16 Marzo, 2026
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I No che fanno crescere e l’ipocrisia di “stare al merito”. 

Comunicato stampa

Domenica prossima, votiamo sulle revisioni costituzionali dell’ordinamento giudiziario approvate in via definitiva lo scorso ottobre dal Parlamento. Negli ultimi giorni, sono diventati martellanti gli appelli “a stare nel merito”, altrimenti si stravolgerebbe l’uso dello strumento referendario. Non è questione di schieramento politico, ci spiegano, in particolare, i “riformisti” in servizio permanente effettivo, super citati dalla Meloni in giù, dai giornali organici alla destra, gli unici giornali di partito rimasti, e dalle TV berlusconiane. Più avanti, entriamo nel merito.
Qui, una premessa essenziale: l’invocazione da bravi libera-democratici al merito è consapevolmente propagandistica. Privi di credibilità. La ragione è semplice: le revisioni costituzionali al voto sono state maneggiate dal governo, nelle 4 letture Camera-Senato, come prodotto esclusivo dell’esecutivo, neanche di deputai e senatori della maggioranza, men che meno di quelli dell’opposizione, soltanto dell’esecutivo. Il testo approvato dal Consiglio dei Ministri è il testo uscito dal Parlamento.
È stato un intervento di soffocante appartenenza politica. Nelle massime assemblee elettive, il merito è stato bandito dalla discussione. Insomma, è stato radicalmente contraddetto il principio costituzionale sulla revisione delle norme fondative della vita collettiva: la ricerca della più ampia condivisione possibile tra le forze politiche. Qui, l’impostazione era diametralmente opposta: è stata, ab origine, iniziativa identitaria e blindata.
E’ vero che, sulle revisioni costituzionali a maggioranza di governo, il cattivo esempio ha cominciato a darlo il centrosinistra nel 2001, con la sciagurata forzatura unilaterale, a fine legislatura, per la riscrittura del Titolo V. Ma il dato non attenua il vulnus nella ripetizione del ‘crimine’. Non lo attenua neanche il riferimento al precedente di Berlusconi nel 2006 né a quello di Renzi del 2016, entrambi sonoramente bocciati alle urne. Ma qui, oggi, è finanche peggio in quanto né Camera, né Senato hanno potuto fare alcun emendamento al testo approvato dal Governo Meloni. È una vergogna senza precedenti per i parlamentari della maggioranza di turno.
Insomma, il primato del merito invocato ora è soltanto strumentale. Il voto al referendum è politico e il merito è funzionale al disegno politico di accelerare l’approdo a una democrazia plebiscitaria, quindi autoritaria. Siamo già molto avanti. Non soltanto per “merito” loro. Mi limito a due principali osservazioni “di merito”. La prima: magistrati requirenti strutturalmente separati dai magistrati giudicanti avranno, inevitabilmente, una torsione ‘poliziesca’ e ‘irresponsabile’.
Saranno “avvocati” dell’accusa. Si ridurranno le garanzie per gli imputati. La sottoposizione al controllo politico diventerà una regressione sensata. La seconda osservazione: la divisione del CSM in un organismo per la magistratura requirente e uno per la magistratura giudicante, la sottrazione a ciascuno di essi delle funzioni disciplinari di rispettiva competenza e, in particolare, il sorteggio per sceglierne i componenti togati ne sminuirà radicalmente rappresentanza e autorevolezza. Di fatto, minore indipendenza dal potere esecutivo.
Le democrazie si fondano sulla separazione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario. Nessuno dei tre poteri è assoluto, ab-solutum, ossia sciolto dal vincolo della legge. Neanche quando il potere riceve direttamente la legittimazione dal popolo, come avviene nei sistemi presidenziali. L’art 1 della nostra Costituzione è un capolavoro di chiarezza: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Il No al voto del 22-23 Marzo è uno di quei No che fanno crescere (almeno la resistenza alla deriva autoritaria delle cosiddette democrazie liberali).

Con l’occasione, rimarco la necessità del tuo contributo per le nostre attività. Ti chiediamo di donare all’associazione Patria e Costituzione il tuo 5 per mille (sotto trovi il codice fiscale da indicare) oppure, se lo hai già impegnato, ti chiediamo un’erogazione liberale che puoi detrarre nella dichiarazione dei redditi del prossimo anno (sotto anche il nostro IBAN).

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 Ps: anche quest’anno, il primo fine settimana di settembre (da venerdì 4 a domenica 6), faremo la scuola di politica: save the date!

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