In movimento
I magi sono le uniche statuine “mobili” del presepe, nel senso che, posizionati inizialmente molto lontano dalla grotta, vengono spostati pian piano, ogni giorno, per avvicinarli alla mangiatoia, che raggiungeranno dodici giorni dopo il Natale, il 6 gennaio, provenendo da sinistra del presepe, ovvero dalla destra del Bambinello. l movimento quotidiano delle statuine non è un’invenzione moderna, ma una pratica attestata già nell’Ottocento.
Questo schema ha un preciso valore simbolico. Nelle convenzioni iconografiche, l’Oriente è collocato a sinistra, il luogo da cui sorge la luce. I Magi, provenienti dall’Oriente, entrano dunque da quella direzione. Nelle absidi e nei mosaici paleocristiani (ad esempio a Ravenna, Sant’Apollinare Nuovo, VI secolo), i Magi sono raffigurati in processione da sinistra verso la Vergine e il Bambino. Questo modello si è poi consolidato nei secoli. La tradizione popolare ha ereditato questa disposizione, anche se con varianti locali.
La Befana
Collegata ai Re Magi da un racconto religioso per bambini, esiste una figura misteriosa e un po’ stregata, che non compare mai nel presepe e che vive solo nella fantasia della penisola italiana. Eppure, merita di essere ricordata perché porta con sé un incanto tutto speciale: la Befana, la cui festa illumina la notte dell’Epifania.
Il suo nome, curioso e antico, non è altro che il dolce eco di ἐπιφάνεια, “rivelazione”, come se lei stessa fosse un segreto svelato tra le stelle d’inverno.
La Befana è una vecchina avvolta in stracci color della polvere, eppure nei suoi occhi brilla la luce dei miracoli. Nella notte più fredda dell’anno, quando il mondo sembra trattenere il respiro, ella monta la sua scopa volante e attraversa i cieli d’Italia. Passa di camino in camino per riempire le calze dei bambini buoni con dolciumi, frutta secca e piccoli giocattoli; e quando incontra chi non è stato gentile, lascia soltanto un pizzico di carbone o, talvolta, un ciuffo d’aglio birichino.
Si racconta che tutto ebbe inizio quando i Re Magi, durante il loro lungo viaggio verso Betlemme, bussarono alla porta di una casetta solitaria. Là abitava una vecchina dal cuore buono, sebbene un po’ diffidente, che si affacciò al chiarore della stella. I tre saggi le chiesero indicazioni per raggiungere il Bambino appena nato e la invitarono con loro, promettendole che avrebbero visto il Re destinato a cambiare il mondo. Ma la donna, timorosa come un pettirosso d’inverno, scosse il capo e chiuse piano la porta.
I Magi proseguirono, mentre la stella li guidava verso la mangiatoia.
Quella notte, però, la vecchina non riuscì a prendere sonno: il vento bussava alle finestre, come per rimproverarla, e il suo cuore si riempì di una tristezza luminosa. Allora raccolse in un sacco dolci, frutta e piccoli doni e uscì correndo nella notte gelida per raggiungere i tre viaggiatori. Corse e corse, ma ormai era tardi: i Magi erano già arrivati a Betlemme e i loro doni brillavano davanti a Gesù.
Affranta, la vecchina si fermò sotto il cielo trapunto di stelle. Poi, come se una dolce ispirazione le avesse sfiorato la fronte, sorrise.
Non avendo più modo di raggiungere il Bambino, avrebbe fatto qualcosa di ancora più grande: avrebbe donato i suoi regali a tutti i bambini che avrebbe incontrato, sperando che almeno uno di loro fosse, in qualche modo, il piccolo Gesù.
Così, da quella notte lontana, ogni anno, quando il freddo avvolge i tetti e le strade si riempiono di silenzio, la Befana vola di casa in casa sulla sua scopa antica. Porta dolci, sorrisi e un po’ di magia a tutti i bambini buoni, mentre nel suo cuore vive un desiderio che non sfuma: trasformare il rimpianto in dono, e l’attesa in luce.
Per questo, ancora oggi, nella notte del 6 gennaio, si dice che la Befana continui il suo viaggio, e che ogni battito d’ali della sua scopa sparga nell’aria un’ultima scintilla della magia del Natale.
Diana
L’origine della Befana è molto più antica del racconto cristiano che la lega ai Re Magi: affonda infatti le sue radici in un insieme di antichi riti propiziatori pagani ereditati dai Romani e, ancor prima, dai culti agrari dell’Europa mediterranea. La dodicesima notte dopo il solstizio d’inverno, un periodo considerato liminare e sacro, i Romani celebravano la morte e la rinascita della natura. Si credeva che in quelle notti alcune figure femminili, identificate con Diana e le sue ninfe, sorvolassero i campi per benedire i futuri raccolti e garantire fertilità per l’anno nuovo.
Questi dodici giorni avevano un significato profondo: la terra era stanca, secca, vicina alla morte invernale, ma pronta a rinascere, proprio come la Luna, governata da Diana, che ogni mese muore e ritorna. Un ciclo di morte e rinascita che simboleggiava l’eterno rinnovarsi della vita naturale.
Con l’affermarsi del cristianesimo, questo mito non poteva essere accettato. I Padri della Chiesa condannarono presto la tradizione, perché legata a culti agrari e figure femminili pagane. Ma i riti contadini, radicati nella quotidianità, sono difficili da estirpare. Così la nobile e luminosa Diana, giovane vergine altera, fu inizialmente assimilata alla figura della strega. Nei villaggi la sua immagine cominciò a trasformarsi: da divinità lunare diventò una vecchina gobba, con naso adunco, capelli bianchi e svolazzanti, vestita di stracci e con scarpe rotte. Una figura che la Chiesa dipingeva come stregonesca, ma che la tradizione popolare continuò a immaginare buona, perché portatrice del senso antico del mito: la “madre terra” che, stremata dalle energie donate durante l’anno, si avvicina all’inverno per morire e rinascere.
Prima di scomparire, però, questa vecchia benevola volava ancora sui campi per fertilizzarli e distribuire doni, proprio come faceva Diana. È da qui che nasce la Befana come la conosciamo: una figura femminile che arriva a fine anno portando frutti, piccoli doni e auspici di prosperità.
La sua storia si intreccia poi con elementi cristiani: prese le forme popolari di una vecchina che passa nelle case la notte dell’Epifania, distribuendo dolci ai bambini buoni.
L’uso di portare il carbone ai bambini “cattivi”, invece, è una variazione relativamente recente. In origine carbone e cenere avevano un significato positivo: erano simboli di buon augurio nelle tradizioni contadine del Nord Europa, perché il carbone permetteva di scaldarsi nei mesi più rigidi, mentre la cenere, ricca di potassio, magnesio e calcio, veniva usata per fertilizzare i campi. Donare carbone e cenere significava augurare calore, vita e prosperità.
La figura della Befana non è isolata: in altre regioni europee esistono spiriti simili che visitano le case nei “dodici giorni” tra Natale e l’Epifania, come Perchta nelle regioni alpine o Frau Holle nelle tradizioni tedesche, anch’esse legate all’inverno, alla filatura e alla ciclicità della natura. Tutte incarnano la stessa idea: la vecchia dell’anno che muore, lasciando spazio al nuovo ciclo.
Tra Rinascimento ed età moderna la Befana si è lentamente trasformata da spirito ambivalente a presenza rassicurante: una sorta di nonna benevola, protagonista di feste popolari e rituali comunitari. Oggi, come allora, attraversa simbolicamente le case nella notte del 6 gennaio, portando doni, dolci e, per chi ha bisogno di un monito affettuoso, un pezzetto di carbone. Ma dietro il suo sorriso rugoso continua a sopravvivere il retaggio millenario della madre terra che muore e rinasce, portando con sé il mistero e la magia dell’inverno.
Brano tratto dal libro “Il senso nascosto del Presepe” disponibile solo on line al link: https://bookabook.it/libro/il-senso-nascosto-del-presepe/
Riccardo Agresti


