Pena di morte, una pratica che il mondo non ha ancora archiviato

L’esecuzione di Nidal Malik Hasan, condannato per la strage di Fort Hood del 2009, dove furono uccise tredici persone e oltre trenta rimasero ferite gravemente, avverrà per fucilazione ma non sarà trasmessa in diretta streaming. È davvero una buona notizia? L’annuncio di un’esecuzione capitale conserva ancora oggi la capacità di scuotere le coscienze e di riaccendere un dibattito mai realmente concluso. Ogni condanna eseguita riporta infatti alla luce le profonde differenze che continuano a dividere il mondo sul significato stesso della giustizia, sul valore della vita umana e sui limiti che uno Stato dovrebbe porsi nell’esercizio del proprio potere punitivo. Da una parte chi considera la pena capitale uno strumento legittimo di punizione; dall’altra chi ritiene che il diritto alla vita debba restare inviolabile in ogni circostanza. Nonostante la tendenza globale sia orientata verso l’abolizione, la pena di morte continua a essere una realtà in numerosi Paesi. Se la maggioranza degli Stati l’ha cancellata dai propri ordinamenti o ha smesso di applicarla, altri continuano a ricorrervi per punire i reati più gravi, dall’omicidio al terrorismo, dal tradimento ai crimini connessi al traffico di stupefacenti. Un dato che conferma quanto il percorso verso la sua definitiva scomparsa sia ancora lontano dall’essere compiuto. Secondo Amnesty International, il 2025 ha fatto registrare almeno 2.707 esecuzioni in 17 Paesi, il livello più alto raggiunto negli ultimi decenni. Un bilancio già drammatico che, con ogni probabilità, sarebbe ancora più pesante se fosse possibile conoscere i numeri reali della Cina, dove le esecuzioni sono coperte dal segreto di Stato, così come accade in Corea del Nord e in Vietnam. In cima a questa classifica che nessuna nazione dovrebbe rivendicare compaiono Iran, Arabia Saudita, Iraq e Yemen, seguiti da Stati Uniti, Egitto, Singapore, Kuwait, Somalia, Giappone, Taiwan, Emirati Arabi Uniti, Sudan del Sud e Afghanistan. Un elenco che ricorda come, nonostante i progressi compiuti in molte aree del pianeta, il diritto alla vita continui a confrontarsi con legislazioni che attribuiscono allo Stato il potere di decidere della morte dei propri cittadini. Non stiamo parlando di mondi lontani e sconosciuti, sono Paesi con i quali intratteniamo normali relazioni economiche e diplomatiche. Paesi che visitiamo come turisti, mete di viaggi e vacanze. Paesi che ospitano grandi eventi sportivi seguiti in diretta televisiva da centinaia di milioni di spettatori. Realtà che entrano quotidianamente nelle nostre case attraverso le cronache, lo sport, il commercio e l’intrattenimento. Proprio per questo la pena di morte non può essere considerata una questione lontana, confinata in qualche remota area del pianeta: è una realtà che continua a convivere con la modernità e con la globalizzazione, con il nostro vivere quotidiano. Quest’apparente normalità rende la pena di morte ancora più inquietante, anche se rischia di non suscitare l’indignazione che meriterebbe. Nonostante il preoccupante aumento delle esecuzioni registrato nel 2025, il quadro complessivo non è privo di elementi di speranza. La tendenza di lungo periodo resta infatti favorevole all’abolizione: oltre due terzi degli Stati del mondo hanno cancellato la pena di morte dalla propria legislazione o non la applicano più da anni. Altri hanno scelto la strada delle moratorie o stanno compiendo i passi necessari per eliminarla definitivamente. Le possiamo considerare buone notizie? Sicuramente è la dimostrazione che la storia non procede in linea retta, ma che l’idea di una giustizia capace di rinunciare alla vendetta continua, pur tra contraddizioni e battute d’arresto, a guadagnare terreno. Nella nostra vecchia Europa la pena di morte è stata abolita praticamente ovunque facendo della tutela del diritto alla vita uno dei principi fondamentali del proprio sistema giuridico e politico. L’ultima esecuzione avvenuta in uno Stato che oggi appartiene all’Unione Europea risale al 10 settembre 1977. In Francia, nel carcere delle Baumettes di Marsiglia, fu giustiziato Hamida Djandoubi, condannato per omicidio. Si trattò dell’ultima esecuzione effettuata non solo in Francia, ma anche nell’intero spazio che oggi costituisce l’Unione Europea. L’Italia l’ha eliminata dal proprio ordinamento dal primo gennaio 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione, dal 1994 anche dal Codice penale militare di guerra. Ma la Storia non si ferma davvero davanti a un portone: i sostenitori della pena di morte la considerano uno strumento di deterrenza e una risposta proporzionata ai crimini più gravi. Le organizzazioni per i diritti umani, al contrario, ne mettono in discussione l’efficacia e richiamano l’attenzione sul rischio di errori giudiziari irreparabili, oltre a denunciarne il carattere disumano e lesivo della dignità della persona. Sappiamo che, già nel lontano 1764, il filosofo italiano Cesare Beccaria pubblicò Dei delitti e delle pene, opera destinata a rivoluzionare il pensiero giuridico europeo. Beccaria sosteneva che la pena di morte fosse inutile come deterrente e incompatibile con i principi di umanità e giustizia. Le sue idee influenzarono profondamente le legislazioni occidentali e contribuirono all’avvio di un lungo percorso abolizionista ma la pena di morte continua a rappresentare uno dei principali terreni di confronto tra esigenze di sicurezza, richiesta di giustizia e difesa dei diritti umani universali, in un dibattito che attraversa culture, religioni e sistemi politici differenti, tuttavia il numero sempre più ridotto di Paesi che effettuano esecuzioni dimostra come, a livello globale, l’abolizione della pena di morte stia diventando uno degli obiettivi centrali nella tutela dei diritti fondamentali della persona. La mappa della pena di morte evidenzia come l’Europa rappresenti un’eccezione rispetto alla maggior parte delle altre aree del mondo. Con la sola esclusione della Bielorussia, il continente ha scelto di rinunciare definitivamente alla pena capitale, in tempo di pace come in tempo di guerra, riconoscendo che il diritto alla vita non può essere subordinato ad alcuna ragion di Stato.. Ma è davvero una buona notizia constatare che l’Europa rappresenti oggi un’isola felice in un panorama mondiale ancora segnato dalla pena di morte? Possiamo considerarci soddisfatti quando numerosi Stati continuano a ritenerla uno strumento legittimo per punire i crimini più gravi? È davvero una buona notizia sapere che, in vaste aree del pianeta, si continua a ignorare un principio fondamentale: nessuna ragione di giustizia, di sicurezza o di ordine pubblico può giustificare la soppressione legale di una vita umana? È certamente un segnale importante che l’abolizione della pena di morte rappresenti una condizione imprescindibile per entrare nel Consiglio d’Europa. Una conquista di civiltà che, proprio perché non condivisa da gran parte del pianeta, impone di non abbassare la guardia. Sarebbe un grave errore fermarsi a contemplare questa conquista come se bastasse a rassicurarci. Noi non siamo soltanto l’Europa, noi viviamo in un luogo che, come ricorda una celebre canzone, si chiama Mondo. E in questo mondo milioni di persone continuano a vivere sotto ordinamenti che riconoscono allo Stato il potere di togliere legalmente la vita. Finché questa prerogativa sarà considerata legittima, la pena di morte non potrà essere relegata a una pagina della storia, ma continuerà a rappresentare una delle più grandi sfide morali del nostro tempo. La musica d’autore ha affrontato più volte il tema della pena capitale. Tra i brani più significativi merita una menzione Condannato a morte di Francesco De Gregori, una riflessione poetica e civile sulla condanna, sulla perdita della libertà e sul rapporto tra individuo e potere. Nel testo, la pena di morte assume un valore simbolico, diventando l’espressione estrema della violenza esercitata dall’autorità contro la persona. Il brano si schiera apertamente contro la pena capitale e contro ogni forma di fanatismo religioso che, al pari delle dittature, ha spesso accompagnato e giustificato questa pratica disumana e, aggiungerei, inutile. Una pratica che sembra non aver mai ascoltato le parole con cui Fabrizio De André, già nel 1968, invitava a non smarrire il senso più autentico della giustizia e della compassione: «che la pietà non vi rimanga in tasca».

Lorenzo Avincola redattore L’agone

Ultimi articoli