La danza che unisce: storia, senso e presente attraverso le “Danzatrici di Miral”
Ogni martedì sera, da quasi due anni, un piccolo gruppo di donne si ritrova a Bracciano per danzare. Non è solo una lezione: è un rito che nessuna distanza è riuscita a interrompere, nemmeno quella che nel frattempo si è aperta tra Roma, dove molte di loro vivono, e Bracciano, dove la maestra Marika Suhayma si è trasferita da meno di due anni. Le Danzatrici di Miral sono questo, prima di ogni altra cosa: una piccola comunità artistica tenuta insieme da legami profondi, costanza e gioia condivisa, unite da anni di pratica comune e da un appuntamento settimanale diventato, nel tempo, un vero e proprio approdo.
“La danza ci fa bene”, ripete spesso Marika, e chi la conosce sa che non è una frase di circostanza. Anche dopo le giornate più faticose, il martedì resta un momento di rinascita in cui il corpo smette di essere un problema da gestire e torna a essere, semplicemente, sé stesso. La loro è danza orientale, ma reinterpretata come celebrazione della donna: della sua forza creativa, della dea madre che ogni danzatrice porta con sé. Per questo spesso danzano in cerchio, senza specchi, per non guardare se stesse, ma per guardarsi tra loro, riconoscersi, sostenersi a vicenda. È proprio questa gioia condivisa, più che la tecnica, il segreto del loro successo: una danza che non si limita a essere eseguita, ma trasmette un messaggio di armonia e d’amore che passa attraverso il corpo.
Il nome, tra poesia e realtà
Miral è un nome femminile che in Palestina viene associato a un piccolo fiore rosso, spontaneo, che cresce ai margini delle strade. Un’immagine resa celebre soprattutto dal romanzo autobiografico di Rula Jebreal e dal film che ne è stato tratto nel 2010, diretto da Julian Schnabel e interpretato da Freida Pinto. È lo stesso film a offrirne la definizione più semplice e insieme più esatta: “Il miral è un fiore rosso che cresce sul ciglio delle strade. Probabilmente ne avrete visti a migliaia.”
Non esiste, in realtà, una specie botanica che risponda a questo nome, la sua valenza è soprattutto culturale e letteraria, ma proprio per questo Miral è diventato, in più Paesi, un nome capace di racchiudere resistenza, semplicità e delicatezza tutte insieme.
Suhayma, il nome d’arte di Marika, ha un significato altrettanto evocativo: “Piccola freccia“.
Un rito antico più antico del suo nome occidentale
La danza del ventre, in arabo رقص شرقي, raqs sharqi, letteralmente “danza orientale”, non nasce in un unico luogo, ma in un crocevia di culture: l’Egitto, che ne resta ancora oggi il centro storico e moderno; le regioni del Medio Oriente e del Nord Africa, dove esistevano danze femminili rituali e comunitarie; l’area del Levante, Libano, Siria, Palestina, con le sue tradizioni musicali e coreutiche affini. Le sue forme più antiche erano legate alla fertilità, alla maternità, ai cicli della natura: i movimenti del bacino, del ventre, dei fianchi celebravano la vita e preparavano al parto, esprimendo la forza generatrice del corpo femminile. Non era spettacolo. Era rito, era linguaggio corporeo condiviso tra donne.
Il nome con cui conosciamo questa danza in Occidente, “danza del ventre”, è invece una semplificazione ottocentesca, nata quando gli europei scoprirono queste danze attraverso viaggi ed esposizioni internazionali, rimanendo colpiti (e un po’ turbati) dai movimenti del bacino e dell’addome, che interpretarono come esotici e sensuali.
Nel contesto originario, però, il ventre era simbolo di vita, il bacino un centro energetico e spirituale: la danza non nasceva per sedurre, ma per celebrare. Il termine occidentale ha finito per deformarne la percezione, spostando l’attenzione dalla sacralità alla sensualità.
In origine questa danza era intima, praticata tra sole donne; rituale, legata ai grandi passaggi della vita, matrimoni, gravidanze, nascite; liberatoria, capace di dare voce a emozioni e forza interiore; comunitaria, un modo per riconoscersi e sostenersi a vicenda. Il ventre non era un elemento erotico, ma il luogo simbolico della creazione, della trasformazione, della potenza femminile.
Tra tradizione e presente
Oggi la danza orientale è una forma d’arte pienamente riconosciuta, spesso protagonista di contesti festivi e familiari: resta una danza di gioia e di celebrazione, pur avendo assunto anche una dimensione professionale e spettacolare. In alcuni Paesi continua a essere guardata con sospetto per la sua componente sensuale; in altri è considerata parte essenziale della propria identità culturale. In Occidente, nel frattempo, è stata reinterpretata come danza artistica, disciplina di benessere, percorso di empowerment femminile.
Gruppi come le “Danzatrici di Miral” scelgono di recuperarne il senso originario: non una danza per essere guardate, ma una danza per ritrovarsi, per sentirsi libere, per celebrare il corpo senza giudizio.
Marika danza da vent’anni. Ha imparato con maestri italiani, ma soprattutto attraverso esperienze dirette vissute in Egitto, e sa bene quanto sia difficile insegnare questa disciplina: non è solo tecnica, è amore, ed è molto più complesso insegnare l’amore che un passo.
Nella pratica del suo gruppo tornano infatti molti degli elementi del senso originario: il cerchio, simbolo di comunità; l’assenza di specchi, per allontanare l’autogiudizio; la centralità del ventre, come luogo di energia e identità; la danza vissuta come una preghiera laica, come contatto con qualcosa di più grande di sé. Allo stesso tempo, Marika la reinterpreta in chiave contemporanea: celebrazione della dea madre, danza sensuale mai volgare, linguaggio di armonia, uno spazio in cui non è il corpo a doversi adattare alla danza, ma la danza ad adattarsi al corpo.
Ieri, danzare con il ventre significava celebrare la vita, onorare la maternità, condividere forza e intimità tra donne, dare voce a emozioni profonde attraverso il corpo. Oggi significa ritrovare la propria identità corporea, liberarsi da modelli estetici rigidi, riscoprire la sensualità come forma di presenza, non di seduzione, e costruire comunità, esattamente come fanno le “Danzatrici di Miral”. Se in Occidente questa danza è diventata soprattutto un percorso di empowerment, in Medio Oriente resta una danza di festa e di tradizione. In entrambi i casi, però, conserva la stessa essenza. È una danza che nasce dal ventre perché nasce dalla vita, dalla gioia, dalla connessione.
“Danzare è esprimere la gioia“, dice Marika con la semplicità di chi lo sa per esperienza. Al di là della tecnica, uomini e donne possono trasformare la danza in una preghiera laica che rende più puri, più liberi, più felici, un modo per sentirsi parte di qualcosa di più grande. È questo il messaggio che le “Danzatrici di Miral” portano nei loro spettacoli: la danza come armonia, come amore, come celebrazione del corpo e della vita. Una danza che non si limita a essere vista, ma che si sente, si riceve, si condivide.
Si ringraziano di cuore Daniela Soltan per la foto di gruppo e Sergio Battista per la foto di Marika Suhayma
Riccardo Agresti


