Cambiare rotta: la necessità di migliorare la sanità

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Una attenta riflessione sui numeri di un comparto “dimenticato”

Anche il Lazio è precipitato in zona rossa e, per tutta la nostra nazione l’imminente Pasqua sarà segnata da chiusure e restrizioni. L’impatto sull’economia sarà devastante. Territori come il nostro, già segnati da una condizione atavica di crisi, continueranno a pagare un prezzo alto in termini di impoverimento sociale. D’altro canto l’incedere del Covid-19 determina centinaia di morti ogni giorno, aumento dei contagi e saturazione delle strutture ospedaliere.
E’ evidente che, al primo posto, va messa la salute dei cittadini. Occorre però comprendere perché l’Italia (malgrado sulla carta continui ad avere il modello sanitario migliore al mondo, nda) è tra le nazioni maggiormente impreparate nell’affrontare la pandemia in atto. Può apparire paradossale, ma se questa emergenza si fosse presentata quaranta o trenta anni fa, prima di indiscriminati tagli sulla sanità, la capacità di risposta sarebbe stata diversa. Non vi sarebbe stato bisogno di ricorrere a misure eccezionali per evitare la congestione negli ospedali. Nel 1980 i posti letto per acuti erano 922 ogni 100.000 abitanti, oggi se ne contano 275.
Dal 2009 al 2017 il Sistema Sanitario Nazionale, a causa del blocco del turn over, ha ridotto l’organico di 46.000 unità. Sono diminuiti 8.000 medici e 13.000 infermieri. I posti letto in terapia intensiva sono scesi a 8,5 per ogni 100.000 abitanti. Senza considerare i tagli intervenuti a scapito della medicina di base, piuttosto che sulla ricerca. L’aver considerato la sanità come un costo da comprimere, ha fatto venire meno il diritto costituzione alla salute.
Oggi, per affrontare il Covid-19 e non farci trovare impreparati rispetto a future emergenze, dobbiamo cambiare paradigma attraverso un enorme incremento della spesa per la sanità e il welfare. Occorrerebbero subito dei segnali forti. Cosa si aspetta per reinternalizzare i servizi socio-sanitari e assistenziali esternalizzati negli ultimi decenni, stabilizzando tutti i precari? Perché non si dice chiaro che ospedali come quelli di Bracciano non solo vanno lasciati aperti, ma occorre investire molto per riqualificarli e potenziarli? Sono temi nevralgici e centrali del presente e per il futuro, sui quali vale la pena aprire un’attenta riflessione, soprattutto in un territorio come il nostro segnato da una carenza di personale sanitario più alta rispetto alle percentuali nazionali e da una media posti-letto per numero di abitanti, inferiore a quelle (già basse) della nazione e della regione Lazio.
Cesare Caiazza

da L’agone, marzo 2021, pagina 5

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