16 Marzo, 2026
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Il Pronto Soccorso tra carenze, attese e nuove prospettive per gli infermieri

Il mio rapporto con il Pronto Soccorso non è mai stato quello del paziente: lo conoscevo soprattutto da interventi tecnici. Ma una recente esperienza personale — dovuta a una severa colica renale — mi ha costretto a viverne l’altro lato : dolore intenso, attese lunghe e la sensazione concreta del peso del sistema su chi è costretto ad aspettare.

Durante quelle ore ho chiesto più volte agli infermieri un antidolorifico, ma la risposta è stata sempre la stessa: non potevano somministrarlo prima che io fossi visitato da un medico, indipendentemente dal livello di dolore provato. Alle mie spalle, decine di codici rossi. E mentre aspettavo, mi sono chiesto: perché agli infermieri, oggi professionisti laureati con competenze avanzate, non vengono affidati compiti clinici più ampi per alleggerire il carico dei Pronto Soccorso?

In diversi sistemi sanitari di altri paesi, il ruolo degli infermieri di pratica avanzata (Advanced Practice Nurse, APN) o dei nurse practitioners è ben consolidato, e comprende competenze che vanno oltre il tradizionale triage e assistenza di base.  In paesi come Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda, figure infermieristiche con formazione specialistica e livelli di autonomia avanzata possono:

  • Valutare, diagnosticare e trattare pazienti in autonomia clinica;
  • Prescrivere farmaci e gestire terapie nei limiti del loro ambito formativo;
  • Eseguire procedure cliniche (come sutura di ferite o drenaggio di ascessi in contesti definiti);
  • Gestire autonomamente casi di urgenza non critici nel Pronto Soccorso.

Queste competenze richiedono formazione post-laurea (master o equivalente) e spesso l’iscrizione a registri professionali specifici che definiscono l’ambito d’azione e la responsabilità clinica. Anche in Europa il fenomeno è diffuso: in 13 paesi europei, inclusi Regno Unito, Francia, Spagna, Svezia, Danimarca, Paesi Bassi e Irlanda, gli infermieri possono prescrivere farmaci secondo normative nazionali e con requisiti formativi specifici.

Quali benefici possono derivare da un maggiore ruolo infermieristico? Secondo studi internazionali, l’integrazione di infermieri di pratica avanzata nei servizi di emergenza e nelle cure primarie è associata a: riduzione dei tempi di attesa per i pazienti; maggiore soddisfazione dell’utenza; ottimizzazione dei costi per i sistemi sanitari senza compromettere la qualità delle cure.  In molti paesi anglosassoni gli APN operano non come sostituti dei medici, ma come partner clinici integrati nei percorsi assistenziali, collaborando in équipe e con una chiara definizione delle responsabilità.

E in Italia? Nel nostro paese, finora, il ruolo infermieristico rimane più limitato rispetto ad altri modelli internazionali, e la prescrizione di farmaci resta prevalentemente un atto medico. Solo recentemente si è aperto un dibattito istituzionale sull’introduzione di lauree magistrali cliniche per infermieri, con competenze più ampie che potrebbero avvicinare l’Italia a modelli già adottati altrove. Il dibattito, però, è ancora acceso: c’è chi teme una “confusione dei ruoli” e chi, al contrario, considera questa evoluzione una risposta necessaria alla crisi di organico e alla pressione crescente sui Pronto Soccorso.

 La mia esperienza personale non è isolata: oggi il Pronto Soccorso accoglie tutti i cittadini in situazione di urgenza, ricchi e poveri, con esigenze mediche di diversa natura. In questo contesto, creare percorsi di care più flessibili e responsabilizzare professionalmente gli infermieri potrebbe non solo snellire i tempi di attesa, ma anche aumentare l’efficienza complessiva del sistema sanitario nazionale.

Una riforma strutturale in questo senso richiede tempo, volontà politica e un ripensamento delle competenze professionali. Ma l’esperienza internazionale mostra che è possibile farlo, con benefici clinici e gestionali concreti.

Benedetto Titocci

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