1 Marzo, 2024
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Giovanni Berlinguer: il comunista che coltivò la radice ecologista

Ricordo di Sergio Gentili

“Negli anni ’70, quando il Pci considerava l’ambientalismo frutto della cultura borghese, Giovanni Berlinguer ne colse la novità nella critica alla produzione e al consumo

Per quelli della mia gene­ra­zione impe­gnati nel rin­no­va­mento eco­lo­gi­sta del Pci e della sini­stra Ita­liana, Gio­vanni Ber­lin­guer è stato un mae­stro e un punto di rife­ri­mento cul­tu­rale. Senza di lui sarebbe stato molto più com­pli­cato met­tere radici eco­lo­gi­ste nella sini­stra, col­ti­vate con la sua azione a cavallo tra i decenni ’60 e ’70. Quando arrivò dagli Usa la ine­dita cri­tica dei movi­menti eco­lo­gi­sti, paci­fi­sti e fem­mi­ni­sti alla società del capi­ta­li­smo con­su­mi­stico, Gio­vanni Ber­lin­guer fu uno dei primi nel Pci a cogliere la novità e l’importanza della “con­trad­di­zione eco­lo­gica” men­tre a sini­stra l’atteggiamento pre­va­lente era di curio­sità e di molta diffidenza.

Del resto la denun­cia eco­lo­gi­sta con­tro l’inquinamento della Terra era stata avan­zata da Nixon nel suo Discorso sullo stato dell’Unione e, in Ita­lia, era stata pro­po­sta con­tem­po­ra­nea­mente da Fan­fani: si pen­sava che fosse una mano­vra per nascon­dere la ver­go­gna della guerra Usa in Viet­nam oppure una coper­tura degli affari delle imprese inqui­nanti che si offri­vano ora come boni­fi­ca­tori (“ecoaffari”).

In molta parte della sini­stra l’ecologismo era con­si­de­rato un frutto della “cul­tura bor­ghese”. In Ita­lia, poi, pesava il tratto eli­ta­rio delle classi alte, molto sen­si­bili alla natura e molto meno ai biso­gni sociali e alla salute dei lavo­ra­tori.
Gio­vanni Ber­lin­guer fu uno dei primi a cogliere che il movi­mento ambien­ta­li­sta degli anni ’70 era qual­cosa di diverso per­ché poneva pro­blemi nuovi che inve­sti­vano la ricerca scien­ti­fica, l’economia, i sistemi pro­dut­tivi e di con­sumo delle società capi­ta­li­sti­che. Quel movi­mento met­teva in discus­sione la società con­su­mi­stica. Insieme ad alcuni intel­let­tuali di sini­stra, attenti ai muta­menti eco­no­mici, scien­ti­fici e tec­no­lo­gici, aprì tem­pe­sti­va­mente una seris­sima discus­sione cul­tu­rale e poli­tica su alcuni inter­ro­ga­tivi di fondo.

Nel giu­gno del 1970, in un arti­colo pub­bli­cato da Rina­scita, tito­lato «Inqui­nati e Inqui­na­tori», pro­pose i suoi cru­ciali inter­ro­ga­tivi: l’ambientalismo era o no un diver­sivo tat­tico dell’imperialismo ame­ri­cano? Il capi­ta­li­smo viveva o no una nuova con­trad­di­zione interna in quanto «così come rapina le ric­chezze degli altri paesi, distrugge la natura e altera l’ambiente vitale nelle metro­poli»? Non era, forse, da cri­ti­care la con­ce­zione tra­di­zio­nale del rap­porto uomo-natura fon­data sul domi­nio pre­da­to­rio e dis­sen­nato dell’uomo, pre­sente anche nella cul­tura della sini­stra? Le que­stioni ambien­tali dove­vano o no entrare nei pro­grammi poli­tici e intrec­ciarsi strut­tu­ral­mente alle riforme sociali? Si poteva accet­tare la scelta di pas­si­vità verso l’ecologia da parte del Pci?

Nel novem­bre del 1971, (alcuni mesi prima della pub­bli­ca­zione del «Rap­porto sui limiti dello svi­luppo», Club di Roma) a Frat­toc­chie, sede dell’Istituto di for­ma­zione poli­tica del Pci, si svolse un impor­tante con­ve­gno sul tema «Uomo, Natura Società». I lavori furono aperti dalle rela­zioni di Gio­vanni Ber­lin­guer e Giu­seppe Pre­sti­pino. Le tesi pre­sen­tate erano for­te­mente inno­va­tive, anche se for­za­ta­mente incar­di­nate, per legit­ti­marle pie­na­mente, su una linea di con­ti­nuità. Il rap­porto tra l’uomo e la natura fu ricon­si­de­rato. La tra­di­zio­nale neces­sità sto­rica del “domi­nio” dell’uomo sulla natura veniva cor­retta con la con­si­de­ra­zione della diversa qua­lità degli scopi: men­tre il capi­ta­li­smo era «dis­si­pa­zione e putre­fa­zione» ambien­tale, le forze del movi­mento ope­raio e del socia­li­smo erano por­ta­trici di una diversa con­ce­zione cul­tu­rale del signi­fi­cato di domi­nio dell’uomo sulla natura in quanto avreb­bero rispet­tato la natura, e con l’aiuto della scienza si sarebbe potuto debel­lare malat­tie, rime­diare alla scar­sità delle mate­rie prime, rimuo­vere le ingiustizie.

Si cercò di riu­ni­fi­care ciò che i mar­xi­sti e gli eco­no­mi­sti clas­sici ave­vano sepa­rato: il pro­cesso sociale della pro­du­zione veniva sal­dato con le con­di­zioni più gene­rali della ripro­du­zione, la natura appunto: «Secondo la con­ce­zione mate­ria­li­stica, il movi­mento deter­mi­nante della sto­ria, in ultima istanza, è la pro­du­zione e la ripro­du­zione della vita imme­diata. Ma que­sta è a sua volta di duplice spe­cie. Da un lato, la pro­du­zione di mezzi di sus­si­stenza, di generi per l’alimentazione, di oggetti di vestia­rio, di abi­ta­zione e di stru­menti neces­sari per que­ste cose; dall’altro, la pro­du­zione degli uomini stessi: la ripro­du­zione della spe­cie» (F. Engels, «L’origine della fami­glia, della pro­prietà pri­vata e dello Stato»). La cita­zione era indi­spen­sa­bile per supe­rare il con­cetto di distinzione/separazione tra l’uomo e la natura, con­cetto che ancora oggi resiste.

Il grande merito di Gio­vanni Ber­lin­guer e degli eco­lo­gi­sti del Pci, è stato di aver indi­vi­duato uno dei nessi teo­rici che, in que­gli anni, avrebbe potuto por­tare la sini­stra, in modo auto­nomo, verso il supe­ra­mento della visione della sepa­ra­zione tra l’uomo e la natura, tra l’economia e l’ecologia. Il Con­ve­gno pro­pose di assu­mere l’ecologia come un aspetto essen­ziale della bat­ta­glia anti­ca­pi­ta­li­sta e antim­pe­ria­li­sta (altro che scienza bor­ghese): i con­te­nuti eco­lo­gici avreb­bero dovuto essere incor­po­rati nel pro­cesso poli­tico reale: essendo la con­ta­mi­na­zione ambien­tale una con­di­zione dell’esistenza del capi­tale, rap­pre­sen­tava un ele­mento per­ma­nente del con­flitto sociale.

La dimen­sione pla­ne­ta­ria delle con­trad­di­zioni eco­lo­gi­che, poi, poneva la neces­sità di un nuovo, ope­rante inter­na­zio­na­li­smo. Anche per­ché le ana­lo­gie fra lotta per la pace e lotta per l’ambiente erano evi­denti: in gioco c’era la sal­vezza degli uomini, di tutta la spe­cie umana e di tutte le spe­cie e non solo di una sin­gola classe sociale o di una sola specie.

Tutto ciò richie­deva di col­lo­care la “poli­tica eco­lo­gica” come qua­dro gene­rale e non come aspetto set­to­riale (i pro­blemi ambien­tali) delle riforme di strut­tura: «una cor­nice ed un sistema di col­le­ga­menti fra le riforme: la sanità, la casa, l’agricoltura, il Mez­zo­giorno, l’istruzione, le isti­tu­zioni cul­tu­rali, i poteri locali, e così via». La sto­ria della sini­stra italiana.

Gio­vanni Ber­lin­guer si è lan­ciato con gene­ro­sità e spi­rito libero lungo molti con­fini non esplo­rati dal pen­siero e dall’azione della sini­stra tra­di­zio­nale e que­sto gli va rico­no­sciuto come un grande merito. Anche se la sal­da­tura tra sini­stra ed eco­lo­gia è ancora un pro­blema non risolto.”

*Pd, dipar­ti­mento ambiente

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