È ormai disponibile nelle sale italiane da qualche settimana il nuovo film di Jim Jarmush: “Father Mother Sister Brother”. La pellicola, già acclamatissima dalla critica, tanto da vincere l’ultimo Festival del Cinema di Venezia, si pone come un unicum vero e proprio nel panorama cinematografico internazionale.
Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, la trama: tre storie familiari con soggetti ed ambientazioni altrettanto diverse. Il primo ritratto di famiglia, che prende il nome di “Father”, racconta di un fratello e di una sorella che vanno a trovare l’ormai anziano padre, che vive da solo in una casa nel nord degli Stati Uniti. In una di quelle “desolandie” che più volte verranno citate all’interno dell’opera.
“Mother” è una storia che presenta tre personaggi femminili: una madre e le sue due figlie. Le tre, nonostante abitino tutte nella stessa città, Dublino, trovano l’occasione di vedersi una sola volta l’anno. Infine “Sister Brother”, dove fratello e sorella, tra l’altro gemelli, vivono a Parigi gli ultimi ricordi legati ai genitori, scomparsi recentemente in maniera improvvisa.
Ad accomunare le tre slices of life è la maniera con la quale il regista di “Solo gli amanti sopravvivono” mostra ciò che accade sullo schermo. Jarmush non giustifica, né tantomeno ha la pretesa di spiegare o condannare le azioni dei suoi personaggi. In un mondo dove qualsiasi cosa, compreso il cinema, sembra andare sempre a duecento all’ora, il regista statunitense (che ha, tra l’altro, recentemente chiesto la cittadinanza francese per “evadere” dagli Stati Uniti) sceglie di raccontare quei silenzi imbarazzati ed imbarazzanti che tanto possono mettere in difficoltà, soprattutto nelle situazioni famigliari.
Un cinema “detox”, dunque, che riesce a disintossicare da quella marea di stimoli ai quali siamo continuamente sottoposti: dai social media alle situazioni di convivialità quotidiana.
E non è un caso quindi, che il film sia uscito nelle sale proprio nel periodo natalizio, quando attorno al focolare di casa, tra sorrisi e chiacchere, sempre più sono coloro che si sentono estranei a quel tipo di dinamiche.
È un tipo di cinema sempre meno popolare quello di Jarmush, che sembra rifarsi a quelle pellicole lente, dove il silenzio gioca da padrone, come quelle del maestro Yasujirō Ozu, probabile fonte d’ispirazione di Jim.
L’ora del thé nel salotto di casa, un caffè preso in un bar, diventano occasioni per raccontare la difficoltà nel relazionarsi con quelle che dovrebbero essere le persone a te più care, e che invece con il passare del tempo possono diventare sempre più simili a degli estranei.
Davide Catena, redattore L’agone


