FILOROSSO (RAI 3): ANTONIO DI PIETRO SU SCARPINATO: “E’ INOPPORTUNO CHE SIEDA ANCORA IN ANTIMAFIA. L’OPPORTUNITÀ POLITICA È UNA COSA, LA VALENZA PENALE È UN’ALTRA”

Comunicato stampa

“Ritengo che l’opportunità di Scarpinato sia ancora lì. E’ inopportuno che sieda ancora in antimafia. Ma l’opportunità è una cosa, la valenza penale è un’altra”. Così l’ex magistrato di Mani Pulite ed ex ministro Di Pietro, intervenendo ieri sera a Filorosso su Rai 3 sul caso che coinvolge il senatore M5S ed ex procuratore generale di Palermo.

Le parole di Di Pietro, incalzato sull’opportunità che Scarpinato non si sia dimesso dalla Commissione antimafia, arrivano nel pieno delle polemiche seguite all’audizione in Commissione Antimafia del procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, che ha contestato a Scarpinato un presunto “inquinamento probatorio ad ampio raggio” nell’ambito delle vicende legate al dossier Mafia e Appalti, parlando anche di una strategia condivisa con l’ex magistrato Gioacchino Natoli. Accuse respinte dallo stesso Scarpinato, che le ha definite “gravemente false”. Sullo sfondo resta uno dei capitoli più controversi della ricostruzione delle stragi del 1992 e del dibattito sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

“Ma non vorrei che si guardasse il dito e non la luna”, ha proseguito Di Pietro. “Nel provvedimento del Gip di Caltanissetta c’è un fatto accertato e documentato. Lo disse Borsellino il 22 maggio 1992: in Sicilia il sistema corruttivo era strettamente intrecciato con l’organizzazione mafiosa. Sia Borsellino sia Giovanni Falcone seguivano passo passo ciò che stava accadendo a Milano”.

L’ex pm ha quindi rilanciato il tema dei rapporti tra le inchieste di Mani Pulite e quelle sulla criminalità organizzata. “È quello che denuncio da anni. Se ci si ferma al dito, si perde il punto centrale della vicenda”, ha affermato, sostenendo che il legame tra corruzione, appalti e interessi mafiosi non sia stato approfondito fino in fondo.

Nel corso del dibattito, Di Pietro ha ribadito una tesi destinata a far discutere: “Assolutamente sì, Tangentopoli è figlia di Mafiopoli”. Secondo l’ex magistrato, Falcone seguiva da vicino le indagini milanesi e aveva intuito il collegamento tra il sistema delle tangenti, il mondo degli appalti e gli interessi delle organizzazioni mafiose.

Alla domanda sul perché questi collegamenti non abbiano prodotto risultati investigativi più incisivi, Di Pietro ha ricordato che nel novembre del 1992 furono aperti diversi filoni d’indagine successivamente trasmessi alla Procura di Palermo. “Quando arrivò Gian Carlo Caselli cambiò il clima e vennero sviluppate numerose inchieste che portarono alla sbarra molti mafiosi”, ha spiegato.

In studio è intervenuto anche l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, protagonista degli anni delle stragi e tra i principali interlocutori istituzionali di Falcone. Pur condividendo la necessità di approfondire i rapporti tra mafia, politica e appalti, Martelli ha posto a Di Pietro una domanda diretta: “Se c’era questa presenza mafiosa nella vicenda che tu hai indagato, quella che poi è stata definita Mani Pulite, come mai non c’è stato un solo mafioso coinvolto direttamente nell’indagine?”. Un interrogativo con cui l’ex Guardasigilli ha evidenziato quello che, a suo giudizio, resta uno dei nodi irrisolti del rapporto tra Tangentopoli e Cosa Nostra. Di Pietro ha replicato rivendicando il lavoro svolto dalla Procura di Milano e sostenendo che proprio da alcuni interrogatori condotti nel 1992 emersero elementi poi trasmessi a Palermo e sviluppati nelle successive inchieste della Procura guidata da Caselli. “Tangentopoli è figlia di Mafiopoli”, ha quindi ribadito.

 

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