di lei e del suo bosco che fosse un luogo sacro, dove nessuna ascia doveva cadere e nessun passo andava lasciato senza rispetto. Si raccontava che chi vi cercava riparo trovasse la nebbia a nasconderlo, che chi vi entrava con il cuore malvagio non ne ritrovasse la via e che le acque ferme custodissero la memoria di ogni cosa vi fosse stata affidata. Si diceva che la ninfa vegliasse sul sonno delle madri e sul respiro dei neonati e che il suo sguardo, posato una sola volta, bastasse a far sorridere per la vita intera.

Ma lui credeva solo a ciò che vedeva, e in quel momento ciò che vedeva lo incantava: gli occhi azzurri di Marica, profondi come l’acqua prima dell’alba, e i lunghi capelli che il vento accarezzava come lui non avrebbe mai osato fare. Non era mai tornato in alcun luogo, ma alla foce del fiume, dove si estendevano paludi e boschi, tornò ogni sera. Arrivava al galoppo, ma poi scendeva piano e, a passo lento, si avvicinava come chi teme di spaventare una cosa bella.

E ogni sera Marica lo aspettava tra i giunchi, e gli insegnava qualcosa che lui non sapeva. Che l’acqua ferma fa ricordare, mentre quella che corre fa dimenticare. Che nella palude nascita e morte sono la stessa stagione vista da rive diverse. Che si può stare in un luogo senza possederlo. Glielo diceva a voce bassa, con le dita immerse nello stagno, e lui ascoltava senza parlare, con la testa piegata, come ascoltano i cavalli e gli innamorati.

Mares le portava in cambio ciò che conosceva: i nomi dei venti sui crinali, il peso della neve sui pini, la lingua con cui i suoi parlavano ai cavalli. Una sera gliela sussurrò all’orecchio, parola per parola, e Marica la ripeté tra le risa, sbagliando apposta per sentirgliela ripetere ancora.

Lei imparò presto a riconoscere il suo galoppo da lontano, e il cuore le si fermava un istante prima che lui apparisse tra gli alberi nella radura. Allora restava immobile, con le mani sull’acqua, e fingeva di non aspettarlo, e lui fingeva di non accorgersene.

Gli uomini dicono che da loro nacque la stirpe che abitò quelle terre, i figli di Mares, gli Ausoni, che i Latini chiamarono Aurunci. Ma questo è il racconto dei padri. Quello delle madri è più semplice. Una notte di luna bassa, quando la nebbia saliva piano e le rane avevano smesso di cantare, Mares si fermò sul limite del bosco e non fece un passo senza chiedere. Marica gli porse la mano e non gli disse di fermarsi.

Per molte stagioni vissero tra la foce e le colline. Lui le insegnò a non temere la luce aperta e lei gli insegnò a restare.

Poi venne il tempo in cui il cuore di Mares, che aveva battuto solo per Marica, non riuscì più a tenere il ritmo. Volle morire dove aveva bevuto la prima volta, dove il cuore aveva iniziato a battere per lei. Si coricò sulla riva dello stagno e Marica gli sedette accanto nell’acqua come il primo giorno.

«Le ninfe non muoiono, ne sono felice», disse lui.

«No», rispose lei. «È la nostra condanna.»

«Il tuo bosco sarà distrutto dai nostri figli e dai loro nemici», proseguì Mares. «Guardali ancora con benevolenza, come hai amato me.»

«Amore mio, so che costruiranno un tempio per me, e che lo violeranno», rispose Marica. «Vedo i Sanniti piegati e un’altra gente mettere radici sulla foce, con mura nuove e un nome che non è il mio. Vedo croci piantate lungo le strade, ognuna regge un uomo che non ha scelto di essere schiavo. Vedo arrivare cavalieri senza pietà e le case svuotarsi una a una, finché resta solo l’erba. Vedo cadere le querce, una dopo l’altra, il fiume farsi confine e sulle sue rive un fuoco di ferro che divide i vivi dai morti. E poi vedo il cemento salire dove ora c’è la nebbia. Ma io resterò, invisibile, a difendere il ricordo di ciò che è stato e chi non ha voce per difendersi.»

Lo vegliò fino all’alba. Poi, quando la nebbia si alzò e restituì ai querceti la loro forma, lo trovò immobile, con le mani sull’acqua. Lo seppellì nel fango profondo, dove il fiume tace, e vi piantò un leccio. Non lo diede ai monti, né al mare, né agli uomini che sarebbero venuti a reclamarlo come padre.

Gli uomini portavano primizie, vino, statuette, ma Marica non sapeva più rendere ciò che le veniva offerto. Quello che le veniva affidato lo custodiva, come custodiva lui.

Dopo, per molte generazioni, chi passava dal bosco diceva che la palude aveva una tomba. Nessuno sapeva più di chi fosse. Alcuni pensavano a un re, altri a un dio. Chi aveva perso una persona cara si fermava a lungo sulla riva del fiume e non riusciva a lasciare il luogo senza lasciarvi qualcosa.

Marica non fu più vista da nessuno. Ma tutti dicono che, anche se non c’è più il suo bosco, le sue paludi, le sue canne al vento, lei è ancora lì, e guarda con amore anche chi viola la sua terra.

Riccardo Agresti

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