Le riflessioni de L’agone – Riflessi giuridici della rivoluzione digitale, i social

E’ così ovvio che ribadirlo potrebbe infastidirvi: la rivoluzione digitale, il non plus ultra del ventesimo secolo, sta trasformando radicalmente la comunicazione, i rapporti interpersonali, l’accesso alla conoscenza, l’applicazione in concreto delle scoperte scientifiche. In ogni branca. Anche medica e militare. Anche d’Intelligence
In un simile quadro, soffermiamoci adesso su di un aspetto tra i più originali di tale rivoluzione: i social. Che stanno addirittura cambiando gli usi quotidiani di ogni Uomo. Alzi la manina, please, il “Troglodita” che non li utilizzi i social.

Sì e no fa l’alba, sì e no s’è svegli, prima di caffè e doccia, ciascun di noi accende il computer e/o impugna il telefonino, moderni totem divinizzati. “Vediamo le ultimissime nel mondo”. “Chi m’invia messaggi?”. “A chi rispondere subito tra i vari uozzàp?” (Dovremmo imparare a scriverlo all’italiana ‘sto benedetto uozzàp!…).
E poi. “Con chi se la prendono oggi gli Amici delle confraternite social cui sono iscritto?”. “Ci sono invettive feroci?”. “Chi bisogna mettere alla gogna?”.

S’impugna il telefonino (“Dio me l’ha dato, guai a chi lo tocca!”) e si risponde ai messaggi, digitando velocemente la tastiera, mentre si chiacchiera, mentre si mangia, mentre s’è nel bagno; o mentre si fa all’amore, ciascun della coppia abbracciato indissolubilmente al proprio totem più che al Partner.
La tastiera, qua e là, diventa uno strumento per lo sfogo incontrollato di sentimenti individuali e/o collettivi. Coi gravi pericoli che ciò comporta.

Un conto è scrivere, commentare, criticare. Ciò amplia lo spettro della democrazia e della partecipazione. Un altro conto, invece, è scrivere a vanvera, offendere, delirare. Specie se si denigra, ritenendo vigliaccamente di acquattarsi nel Branco (“Chi vuoi che giunga fin al mio anonimo indirizzo elettronico? Lancio il sasso e nascondo la mano!”). Un esempio tra mille. Ricordate l’indecente tentativo di denigrare e minacciare la senatrice a vita Liliana Segre? Un’anziana Donna che più limpida ed esemplare non si può? Una che ha subito sulla propria pelle gli orrori della discriminazione razziale? Una Superstite addirittura di Auschwitz?… Scelleratezza stomachevole!… Eppure è accaduta…

Beh, i Pusillanimi da quattro soldi sappiano due cose. La prima. Nascondersi nell’anonimato è nei fatti impossibile. La Polizia Postale è oggi in grado di raggiungerti ovunque. Dovresti essere un furbo Hacker per nutrire qualche debole speranza di farla franca. Ma se fossi un furbo Hacker non scriveresti simili oscenità. La seconda. In mancanza d’una legge ordinaria che disciplini il settore, la Giurisprudenza parifica la diffamazione a mezzo social al reato penale di diffamazione a mezzo stampa, col relativo diritto dell’Offeso al risarcimento danni.
Un ultimo rilievo. La comunicazione a mezzo social, pur tra mille meriti, ha un aspetto negativo intrinseco. La necessaria brevità, o lapidarietà del messaggio (spesso si limita a un “mi piace”) disabitua e allontana chi l’usa dal ragionamento complesso, che distingue l’Uomo dal mondo animale. S’è accertato che oggi la maggioranza degli Italiani, leggendo un articolo di giornale, aldilà del primo periodo non va, perché non afferra quel che è scritto. E ciò non per una scarsa chiarezza del Giornalista. Ma per la scarsa attitudine di chi legge alle complessità.
Anche in questo campo la Scuola ha un compito immane: educare i Giovani ad un uso corretto dei social. Ed educarli alla complessità.
Amedeo Lanucara, giornalista

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