Era quasi mezzanotte e Silvia uscì dall’ufficio salutando il direttore. Fece un cenno al saluto del portiere e si affrettò verso l’ultimo tram che l’avrebbe riportata a casa. Lo raggiunse per un soffio, salendovi con il cuore ancora in corsa e si accomodò su un sedile del tram quasi vuoto, lasciandosi andare contro il finestrino, stanca, mentre fuori i primi fiocchi di neve cominciavano a danzare lenti nell’aria, come un invito silenzioso alla meraviglia.
Il dondolio la avvolse come un respiro caldo e lei vi si lasciò cadere dentro, cercando in quel ritmo lento e carezzevole la forza di sciogliere la tristezza che le pesava nel cuore.
Il lavoro le dava una sicurezza fragile, quasi un appiglio più che una scelta. Eppure, ogni mattina, entrando in quell’ufficio, sentiva il peso di un ruolo che non le apparteneva. Lei, che aveva studiato con passione vera, che aveva conquistato la laurea con il massimo dei voti, si ritrovava a sorridere educatamente, mentre la consideravano solo per la sua grazia, non per la sua mente. La rispettavano, sì, ma era un rispetto che non la toccava: gesti formali, come si rispetta un oggetto prezioso ma muto. Quella distanza, quella mancata fiducia nelle sue capacità, le scavava dentro più di quanto volesse ammettere. Avrebbe voluto cercare un lavoro che parlasse la lingua dei suoi sogni, ma non voleva permettersi il lusso dell’attesa: non voleva gravare ancora sui genitori anziani. Aveva lasciato la sua casa, la sua quiete, e si era trasferita in città, accettando il primo impiego sicuro. Così, mentre la grande azienda la inghiottiva nel suo ritmo impersonale, lei sentiva i suoi desideri arretrare, uno dopo l’altro, come se si staccassero da lei e restassero indietro, invisibili sul ciglio della strada.
Guardava fuori dal tram senza davvero vedere, lasciando che il solito percorso, quello che ormai le scivolava davanti ogni giorno, sempre identico a se stesso, con portoni indistinguibili e lucine stanche, le scorresse accanto come un nastro consumato. Era tutto così prevedibile da non richiedere più attenzione, quasi fosse ormai invisibile.
Poi, all’improvviso, un fremito le attraversò il petto. Si riscosse di colpo, come se un dettaglio minuscolo avesse improvvisamente stonato dentro quella routine immobile. Qualcosa, là fuori, aveva cambiato tono. Non sapeva dire cosa, ma la normalità aveva appena fatto un passo di lato.
Nevicava piano, con la quiete di sempre, ma quella notte l’aria aveva un silenzio che non le apparteneva. Silvia sollevò lo sguardo e un brivido le sfiorò la nuca: la neve non cadeva. I fiocchi oscillavano, fluttuavano, facevano giravolte, ma restavano sospesi intorno ad un loro centro immaginario, e l’aria intorno sembrava trattenere un respiro che nessuno aveva chiesto. Non si posavano sui tetti, non imbiancavano le strade: galleggiavano, muti, come se il cielo avesse dimenticato il gesto di lasciarli andare. Ogni fiocco pareva in attesa di qualcosa che lei non riusciva a nominare. Spinta da un’inquietudine sottile, Silvia scese dal tram prima del tempo. Ma appena mise piede a terra, capì che la neve non era l’unica cosa a essersi fermata. Le finestre erano illuminate, ma dalle case non usciva alcun suono: nessun brindisi, nessuna voce, nessun rumore di vita. Solo i suoi passi, soffocati come se camminasse su un tappeto di lana troppo spessa. Arrivò sotto casa mentre l’orologio del campanile iniziava a battere. Undici rintocchi risuonarono nell’aria immobile. Poi, il nulla. Il dodicesimo non arrivò. Il tempo si era spezzato lì, come un filo tirato troppo forte. Silvia guardò il suo smartphone; lo schermo brillava, ma l’ora era immobile, congelata come il resto del mondo. Le auto lungo la strada erano ferme, con i fari accesi come occhi spalancati nel buio. Persino il vento sembrava trattenuto da una mano invisibile, come se qualcosa, o qualcuno, avesse imposto al mondo un silenzio assoluto.
Fu allora che Silvia lo vide. Il vecchietto seduto sulla panchina davanti al portone, come se fosse sempre stato lì ad aspettare. Non lo aveva mai incontrato prima, ne era certa. Indossava un cappotto logoro ma dignitoso e tra le mani stringeva una piccola lanterna accesa, la cui luce tremolava come un cuore paziente.
«È sempre così» mormorò il vecchio, senza nemmeno voltarsi.
«Come… così?» domandò Silvia, sorpresa da quelle parole che sembravano conoscerla.
«La notte di Natale!» Rispose lui con voce calma. «Il tempo si ferma per un istante. Ma solo per chi ha occhi per accorgersene.»
Silvia rimase in silenzio. Dentro di lei qualcosa si mosse, come una porta che si apre dopo anni di polvere. Lei aveva occhi per accorgersi di cosa? Non capiva. Lo guardò con aria interrogativa.
«Perché?» riuscì a chiedere infine. Il vecchio sorrise, un sorriso lieve come neve che non tocca terra.
«Perché il mondo corre troppo,» rispose, «e una volta l’anno gli è concesso di ricordare ciò che ha dimenticato.»
Il vecchio sollevò la lanterna e la sua luce si sparse sulla strada come un velo sottile di magia. In un istante, la città cambiò volto. Le facciate delle case svanirono come quinte di un teatro, lasciando intravedere ciò che di solito restava nascosto.
Silvia vide una donna apparecchiare per due, pur non ricordando più da quando fosse rimasta sola. Vide un bambino addormentato che stringeva al petto una lettera mai spedita, come un tesoro segreto. Vide un uomo seduto accanto a una foto sbiadita, le labbra immobili, in una preghiera di perdono che nessuno aveva mai udito.
«E io?» sussurrò Silvia, con un tremito nella voce, «Cosa ho dimenticato io?»
Il vecchio si alzò lentamente, come se ogni gesto dovesse rispettare un’antica solennità.
«Tu lo sai già,» rispose con dolcezza, «ma non ti sei mai fermata abbastanza a lungo da ascoltarlo.»
In quell’istante, qualcosa in Silvia si aprì. Non un ricordo nitido, non un volto o una scena precisa, ma un sentimento, una promessa antica, fatta a se stessa quando era poco più che una bambina. Era come se, dentro di lei, una stanza rimasta chiusa per anni avesse finalmente socchiuso la porta. Le tornò alla mente quel tempo in cui la mettevano da parte con un gesto distratto, senza cattiveria, quasi per abitudine, come se il suo essere “femmina” bastasse a definirla incapace. Ricordò le signore più anziane che, con un sorriso rassegnato, davano ragione ai ragazzi, perché così era sempre stato, perché alle donne spettava il silenzio. perché le donne dovevano lasciare spazio ai maschi. Ma lei non capiva perché doveva rinunciare a ciò che sentiva di poter fare meglio di chiunque altro. Lei non aveva mai capito davvero quel destino imposto. Sentiva dentro di sé una forza che nessuno sembrava vedere, una possibilità che le veniva negata prima ancora di provarci. Senza qualcuno che la aiutasse, rimaneva ai margini, spettatrice di un’ingiustizia che allora non sapeva nominare, ma che le lasciava un’ombra dentro, che la feriva nell’animo. Fu in quell’ombra che nacque la sua promessa: crescere senza arrendersi, restare gentile anche quando il mondo non lo sarebbe stato con lei, ma non piegarsi mai. Vivere la propria vita, anche sbagliando, purché gli errori fossero suoi, davvero suoi. ‘Se sbaglierò, sarà perché ho scelto io.’ Ora, in quella sospensione irreale, quella promessa tornava a bussare, chiedendole se l’avesse mantenuta davvero.
«È possibile rimediare?»
«Il Natale non chiede rimedi,» rispose il vecchio «chiede presenza.»
La lanterna si spense all’improvviso. Il dodicesimo rintocco esplose nell’aria immobile e la neve precipitò tutta insieme, come un respiro trattenuto troppo a lungo.
Silvia sollevò lo sguardo: il vecchio era sparito, dissolto come un’ombra che non appartiene al mondo. Eppure quel rintocco continuava, sempre più forte, sempre più vicino, fino a diventare quasi insopportabile.
Si riscosse di colpo.
Non era un rintocco: era il clacson dell’autista del tram, che suonava impaziente contro un’auto ferma sulle rotaie. Il sogno si frantumò in un istante, lasciandole addosso un brivido di smarrimento. L’auto finalmente si spostò e il tram riprese a muoversi, lento, ordinario, riportandola verso il suo quartiere come se nulla fosse accaduto.
Quando il tram arrivò alla sua fermata, Silvia scese. Si guardò intorno: tutto era come sempre. La neve cadeva più fitta, morbida, e i fiocchi si posavano a terra con la naturalezza di sempre, iniziando a velare la strada di bianco. Rientrò in casa. Nulla era cambiato, eppure dentro di lei qualcosa si era sciolto. Mise un piatto in più sulla tavola, senza sapere davvero per chi, come un invito lasciato aperto al possibile. Poi aprì la finestra e lasciò entrare il silenzio, un silenzio che non pesava più, ma che la accoglieva. Da qualche parte, nel mondo, il tempo aveva ripreso la sua corsa. Ma lei, per la prima volta, aveva scelto di seguire un altro ritmo: quello dei suoi sogni, finalmente liberi di camminarle accanto.
Preparò la lettera di dimissioni con un gesto calmo, quasi rituale. Mentre la firmava, aveva finalmente capito che la sua laurea non era nata per chiuderla dietro una scrivania, in un angolo, alle dipendenze di qualcuno, ma per accompagnarla a diventare quella donna che aveva sempre saputo di poter essere.
Chiamò i genitori. Sarebbe tornata da loro, almeno per un po’, per ritrovare il respiro, la misura, la forza che aveva lasciato. Lì, tra le loro voci e il profumo delle stanze che l’avevano vista crescere, avrebbe lasciato germogliare quella idea che aveva accarezzato al momento della laurea. Avrebbe preso il coraggio fra le mani per un cammino ancora senza nome. Non sapeva quale forma avrebbe preso il futuro, ma per la prima volta non aveva paura. Aveva deciso di tornare ai suoi sogni e questa volta avrebbe camminato verso di loro senza più necessità di voltarsi indietro.
Riccardo Agresti


