22 Marzo, 2026
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Il Giappone e il Covid, un’irriproducibile storia di successo

Dall’inizio della pandemia, il Sol Levante ha contato 119 mila casi di coronavirus e 1.874 decessi, numeri che molte nazioni europee macinano in pochi giorni.

Se la Corea del Sud ha vinto la guerra contro il virus imponendoย ai cittadini rigide limitazioni alla libertร  personale e avviando una campagna capillare di test, nulla di tutto questo รจ avvenuto in Giappone.
Come ha fatto Tokyo a passare in un mese dal picco alla fine dell’emergenza?

Lo scorso giugno era esplosa una polemica su una frase del vicepremier nipponico,ย Taro Aso, che aveva attribuito al superiore “livello” del suo popolo gli eccelentiย risultati delย Giapponeย nell’arginamento dell’epidemia di coronavirus. “Ricevo spesso chiamate da altri Paesi nelle quali ci chiedono se abbiamo medicine speciali o cose del genere”, aveva dichiarato Aso durante un’udienza in Commissione Finanze, “dico semplicemente a queste persone che tra i loro Paesi รจย il nostro c’รจย una differenza di ‘mindo‘. E questa risposta li ammutoliva ogni volta”. L’utilizzo di questo termine arcaico, dalle connotazioni scioviniste, aveva suscitato forti critiche. Eppure, nel giorno in cui Tokyo comunicaย dati record sulla crescita del Pilย ed esclude un nuovo rinvio delleย Olimpiadi, giร ย rimandate al 2021, viene da pensare che Aso non avesse poi tutti i torti.

A oggi il Giappone contaย 119 mila casi totali di coronavirus e 1.874 decessiย dall’inizio dell’epidemia, numeri che molte delle nazioni europee piรนย colpite macinano in pochi giorni. A rendere questi dati davvero straordinari รจย inoltre il fatto che ai cittadini del Sol Levante non sia stata imposta alcuna misura coercitiva per limitare la diffusione del contagio. Il confronto รจย quindi impressionante anche con un’altra nazione asiatica, laย Corea del Sud, che รจย riuscita sรฌย a vincere in fretta la battaglia contro il Covid ma solo grazie aย durissime misure di lockdown, a unaย campagna di test capillareย e all’obbligo di installare un’applicazione per il tracciamento dei contatti.

Nulla di tutto questo รจย avvenuto in Giappone. Alla popolazione รจย stato semplicemente chiesto di rispettare le norme igienico-sanitarie e iย luoghi pubblici a maggior rischioย sono stati chiusi con grande anticipo, scuole incluse. E tanto รจย bastato. Nessuna restrizione che paralizzasse per mesi l’economia di una nazione che per decenni aveva lottato con tassi di crescita bassissimi e oggi segna ilย maggior incremento del Pil in 40 anni grazie soprattutto all’impennata dei consumi privati. Che vogliono dire ristoranti e tempo libero, ovvero quanto ora รจ preclusoย agli europei.

La scommessa di Abe

Eppure in Giapponeย c’erano tutti i presupposti per una tempesta perfetta: una popolazione tra le piรนย anziane del mondo e una densitร ย abitativa con pochi paragoni. E in effetti a febbraio Tokyo sembrava destinata a diventare uno degli epicentri mondiali della pandemia. Nella capitale nipponica ilย picco di contagiย fu invece pari a 206 in 24 ore il 17 aprile. Il 22 maggio il numero di nuovi casi era giร ย sceso a tre, in una cittร ย con quasi 14 milioni di abitanti. Un sospiro di sollievo per il premierย Shinzo Abe, che temeva di finire nell’ignominia la sua lunga carriera politica e ha lasciato invece, lo scorso 16 settembre, un Paese tra i pochissimi al mondo a poter cantare vittoria nella guerra al virus.

Nei giorni del picco dell’epidemia Abe era stato criticatissimo per un approccio che era parso tentennante e irresoluto. Lo scorso 7 aprile la dichiarazione delloย stato di emergenza a Tokyo, poi allargato all’intera nazione, era stata giudicata troppo tardiva. La consegna a ogni famiglia di due mascherine riutilizzabili aveva suscitato sarcasmo. Concentrarsi su pochi focolai invece di lanciare test su larga scala era sembrato un azzardo. In molti avevano invocato Seul come modello da seguire.

In un discorso alla nazione trasmesso per televisione, Abe fece appello al senso civico del popolo nipponico, richiamando lo spirito di unitร ย dei giorni successivi allo tsunami che causรฒย ilย disastro nucleare di Fukushima. Il premier chiese ai cittadini di ridurre i contatti umani del 70-80% e domandรฒย alle aziende di far lavorare in remoto quanti piรนย dipendenti possibile e, nei casi in cui ilย telelavoroย fosse inattuabile, di strutturare i turni in modo da ridurre al minimo il numero di persone contemporaneamente in ufficio. In questo modo, affermรฒย Abe, il picco dell’epidemia avrebbe potuto essere raggiunto in due settimane. Peccรฒย per eccesso. Ci vollero appena 10 giorni.

Chiudere subito per riaprire il prima possibile

Parte del successo del modello nipponico sta nell’aver ridotto subito al minimo le possibilitร ย di assembramenti mentre altri Paesi esitavano. Se la popolazione non era stata sottoposta a limitazioni della libertร ย personale,ย le scuole erano giร ย state chiuse agli inizi di marzo, altra iniziativa di Abe che fu criticatissima. E giร ย a febbraio, quando il picco era ancora lontano, c’era stata la serrata di musei, teatri, parchi a tema e stadi. Quando, il 10 marzo scorso, in Gran Bretagna 150 mila persone si erano recate a Cheltenham per assistere al celebre torneo di equitazione, in Giappone il campionato di calcio era giร ย stato sospeso tre settimane prima.

Le chiusure precoci spiegano perรฒย solo in parte perchรฉย giร ย a fine maggio i giapponesi fossero potuti tornare a cenare fuori. Molte delle norme igenico-sanitarie necessarie a limitare i contagi erano giร ย parte delย modus vivendi nipponico. Per un giapponese indossare una mascherina eraย giร ย un’abitudine normale d’inverno, per proteggersi dall’influenza, e in primavera, per combattere le allergie stagionali. L’abitudine di salutarsi chinando il capo invece che stringendosi la mano o abbracciandosi, il togliersi le scarpe all’ingresso delle abitazioni e un’igiene personale rigorosa sono stati altri fattori che hanno contribuito ad abbattere in fretta la curva. Un capitolo a parte meriterebbero leย teorie piรนย fantasiose, dai benefici effetti sul sistema immunitario di alimenti tradizionali come il “natto” (fagioli di soia fermentati) al limitato numero di goccioline che si emetterebbero parlando giapponese.

“Non credo che il calo del numero delle infezioni sia dipeso dalle politiche del governo”, spiegรฒย al Guardian il vicedirettore dell’ospedale dell’Universitร ย di Tokyo,ย Ryuji Koike, “credo che in Giappone stia andando bene grazie a fattori che non possono essere misurati, come le abitudini di tutti i giorni e il comportamento dei giapponesi”. Insomma, magari non c’entrava proprio il ‘mindo’ menzionato da Aso ma sicuramente รจย stata questione di ‘jishuku’, ovvero autodisciplina.

(Agi)

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