Ne parliamo con Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e Full Member dell’International Psychoanalytical Association (IPA)
Lucattini: “Ritornare nei luoghi del cuore riattiva rappresentazioni profonde di sé e dei legami originari, mette nuovamente in comunicazione ciò che siamo stati con chi siamo oggi”.
Di Marialuisa Roscino
Spesso liquidato come “una semplice vacanza nostalgica”, il viaggio di ritorno alle origini cela in realtà una potente valenza psicologica. Tornare nei luoghi in cui si è nati o cresciuti è molto più di un semplice spostamento geografico: è un vero e proprio tuffo nel passato capace di attivare profonde risonanze emotive. “Questo percorso a ritroso consente di confrontare il nostro sé attuale con quello del passato, arricchire la propria vita, dare nuovo vigore ai progetti e relazioni” – spiega la psicoanalista Adelia Lucattini.
Per esplorare queste specifiche dinamiche emotive e comprendere il significato profondo di questo viaggio interiore, abbiamo approfondito questi aspetti significativi con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.
Dott.ssa Lucattini, partiamo dai numeri e dalle tendenze attuali che vediamo emergere anche nei trend di viaggio, perché oggi c’è questo forte bisogno di viaggiare, alla riscoperta delle proprie radici?
In una realtà segnata da cambiamenti rapidi, grande mobilità e legami talvolta più fragili, tornare nei luoghi della propria storia può aiutare a ritrovare un senso di continuità e a riconoscersi nel tempo. I luoghi dell’infanzia e della storia familiare non custodiscono soltanto ricordi, trattengono atmosfere, relazioni, emozioni, aspetti di noi che hanno contribuito a costruire la nostra identità. Dal punto di vista psicoanalitico, ritornarvi può riattivare rappresentazioni profonde di sé e dei legami originari, mettendo nuovamente in comunicazione ciò che siamo oggi con ciò che siamo stati. Non si tratta quindi soltanto di nostalgia, ma anche del bisogno di ritrovare appartenenza, continuità e senso nella propria storia personale e familiare.
Uno studio sul Journal of Environmental Psychology (2026) mostra che rivivere i luoghi ai quali siamo profondamente legati può rafforzare la percezione di coesione interna, arricchire il significato della propria vita, dare un nuovo senso ai nostri progetti e alle relazioni, questo perché i luoghi partecipano alla costruzione e al mantenimento del nostro senso di identità.
Cosa accade, nello specifico, a livello psicologico, quando decidiamo di tornare nei luoghi della nostra infanzia o giovinezza?
Ritrovare i luoghi dell’infanzia o della giovinezza significa spesso incontrare, quasi senza preavviso, una parte di sé che sembrava lontana. Una strada, una casa, un paesaggio, un odore possono riaccendere ricordi ed emozioni rimasti per anni sullo sfondo. In quel momento, il passato non viene semplicemente ricordato, torna ad essere vissuto interiormente, ma attraverso lo sguardo dell’adulto.
È proprio questo incontro tra il Sé di allora e quello di oggi a poter avere un valore trasformativo, poiché permette di percepire quanto siamo cambiati, ma anche di riconoscere ciò che ha mantenuto una continuità profonda nella nostra identità. Talvolta, consente persino di dare un significato nuovo a esperienze che, quando furono vissute, non potevano ancora essere comprese pienamente. Non è soltanto nostalgia, quindi, ma una forma di rilettura affettiva della propria storia (Current Research in Ecological and Social Psychology, 2025).
Quali sono, in particolare, i principali benefici emotivi di questo viaggio nei luoghi del cuore?
Ritrovare i luoghi a cui si è stati profondamente legati può avere qualcosa di molto intenso: è come se, tornando lì, si ritrovasse anche una parte di sé che sembrava lontana. Quei luoghi non conservano soltanto ricordi, ma presenze, affetti, momenti felici, separazioni e passaggi difficili che hanno contribuito a costruire l’identità personale. Rivederli può far sentire nuovamente dentro la propria storia, restituendo un senso di appartenenza e di continuità, quasi un filo che unisce ciò che si era a ciò che si è diventati. E proprio per questo, il ritorno non è sempre dolce: può commuovere, sorprendere, talvolta anche ferire. Ma anche la nostalgia, il dolore o l’ambivalenza possono diventare un modo per riconoscere e integrare parti importanti della propria vita (Applied Psychology. Health and Well-Being, 2025).
I profumi, i suoni e i sapori dell’infanzia sono, senz’altro, una via d’accesso privilegiata al nostro mondo interno. In che modo, nello specifico, gli stimoli sensoriali dei luoghi natali riescono a riattivare parti di noi che credevamo assopite o dimenticate? Secondo Lei, possono rappresentare anche una buona occasione per disconnetterci dal digitale?
Basta a volte un odore, un suono familiare o un sapore perché riaffiori qualcosa che non sapevamo di ricordare, gli stimoli sensoriali hanno infatti un accesso particolarmente immediato alla memoria autobiografica, riattivano non soltanto singoli episodi, ma anche l’atmosfera emotiva che li accompagnava. È come se, per un istante, una parte del nostro passato tornasse vividamente nel presente. Gli odori e i profumi hanno una forza specifica nel facilitare il recupero immagini, episodi e momenti felici, soprattutto quando hanno una forte caratura personale ed emotivamente forte.
Certamente, visitare i luoghi della propria giovinezza, può essere anche un’occasione di disconnessione digitale, certo, è necessario sostare nei luoghi gustandoseli, lasciando che memorie e ricordi riaffiorino liberamente, tenendo a freno l’urgenza di fotografarli con lo smartphone per condividerlo sui social. Il passato e il presente sono condizioni intime che vanno coltivare e scoperte, i devices possono essere di ostacolo, restare disconnessi può riportare l’attenzione all’esperienza sensoriale che verso il proprio mondo interiore (iScience, 2026).
Dal punto di vista dell’elaborazione psichica, qual è secondo Lei la vera differenza, tra il semplice ricordo nostalgico e l’esperienza fisica e immersiva del ritorno sul posto?
Il ricordo nostalgico tende a conservare il passato come una rappresentazione interna che può consolare, ma anche idealizzare ciò che è stato. Tornare fisicamente in un luogo, invece, mette quella memoria a confronto con la realtà presente, perché la casa può apparire più piccola, una strada diversa, alcune persone possono non esserci più e ciò che dentro di sé era rimasto quasi immobile viene improvvisamente rimesso in movimento dal tempo trascorso.
Proprio la distanza tra il luogo ricordato e quello ritrovato può favorire un’elaborazione più profonda, poiché il passato si riattiva attraverso sensazioni, affetti e tracce corporee, ma viene osservato e vissuto dalla posizione psichica dell’adulto. È allora possibile che esperienze antiche assumano significati nuovi e che ciò che è stato vissuto acquisti una diversa comprensibilità alla luce delle esperienze successive. Il ritorno, quindi, non serve tanto a recuperare ciò che non c’è più, quanto a riconoscerlo, a misurare la distanza che separa il passato dal presente e, talvolta, a integrare in modo nuovo parti importanti della propria storia (The Psychoanalytic Quarterly, 2020).
Esistono anche dei rischi o degli aspetti critici in questo tipo di viaggi?
Tornare in luoghi molto importanti della propria storia può far riaffiorare non solo ricordi piacevoli, ma anche nostalgia, tristezza, senso di perdita o vecchie ferite che sembravano ormai lontane. Questo può essere destabilizzante, soprattutto quando il luogo mette davanti a ciò che è cambiato o a ciò che non c’è più. Tuttavia, proprio ciò che riemerge, anche emozioni spiacevoli o disagio, può diventare un’occasione per comprendere meglio alcuni vissuti rimasti in sospeso. Vederli oggi, con una maggiore consapevolezza e con gli strumenti emotivi dell’età adulta, può aiutare a dare loro un significato diverso e a integrarli nella propria storia, invece di continuarne a subire gli effetti senza accorgersene. Talvolta, può far pensare anche ad un percorso psicoanalitico come un viaggio alla scoperta proprio di questi aspetti di se stessi, legati alla propria storia, alle origini ai luoghi dove la propria vita anche quella affettiva, ebbe inizio (International Journal of Psychoanalysis, 2020).
Quanto è importante, a Suo avviso, condividere il viaggio di ritorno alle proprie origini con il proprio partner o con la famiglia di procreazione? In che modo, in particolare, questa esperienza trasforma i racconti di famiglia in un patrimonio emotivo comune e tangibile da un punto di vista affettivo?
Condividere questo viaggio con il partner o con la famiglia che si è costruita può essere molto significativo, perché permette di mostrare concretamente una parte della propria storia che fino a quel momento era esistita soprattutto nei racconti. Vedere insieme una casa, una strada, un paesaggio aiuta gli altri a comprendere meglio le proprie origini, i legami che hanno avuto un peso nella propria crescita e l’ambiente affettivo da cui si proviene. In questo modo i ricordi smettono di appartenere soltanto a chi li ha vissuti e diventano parte di una memoria familiare comune, transgenerazionale, capace di creare continuità tra le generazioni e di rafforzare gli affetti e consolidare il senso di appartenenza (Memory, 2025).
Quali consigli si sente di dare a chi sta pianificando un turismo di ritorno?
-Pensare di fare almeno un viaggio nei luoghi del proprio passato aiuta a riscoprire la propria storia personale e familiare;
-Prestare attenzione ai dettagli e lasciarsi trasportare da odori, suoni, sapori e atmosfere che possono fare riaffiorare i ricordi più profondi;
-Accogliere anche le emozioni meno piacevoli, perché nostalgia, tristezza o senso di perdita fanno parte dell’esperienza;
-Cercare di mettere da parte lo smartphone per qualche ora, in modo da vivere il momento senza interferenze;
-Considerare che il passato possa apparire diverso, migliore o peggiore, ma che è proprio questa differenza cha aiuta a capire meglio se stessi;
-I viaggi nel tempo esistono, dentro se stessi e nei luoghi del cuore. Concederseli aiuta a sentirsi meglio, più vicini a se stessi e ai propri affetti, di oggi e di allora, in un abbraccio simbolico, profondo, vitale.


