Numeri e minigonne

Strano titolo che lascerebbe presagire che esista una qualche connessione fra la matematica ed il vestiario. In effetti la premonizione è fondata: entrambe sono espressioni di un linguaggio. La matematica, come affermava il grande Galilei, è il linguaggio con cui possiamo descrivere la Natura e il vestiario è un linguaggio non verbale con il quale esprimiamo il nostro stato d’animo, il nostro essere. Si tratta, in entrambi i casi, di sistemi di comunicazione per veicolare un messaggio fra persone distinte.

Chi conosca un minimo di linguistica sa benissimo che il “linguaggio” è la facoltà di esprimersi e comunicare mediante l’uso dei segni che nel 1916 Ferdinande De Saussure descrisse come l’unione di un concetto ad un’immagine (acustica, visiva, olfattiva eccetera). Il concetto è ciò che chiamiamo “significato” e l’immagine ciò che definiamo “significante”. Ad esempio la parola “mela” è il significante, mentre il frutto è il significato associato.

Alla associazione significante-significato è necessario porre la massima attenzione: a ciascun significante dovrebbe essere associato un unico significato, onde evitare le incongruenze tipiche di molti linguaggi. Per intendersi se scrivo: “La vecchia legge la regola” (che non necessita di punteggiatura ortografica, ma tonale) si rimane nell’atroce dilemma che si parli di un’anziana signora che si sta acculturando in giurisprudenza o di un passo dell’arringa di un leguleio.

La matematica pretende, correttamente, che ciascun lemma utilizzato abbia uno specifico ed unico significato. Questa mancanza di ridondanza la rende un po’ difficile da comprendere se non ben illustrata dai docenti, ma permette di non avere mai alcuna incomprensione, ma anzi una “leggibilità” che prescinde da differenze di genere, cittadinanza, cultura …

Anche il vestiario è un modo di comunicazione. Si pensi al motivo per cui in certi momenti i soldati siano tutti in uniforme (il loro identico vestiario intende che non esiste il singolo, ma il gruppo nel suo insieme che agisce non per conto proprio, ma per ordine di qualcuno vestito in maniera differente, anche per ragioni tecniche) o perché in determinate cerimonie si indossino vestiti con tonalità di colori prefissate (intendendo che si è vicini agli attori della cerimonia per gioia o dolore) o perché ad una cena con persone che si vuole rispettare si vada eleganti (intendendo che, mentre ci si vestiva, si pensava a loro e a rendersi “carini” per loro).

In sintesi il modo di vestirsi è una espressione che associa un significato (stato d’animo) al significante (vestiti) ed in una società civile tutti dovrebbero conoscere il linguaggio che viene utilizzato per non commettere errori. Preme allora concludere citando l’errore semantico insito nella linea difensiva in un processo per violenza sessuale basata sulla scusante della provocazione nel vestiario indossato della vittima, cioè nella comunicazione della donna in minigonna. Ebbene, nessuna convenzione, ed oserei dire nessuna naturalità, associa al significante “minigonna” il significato “voglio un rapporto”, quindi non esiste provocazione perché la minigonna non ha affatto il significato inteso dal violentatore e seppure per ignoranza si sia caduti in errore, è sufficiente il “no” della donna per chiarire l’eventuale impossibile malinteso e se il “no” non viene recepito allora non c’è malinteso, ma solo violenza gratuita da trogloditi, senza offesa per i nostri progenitori trogloditi.
Riccardo Agresti

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